Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (1925) – RECENSIONE

Il narratore de Il grande Gatsby, Nick Carraway, è un ragazzo proveniente da una famiglia benestante, tra le più influenti nel Middle West. Da giovane si arruola nella Grande Guerra, e al suo rientro trova un Middle West arretrato e tagliato fuori dal mondo. Così decide di trasferirsi a est per imparare a fare il mediatore finanziario. Trova così una villa fuori città incastrata tra due lussuosi edifici, con affaccio sul giardino di un uomo molto ricco: Gatsby. A cena dai Buchanan, lontani parenti dei Carraway, conosce sua cugina di secondo grado Daisy e suo marito Tom. Tom e Nick si conoscono dai tempi del college, solo che lui è ancora alla ricerca del suo posto nel mondo, mentre Tom è diventato uno dei giocatori di football più forti del New Heaven. Anch’egli di discendenza nobiliare, Tom aveva lasciato Lake Forest, una zona ricca di Chicago, per trasferirsi ad est.

Quando, un giorno, Nick incontra i due nella loro nuova villa, viene a conoscenza dei lati oscuri del rapporto tra Tom e Daisy. Tom incarna, in questo frangente, il pensiero dell’epoca: la paura dell’estraneo, la convinzione della superiorità della razza bianca come emblema di arte e purezza. È un maschilista di prima categoria, avvezzo a giudicare le donne come meri oggetti sotto il controllo dell’uomo. Pare che abbia un amante a New York e Daisy sembra disprezzarlo. Infatti, pare che quando sia nata sua figlia sia stato un fantasma. Ma il vero fulcro della storia è il suo vicino, “il grande Gatsby” che dà delle feste memorabili nella sua villa e che, se solo lo volesse, potrebbe comprarsi anche il cielo. Gatsby però nasconde un passato tutt’altro che roseo.

Di estrazione proletaria, Gatsby viene accolto sullo yacht di un uomo sulla soglia dei cinquanta, che alla sua morte gli lascia parte della sua eredità.
Se la vita è un misto di coincidenze destinate ad aggrovigliarsi come i rami di una quercia, Nick scopre che Gatsby è vicino a lui più di quanto possa immaginare. Infatti, egli ha avuto una relazione con Daisy e, nonostante si sia sposata, non l’ha mai dimenticata. Così decide di combinare un incontro segreto, un tè. Quel giorno segnerà la svolta. Daisy si ritroverà a fare i conti con il rimpianto di un sogno mai inseguito, quello di stare con l’uomo che ama. Quando incontra di nuovo Daisy, i due sembrano non essersi mai lasciati. Due corpi e un’unica anima, tanto che Nick assume le sembianze di un fantasma, un suppellettile al quale non si dà conto.

Alexandra Romano

Verso la verità: un amore indissolubile oltre ogni limite

Abbassai lo sguardo. «Ma quando ci lascerà in pace?…».

«Amore mio, non disperare. Troveremo una soluzione», mi accarezzò le guance, e mi diede un bacio sulla fronte.

«Oh, amore mio sono le dieci e trenta, domani abbiamo scuola, cioè, ho scuola… dovrei… andare».

«Va’ pure – sorrisi sperando di rassicurarlo – Io sto meglio».

«Amore, non mi fido a lasciarti qui, tutta sola».

«Ci sono stata due notti, non posso starci una terza?»

Mi fissò per un attimo. Mi baciò, e se ne andò. Provai a dormire e, data la stanchezza, crollai dopo meno di due minuti. Iniziai a fare un sogno. Ero in un immenso campo di girasoli, esistevano solo i girasoli, il cielo, la terra ed io. Improvvisamente sentii degli strani rumori nel sogno, come tuoni, mentre il sogno stava dissolvendosi sempre di più. Mi svegliai, poiché anche nella realtà sentii dei rumori. Non riuscivo a capirli inizialmente, dopo intuii che non erano esattamente rumori: era il suono di passi per il corridoio. L’ospedale era completamente deserto e buio, avvertii che non era qualcosa di pericoloso. Un istante dopo… Mark.


«Che ci fai qui?», gli domandai colta alla sprovvista.

«Ti amo!», si precipitò accanto a me.

«Anche io, ma cosa succede? Perché non sei ancora a casa?».

«Non potevo».

«Non potevi cosa?».

«Lasciarti di nuovo sola».

«Ma starò bene vedrai, è anche tardi».

«Non mi interessa, io non me ne vado», disse con fermezza.

Ti prego, portami via: portami a vivere

Ti prego portami via, questo mondo fa sempre più paura e i bambini smettono di sorridere. I bambini soffrono per la mancanza di amore, patiscono la fame con il loro corpo sempre più esile. 

Ti prego portami via, dove esiste un mondo fatto di umanità, dove gli attentati non sono all’atto del giorno e non c’è bisogno di accendere il telegiornale. Portami dove esiste solo comprensione e il termine “violenza” non è mai stato pronunciato. Dove a una pistola viene sostituita un cuore di peluche, delicato come l’empatia.

Ti prego portami via, in un mondo dove si vanno a comprare i fiori non per portarli su una tomba ma per significare un gesto d’affetto. Portami dove regalare una rosa nasce da un desiderio solamente spontaneo, e mai in seguito ad un litigio o una malattia. Dove non bisogna essere iscritti ai social per sentirsi meno soli e i rapporti sono fisici e non virtuali, simulati.

Ti prego portami via, dove il riscaldamento globale è solo un fattore naturale e la gente non scappa per vivere meglio in un posto che non le appartiene. Dove gli alberi non si abbattono e l’aumento del livello del mare è solo un fattore positivo per il ripristino di aree scomparse, siccitose. Dove i fiori non appassiscono e la pioggia non corrode la terra. Un mondo fatto di equilibrio tra uomo e natura, in cui chiunque può fare ciò che vuole a discapito di niente e nessuno.

Ti prego portami via, dove il bene non viene barattato con i soldi e l’amore ha un peso. Dove le donne vengono rispettate e hanno uguali diritti, perché poco le distingue dagli uomini. Dove gli animali non vengono trattati come futili oggetti privi di sentimento, perché anche un corpo fatto di tanto pelo ha un’anima. La sola, a non essere mai contaminata. In una società fatta di silenzi e incomprensioni, lo sguardo di un cane può comunicare molto più di una frase di conforto.
Portami in una società dove conta ciò che si è dentro e non come si appare, o ciò che si vuole far credere di essere. Dove si da un peso ai sentimenti.

Ti prego portami via, dove chiunque è libero di vivere la vita che vuole, inseguire i propri sogni senza condizionamenti. In un posto dove fare della propria passione il proprio lavoro non è quasi un’aberrazione, e lo si può fare senza dover patire anni di sofferenze.
Prendimi per mano e portami via, portami a vivere.

Alexandra Romano

Milano e Napoli: differenze reali o solo uno dei tanti stereotipi?

Differenze tra Nord e sud: esistono davvero? E fino a che punto precisamente?
Il motivo di questo articolo lo si si ritrova nel titolo. O forse, nella semplicità più totale della vita, di ciò che caratterizza questo grande e inspiegabile universo sul quale ognuno di noi vive. Lo scopo di questo articolo, è di sminuire o abbattere (almeno in parte) una volta per tutte uno stereotipo quasi antico, lanciato soprattutto su Milano e Napoli. Anche se sarà molto difficile. Spero possa giungere al cuore di quante più persone possibili.

Napoletana di nascita, dopo tanti anni, ho visitato Milano. Certo, il mio è il parere di una turista, un’osservatrice… ma in quel poco che ho visto, posso affermare trovato delle persone simpatiche, un clima accogliente e una cittadina ordinata, piacevole. Di Napoli si parla così tanto, forse, l’unica soluzione è iniziarla a pensare come una forma di invidia per quello che ha. Milano ha l’efficienza, la rapidità delle innovazioni, l’ordine. Ma non ha la pizza e il Vesuvio, che, mi scuso in anticipo con i milanesi, non possono competere con nessun’altra cosa. Napoli ha in sé la bellezza innata di panorami che non si trovano facilmente, ma ahimè, bisogna ammetterlo, la puntualità milanese dei trasporti è ineguagliabile.

Non mi è mai piaciuto esprimere delle preferenze, perché secondo me ogni cosa ha un suo valore, unico. Ma voglio rendere visibile il mio punto di vista, seppure basato su una piccola esperienza, su due grandi città d’Italia.
Il mio obiettivo è far arrivare un messaggio: tutta questa differenza, questo gettare sempre zappate su Napoli o magari continuare a valorizzare il nord è sbagliato. Perché ognuno ha una propria caratteristica, ognuno ha delle proprie potenzialità e delle proprie debolezze.

A Napoli ci vivo, a differenza di Milano, e posso giudicare di più (anche se è sbagliato) e parlare di più. La mattina, quando esco e prendo il treno presto per andare all’università, lungo via Capitelli o Benedetto Croce trovo un mare di volontari e persone che lavorano giornalmente per mantenere la città pulita. Chi si impegna attraverso opere culturali: saloni, caffè letterari, eventi di ogni tipo… Al Gambrinus è nata la pratica del caffè sospeso, estesa poi a tutta l’Europa.

Milano, beh, che dire… per me che amo la scrittura più di me stessa, il fatto che sia la capitale dell’editoria le aggiudica già un pezzo del mio cuore. La fiera, tra le più belle in Italia, se non la prima, viene fatta lì ogni anno. Librerie immense, così come a Bologna… a Napoli invece, beh, c’è un po’ l’emblema dell’editoria storica: Port’Alba, oppure i commercianti che ogni mattina riempiono San Biagio Dei Librai di bancarelle con libri a prezzi modestissimi: una vera e grande opportunità per chiunque di acculturarsi. Un aspetto che fa parte dell’identità partenopea, così come gli artisti di strada, che ne ho visti anche all’interno del Parco Sempione: che ve lo racconto a fare, uno spazio verde smeraldo, un piccolo angolo di paradiso in mezzo ad una grande metropoli. Entri lì e ti sembra di fare un salto dalla città alla campagna, alla storia (il Castello Sforzesco, una delle opere che più amo di Milano).

A Napoli, forse i mezzi non circolano allo stesso modo del nord, è vero, ma la stazione di Toledo è tra le più maestose al mondo (e non lo dico io). Oppure, la funicolare, un mezzo di trasporto tipicamente napoletano che si muove su di una fune e che in pochi minuti può portarti a Mergellina, Corso Vittorio Emanuele o Posillipo e farti capire cosa si intende per “meraviglia”.

A Milano invece, circolano ancora i tram come se fosse ieri. Ne ho presi di notte, guardando le luci della città, delle strade dai finestrini… il rumore stridente delle rotaie. Ed era un’esperienza che ho provato per la prima volta lì. Circolano i tram che ci permettono di fare un salto indietro, in uno dei primi mezzi di comunicazione della storia, ma anche aerei che portano ovunque nel mondo.

Secondo me dovremmo imparare ad abbattere tante convinzioni, tanti pregiudizi… perché ogni città ha i suoi punti deboli e i suoi punti di forza. Che non potranno mai coincidere in quanto realtà uniche e suscitanti emozioni differenti.

Alexandra Romano

La mia più grande passione, il mio modo di vivere: la scrittura

Premessa

C’è chi dice che scrivere sia una sorta di strumento antico donatoci dagli déi, chi invece, che sia una forma di potere perché riesce a salvarci e ad esibire questa salvezza. Non avevo mai pensato di pubblicare un articolo sulla scrittura, nonostante sia un perno nella mia vita. Ma poi ho iniziato a scrivere un pensiero, e da un pensiero sono nate delle frasi, fino ad uno scritto. Tutto, in maniera non progettata. Un po’ come mi è nata questa passione: un giorno come tanti, ma è stato il giorno da cui è iniziato il mio percorso di vita, su tutti i fronti.

Per me scrivere rappresenta una forma di vita agognata, che in realtà non ho scelto, perché lei ha deciso per me quando mi ha fatto provare, la prima volta in assoluto che l’ho incontrata, un’emozione unica e irripetibile.

Scrivere: Il mio punto di vista

Scrivere è tracciare il percorso della propria vita su di una pergamena, con la certezza che quel frammento vissuto non vada perso da una piccola amnesia, rendendolo quasi indelebile. È un po’ come l’elettrocardiogramma del nostro cuore su di un foglio bianco, con tanti piccoli particolari che lo rendono speciale.

Scrivere aiuta a respirare, ad espellere i cattivi pensieri e renderci più liberi, più propensi ad accogliere la positività. Scrivere mi ha insegnato a respirare, meglio, quando ho temuto che il mio respiro svanisse. E oggi sono più forte quando rischio di cedere.

Scrivere è uno sfogo quando si è soli, quando nessuno può aiutarti se non lei: la tua risorsa di vita, ciò che è capace di rendere immortali i tuoi pensieri, i tuoi momenti e le tue emozioni più intense. Ciò che è capace di farti decifrare quello che provi fino a comprenderlo meglio, oppure trovare più facilmente qual è la giusta soluzione ad un problema.

Scrivere è un po’ come vivere, ma senza muoversi. La scrittura ci dà la possibilità di delineare un mondo che forse non c’è, non esiste… ma che possiamo vivere grazie all’immaginazione, grazie alla nostra capacità di astrarci dalla realtà e trasportarci in un mondo costruito a posta per noi. La scrittura rende possibile ogni forma di realtà con a disposizione solo creatività e due semplici strumenti: una penna e un foglio di carta.

Scrivere allenta il peso di sentirsi un punto interrogativo per gli altri, ci consente di esternare una parte, seppure minima, di ciò che ci ferisce e renderlo più leggero o liberarcene.

Si scrive senza pensarci realmente, anche quando si è annoiati, perché forse è una delle migliori vie per esprimerci, come la musica ad esempio.

Si scrive per cercare di dare un senso a quanto proviamo o viviamo. Per non dimenticarlo. Si scrive per comunicare con chi non c’è, intrattenendo rapporti narrativi laddove non si possono intrattenere rapporti dal vivo.

La scrittura è una forma di vita alternativa, un modo di vivere.

Alexandra Romano

Mare e cielo, l’incontro di due anime nell’immenso: io e te

Mare e cielo, due paradisi? Forse, di colorazione molto simile e di limpidezza eguale. Così simili e così diversi, ma sempre uniti. Forse, il mare ricongiunge il corpo con l’anima: è il ponte che collega noi con coloro che vivono altrove, in un posto magico ed eterno, privo di sofferenze. Là dove tutto è possibile, là dove un angelo rimane per sempre…

Il mio angelo custode

Stamattina sono andata al mare e l’ho visto così limpido, l’ho sentito così dentro me. Era una trasparenza atipica, in grado di farti percepire il profondo. Mi ci sono immersa ad “occhi chiusi”, con tutta la mia fiducia e con tutta la mia speranza, che mai utilizzo del tutto nella quotidianità perché sai, non è facile lasciarsi andare con il male che ci circonda. E’ così che mi sento oggi, dopo tanti giorni, tanti mesi… tanti anni. Oggi ti sento più che mai. E proprio per questo credo che il mare e il cielo siano così distanti ma allo stesso tempo vicini, combacianti.

“Puoi sentirmi ancora dimmi che mi senti 
lo voglio pensare che puoi.”

Recita così una canzone dei Pooh e io voglio pensare a questo, ma lo sento davvero, lo sento che sei dentro me e continuo a viverti attraverso le sensazioni. Tu non te ne sei mai andato, sei nell’aria che respiro e nella forza che trovo per rialzarmi quando sto male. Perché se ho ripreso a scrivere e il primo motivo sei stato tu, allora ci credo, ci credo che ci sei.

MARE E CIELO, per sempre insieme

Se guardo l’orizzonte vedo una sola distinzione: mare e cielo, me e te, uniti per la vita e per l’eterno. Perché forse è proprio vero che il regalo più bello che puoi fare ad una persona è il tuo tempo, perché da quando ho iniziato a dedicartelo non avrei mai immaginato che ne sarebbe passato così tanto e non ci saremmo mai persi.
Credo che se ogni anno ti ricordo, allo stesso modo di quando qualcuno mi conosce e gli racconto sempre di te, anche lasciando trasparire un po’ di dolore oltre alla tenerezza, significa che allora il tempo mi ha fatto capire che tu sei importante. Nonostante abbiamo vissuto poco tempo insieme sullo stesso pianeta, forse tutto questo ricordarti, questo pensiero così vivido che ho ancora per te e questo legame che sento quasi inscindibile, vorrà dire che se fossi rimasto qui avremmo vissuto molto di più. Ma Tu mi ha fatto conoscere l’immenso che nessuno mi farà mai conoscere.

CONCHIGLIA: l’emblema di un ricordo insieme

Stamattina, dopo quel bagno quasi “santo”, illuminante, che mi ti ha fatto rivedere forse, ma senza accorgermene troppo, perché si sa, quando perdi qualcuno, rivederlo ti fa sia male che bene. Dunque, ho iniziato a raccogliere, come facevo qualche tempo fa, delle conchiglie. Forse può sembrare una cosa poco sensata o inadatta al momento, ma invece lo è eccome. Ho iniziato a pensare che le conchiglie fossero parti di noi, un po’ come quello che lasciamo a qualcuno quando ce ne andiamo e il mare ci porta via per farci approdare a quel porto speciale. Le conchiglie sono parti frammentate del nostro vissuto, della nostra personalità che lasciamo, inconsapevolmente e senza alcun criterio di selezione, sulla riva di chi prima o poi vorrà ricordarci. Chi merita di riviverci. In tal modo lasciamo per davvero qualcosa di noi a qualcuno. Non con i regali, con le parole o quant’altro, ma con un ricordo insieme.

E così stamattina ho raccolto quei pezzi della vita che dovevo ricordare, avvertire così intensamente e che anche tu forse, da qualche parte, hai desiderato che rivivessi. E se davvero hai fatto in modo che ciò accadesse, se hai pensato che sono io quella persona che lo meritava e mi hai dato modo di credere che anche io per te sono ancora importante, non posso che commuovermi. Non posso che sognare e continuare a viverti attraverso le emozioni.

I fiori più belli che ci sono

Alexandra Romano
Stesura: 12/09/2018

Scegliere: una delle nostre più grandi forme di libertà

Le nostre origini: un piccolo assaggio di come siamo fatti

All’inizio della nostra vita, siamo molto propensi a condividere, a voler fare le cose insieme, e non è una caratterista che in età adulta scompare del tutto. Studi scientifici dimostrano quanto l’uomo sia un animale sociale, nato per comunicare: se provassimo a vivere in uno stato di isolamento, soprattutto nei primi anni di vita, resisteremmo a stento. La corroborazione intersoggettiva, l’avere conferma da altri individui in merito alla nostra esistenza, è una cosa importantissima. Ma anche riuscire a costruire intorno a sé una storia, perché fondamentalmente siamo ciò che raccontiamo di noi: per questo, dovremmo scegliere degli ottimi ingredienti per creare la narrazione di noi stessi. E’ questo e nient’altro a determinare la nostra immortalità o meno.

Ancora non basta però, perché l’uomo ha enormi potenzialità, che esistono soprattutto grazie al cervello di cui è dotato. Le cosiddette subordinate ipotetiche, ovvero, delle soluzioni alternative che vede in ogni situazione poiché il suo cervello non è mai fermo solo all’hic et nunc. Ed è da qui che forse parte il nostro dovere a scegliere, il nostro diritto. Purtroppo però, nella scelta, spesso siamo soli. La vita umana non è tutta rose e fiori, fatta di affetto e abbracci, oggigiorno soprattutto. Si parla perfino di terrorismo, omicidi: l’uccisione di noi stessi!
Ma non discostiamoci dall’argomento: ci saranno momenti della nostra vita in cui avremo tante persone accanto, e altri in cui ci sentiremo un po’ più soli.

LA MIA RIFLESSIONE

Alla fine impari, impari a vedertela da sola, a non contare più su nessuno, per delusione o per altro, perché così deve essere. Perché in fondo, è importante sapersela vedere per sé. Perché le persone scompaiono, si modificano, arrivano, vanno, vengono, oppure cercano di restare ma siamo noi a farle andare via… e intanto siamo qui, noi stessi, gli unici artefici del nostro destino. Che grande responsabilità eh? Forse la più grande che possiamo mai avere durante tutta la nostra vita, essere autori del nostro star male o del nostro sta bene, di una felicità mancata o di una lacrima in meno.

Alla fine impari a non chiedere più aiuto, a prendere delle decisioni, autonomamente. Forse giuste, forse sbagliate, ma intanto le prendi. Tutti, costantemente, durante la nostra vita siamo costretti a scegliere. Un altro aspetto importante e difficile dell’uomo: non nasciamo eterocostretti, eppure, dobbiamo autocostringerci.
Parliamo tanto di legittimità, libertà, quando poi tutto questo, alle volte non esiste. Non siamo liberi, per il semplice fatto che non possiamo scegliere di “non scegliere”, essere neutrali: in un modo o nell’altro, dovremo sempre prendere una decisione con il rispettivo carico di responsabilità.
Qualunque cosa accada, che sia la più bella o la più brutta, per quanto possono consigliarci, siamo sempre noi. Noi e nessun altro. Ed è importante imparare a scegliere, perché è forse l’unica vera libertà che abbiamo.

Sarebbe bello se con noi ci fosse qualcuno in ogni momento, anche il più difficile, che ci aiuti a farlo. Invece non sempre accade, perché la vita va così. Anche la persona che più vorrebbe starci vicino, noi stessi, può capitare che non può esserci.
E comunque sia, siamo sempre noi ad agire, siamo sempre noi a decidere… ed è da tante scelte che impariamo sempre di più a “vivere”.

Forse è per questo che quando abbiamo capito tante cose, il nostro ciclo è giunto al termine. Perché la vita è un’esperienza meravigliosa, irripetibile e non va sprecata.

Alexandra Romano

La vita è un’extrasistole da forte emozione

ADRENALINA

Tutto magico, tutto si trasforma e niente non ha un suo peso, una sua rilevanza. Un treno, un orario e una giornata può cambiare così, senza neppure accorgersene. Nella vita, le cose più belle sono quelle che arrivano per caso, quelle che non si riescono oppure non si possono raccontare. Già, chi non ci dice che negli abissi di ognuno di noi venga serbata la nostra felicità, il nostro piccolo e immenso tesoro. Una dimensione adattata al nostro corpo, al nostro cuore, ma al contempo enormemente stupenda. Anche alla persona più triste, più “sfortunata” prima o poi capiterà il momento, il giorno o l’anno più bello in tutta la sua vita. Anche il minuto o il secondo, perché gli attimi di meraviglia non sono quantificabili in uno spazio di tempo definito o in un luogo esatto della terra. Il luogo può essere nel cuore, nell’anima o in un rapido flash.

Esistono i fulmini a ciel sereno, le tempeste… ma esiste anche il sole in una giornata prevista come nuvolosa, il sole che irrompe così violentemente come un palpito indomabile.
Una semplice stretta di mano può cambiarci la giornata, il sorriso delle persone che amiamo oppure l’interruzione del vento freddo sulla spiaggia. Forse, potremmo paragonare la nostra vita al mare, all’oceano… così immenso, così capace di rigenerarsi ad ogni dì.

RESPIRA: LA VITA è COME IL MARE, VIVILA!”

Un paragone simile, oltre che ad essere una metafora e ad avere la sua consistenza, ha anche una certa correlazione con le nostre origini. La nostra vita infatti, in un’epoca passata era strettamente legata alla religione e alla natura. Un famoso sociologo tedesco, Norbert Elias, parlava di coinvolgimento (in una fase successiva, com’è noto, avrebbe avuto luogo una forma di distacco; nonostante oggi si parli anche di ri-coinvolgimento nelle nostre stesse tecnologie).

Dunque, la vita è come un soffio di vento, l’increspatura delle onde marine, le correnti fredde in mezzo all’acqua tiepida e il caldo tepore del sole… la vita è una giornata di sole. Rilassa, solleva, brucia, sfinisce, rigenera, illumina. Molte cose, a volte, sono così belle al punto da stimolare la nostra mente e superare la soglia del reale. Diventano quasi immaginarie ad un certo punto, che non riusciamo davvero più a crederci. E spesso, sono questi i più genuini attimi di felicità, mascherati nella veste di una persona o un evento.

Alexandra Romano

Svegliamoci dal grande male dell’indifferenza: basta un salto

Di recente, mi è capitato di vivere, anche se indirettamente, una brutta esperienza.
Ero ad un concerto, ci stavamo divertendo tutti: cantavamo, ballavamo, ridevamo… D’un tratto però, una persona che era accanto a me, ha iniziato a sentirsi male. Tremava, il suo volto s’impallidiva sempre di più, fino a quando non è svenuta. La folla attorno a lui aumentava ogni frazione di secondo, chiunque si chiedeva cosa fosse successo, come si sentiva questa persona: c’è stato anche chi ha creduto fosse una farsa!
Passato quell’attimo iniziale di “panico”, insomma, di qualcosa che andasse a interferire con le normali aspettative di tutti noi, è tornato tutto dove stava, all’indifferenza. Questo mi ha fatto capire quanto, ormai, due volte su tre conti solo il consumismo. La materialità a danno del valore che attribuiamo alla vita.

PROVIAMO A TRASFORMARE LA SUPERFICIALITà IN UN SINONIMO DELLA CONSISTENZA

La gente si accorge di te solo quando sei al limite, o… capita il peggio.
È così difficile, mi chiedo, riconoscere un favore o un semplice gesto? Siamo diventati talmente vuoti, al punto che l’importante è usufruire di una cosa, sfruttarla e basta. Se ringraziamo, quella stessa persona ci guarda in maniera ambigua.
Se stai male dentro nessuno lo vede, non riescono ad andare oltre la tua pelle, i tuoi occhi. Poi i social network, che hanno contribuito a storcere un contatto diretto… elidendo la possibilità di guardarci senza un medium, di toccarci. Non sono anticonformista, ma l’evoluzione è sia un bene che un male, se non opportunamente guidata.

Oggi vediamo solo il corpo, l’anima è nascosta, e forse, in questo mondo ormai “pericoloso” è meglio.
D’altronde, da soli non si può stare. Potremmo provarci per un periodo, magari anni, ma alla fine emerge, emerge l’impossibilità di avere un cuore sempre stanco, sempre ferito e chiuso alle occasioni. Non dipendiamo dagli altri, sappiamo vivere anche da soli, sappiamo costruire le fondamenta per impedire che la nostra persona crolli se una mano tesa diventa un riflesso.

Ma senza l’affetto, prima o poi anche la persona più vanitosa, flemmatica o più “forte”, crolla. È quel minimo di zucchero che ci addolcisce il caffè, e quel pizzico di sale per dare il giusto condimento alla nostra vita. Bisognerebbe trovare un equilibrio tra ogni cosa, perché continueremo a farci del male a vicenda, a rincorrerci per fare la pace, a sbagliare, ad amare, ad insistere in ciò per cui viviamo. Equilibrio è la parola che ci vorrebbe in ogni cosa, costanza, ma soprattutto attenzione.
Attenzione sia alle piccole che alle grandi cose.

Svegliamoci una volta per tutte, sia dal male dell’indifferenza che della superficialità: non solo con gli altri, ma anche nei confronti di noi stessi. Troviamo questa maledetta forza per essere quello che siamo, lottare per quello che ci fa palpitare, aldilà delle delusioni, delle paure o delle incomprensioni. Troviamo il coraggio di essere noi stessi, anche in un mondo sempre più povero di autenticità!

Alexandra Romano

Narrare: il verbo che trasuda l’umanità

“Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.”
(Gustave Flaubert)

Avete mai pensato, dopo essere andati a prendere un caffè, di trascriverlo su un foglio? Non importa se eravate soli o in compagnia, se quello che avete scritto non fosse necessariamente riferito a quella bevanda fumante dal colore deciso, ma ad un semplice pensiero.
Avete scritto, narrato.
Ed è un po’ quello che facciamo ogni giorno, anche quando scriviamo la lista della spesa o inviamo un sms: perfino quando siamo indecisi dinanzi ad un vestito!

Diverse ricerche dimostrano quanto ciò sia fondamentale per la nostra stessa esistenza, tant’è che il racconto che ci costruiamo attorno, è un po’ ciò che resterà quando non esisteremo più, materialmente. Insomma, quando continueremo a vivere “narrativamente”.
Il racconto di noi stessi ci dà una stabilità se, per un attimo, voltiamo lo sguardo indietro o facciamo un passo in avanti.

“Viviamo di narrazioni, ogni giorno”

Narrare è fondamentale per chi scrive, per chi riesce ad esprimersi, a sfogarsi e a sorridere con la scrittura. Lo fa chi scrive una lettera d’amore o è fermo ad aspettare lo squillo di un telefono.
Narrare è importantissimo per ogni tipo di creatività. Anche i musicisti lo fanno, certo, non con le parole, ma con le note che scorrono in una melodia.
Chiunque costruisce racconti ogni giorno, percorrendo strade, storie, minuti, pensieri, emozioni… elementi che si aggiungono alla nostra biografia e la rendono consistente. La nostra vita: stupenda nella sua unicità. Un percorso emozionante, instabile, bello, ogni tanto brutto e ogni tanto gioioso, ma che non ci è possibile ripetere.

Le narrazioni entrano in scena anche quando conosciamo qualcuno, nel momento in cui iniziamo a parlargli del nostro passato. Oppure mentre stiamo vivendo un’esperienza, unica, come la vita, nel suo verificarsi. Per quanto potremmo provare a ricrearla, cercando lo stesso luogo, magari la stessa persona, lo stesso orario: vivremo atmosfere diverse.
Narriamo anche quando pensiamo, durante una canzone o un’ora di una giornata: se andremo a riascoltarla o a ricordare quel momento, in noi, si riaccenderà il bagliore e la nostalgia di quel pensiero.

Quando cominciamo a parlare di qualcuno, a raccontare, forse è il momento in cui ci accorgiamo di tenerci, di provare qualcosa. Quando parliamo tra noi e noi, ci rendiamo conto di molte cose, di un problema da risolvere o un’azione da fare. Perché narrare in fondo, è un po’ ciò attorno a cui ruotano le nostre fondamenta.

Alexandra Romano