Misery di Stephen King (1987) – RECENSIONE

Per me l’estate è il momento in cui le passioni, riscaldate dal tepore dei raggi del sole, trovano la loro massima espressione. Si legge, si suona, si scrive. Ci si emoziona. Quando scocca l’ultima ora di lavoro o si accetta il voto dell’ultimo esame della sessione è come se, ogni volta, rinascessimo nel corpo e nello spirito. Misery è un grande romanzo psicologico, a tratti influenzato dalla psicoanalisi froidiana, perché le sfumature della psiche rigettate ai confini dell’immaginario collettivo. I lati più oscuri dell’essere umano in quanto tale, riescono a esprimersi sotto forma di nevrosi ed esasperazione nei due protagonisti.

La mia recensione…

In estate, quel senso di costrizione che attanaglia il nostro istinto sparisce nella pioggia di stagione, lasciando spazio alla nostra essenza. Annie e Paul mi hanno accompagnata in questa transizione, con i loro pregi e difetti, poi hanno deciso di lasciarmi dopo qualche settimana.
L’abilità di orchestrare le storie più impensabili, più introspettive e arricchirle di dettagli e descrizioni azzeccate resta un pregio indiscusso di Stephen King. La storia di Misery è un elogio alla scrittura e al rapporto tra scrittore e lettore, la trama secondaria che viaggia su un binario parallelo a quello della principale.
Eppure King non è solo un “mago dell’horror”, ma anche un grande psicanalista. Servendosi di personaggi come quello degenerato (ma eccezionale) di Annie, King mostra i lati più oscuri dell’essere umano. Li porta alla massima potenza e li racconta per quello che sono, senza freni inibitori o convenzioni imposte dalle società civilizzate.

Annie è la pecora nera del villaggio, che colleziona le figurine delle sue vittime, ma ha anche una grande ossesione: Misery, una saga che terminerà con la morte della protagonista a cui Annie non riuscirà mai a dare una spiegazione. Ed è qui che emerge il lato oscuro della psiche umana, quell’istinto represso che riesce a esprimersi solo nella sua forma peggiore.
Nella figura di Paul, invece, ritroviamo l’istinto di sopravvivenza. Quello che ci rende vivi e di fronte al quale ogni differenza tra gli esseri viventi più diversi si riduce a un grumo di sabbia. Paul è uno scrittore famoso, che in seguito a un incidente perde la capacità di camminare e diventa ostaggio di Annie e delle sue manie. Ma entrambi sono accomunati da quel senso di costrizione, dal peso della società che impone agli individui di comportarsi secondo norme prescritte e non secondo la loro natura. Quindi ecco che trionfa anche il suo lato oscuro, che gli permetterà di riacquisire quella libertà persa.

L’impianto psicologico dietro Misery

Misery si fonda sulla contraddizione tra uomo, in quanto individuo con le pulsioni e i suoi desideri, e società, la sovrastruttura marxista che impone la sua ideologia sull’uomo. In questa imposizione, sono insiti anche i limiti delle pulsioni sessuali e aggressive, senza i quali la civiltà non potrebbe realizzarsi. Tuttavia, l’uomo (la struttura per Marx) è l’impalcatura che sostiene e che dà senso alla società. Per Marx gli uomini sono le forze produttive, per Freud sono individui assoggettati alle normative, che entrano in uno stato di nevrosi. Annie non riesce a risolvere il suo conflitto con la società, così si rinchiude in una casa in campagna e quando incontra Paul le sue nevrosi sfociano in impulsi irrefrenabili.

“L’incendiaria ” di Stephen King (1980) – RECENSIONE

La capacità di King di maneggiare con cura e precisione due generi complessi, come l’horror e la fantascienza, lo rendono un guru per gli scrittori del futuro. La sospensione dell’incredulità con King riesce alla perfezione. Scrittura fluida e dettagli dosati con la meticolosità degli ingredienti di un dolce catapultano il lettore in una realtà altra. La ragione lascia spazio all’immaginazione e subentra la magia. L’effetto che ho sortito leggendo “Lincendiaria”. Romanzo scritto più di trent’anni fa, eppure moderno e scorrevole da conquistarsi un posto di tutto rispetto nella post-modernità. Perché “L’incendiaria” mette a nudo il lato più oscuro dell’essere umano, emblema di un’esistenza in bilico su una fune posta sul confine che separa i continenti del male e del bene.

“L’incendiaria”: la mia recensione…

Charlie è una bambina nata all’ombra dell’unione tra due ragazzi, Andy e Vicky, che diversi anni prima hanno preso parte a un esperimento incluso in un progetto per preservare la pace e la democrazia nel mondo. Tale esperimento includeva il Lot Six, una sostanza speciale che agisce sull’ipofisi, e che si concretizzerà nella sua massima espressione alla nascita della piccola.

La parapsicologia, scienza astratta agli occhi di molti, per i due diventerà un tarlo del quale non potranno più liberarsi. Vicky saprà aprire i cassetti o accendere il televisore solo con l’intenzione. Andy, invece, acquisirà la cosiddetta “spinta”, dote ipnotica che gli consente di avere tutto ciò che vuole dalle persone, non esente da conseguenze proprie e altrui. Più più farà pressione sulla sua mente, e più il dolore inizierà a inveirgli contro. Mentre il tentativo di aprirsi un varco in una mente altra, provoca nella medesima uno squilibrio che, se non rimediato in tempo, può condurre la stessa perfino al suicidio.

Impareranno a conviverci? A questo è difficile rispondere, specie se le scelte del passato possono ripercuotersi ripercuotersi sul presente, sulle persone che amiamo. Qui subentra Charlie, “l’incendiaria”, bambina più intelligente e matura di quanto possa immaginare. Il suo unico problema sono le emozioni. Charlie governa uno dei quattro elementi, il fuoco, e ogni cosa che prova può potenzialmente ardere un intero bosco. La sua pirocinesi metterà a dura prova la sua e l’esistenza di Vicky ed Andy.

È in questo frangente, nel delicato equilibrio che governa la vita della piccola, che si inserisce La Bottega. L’organizzazione governativa responsabile delle ripercussioni del Lot Six sulle gente e sarà sempre lei che inizierà a perseguitarli non appena la notizia dei poteri di Charlie giungerà ai piani alti. Due agenti sorveglieranno la famiglia e aspetteranno il momento giusto per rapire la bambina. Il momento giusto però si traduce nell’omicidio della madre, così Andy e Charlie dovranno iniziare a vedersela per conto loro, mentre il fantasma di Vicky resterà per sempre impresso nel cuore di Charlie.

Alexandra Romano

“La zona morta” di Stephen King (1979) – RECENSIONE

Il mio rapporto con la scrittura di King non è stato facile. All’inizio non ho apprezzato il suo modo di scrivere. Forse per l’età, in quanto ho letto il suo primo romanzo intorno ai quindici/sedici anni; forse perché i miei gusti letterari erano ancora indefinibili. Ricordo che in quei due romanzi che lessi, la trama veniva lasciata sospesa nel vuoto, lasciando al lettore libera immaginazione. All’epoca, provai molto fastidio per questo ma, ripensandoci, è un modo per coinvolgere il lettore in prima linea. Troppo spesso gli autori, talvolta accecati dall’amore nei confronti della propria creatura, dimenticano il loro interlocutore, componente tutt’altro che secondaria. Senza un seguito di lettori un libro è condannato all’oblio. Dunque con romanzi non “tradizionalmente conclusivi” egli può prefigurarsi nella mente il proprio finale sulla base delle proprie convinzioni, della propria cultura e della propria concezione della storia.
Ma La zona morta – insieme ad altri romanzi come Le Creature del buio o L’incendiaria, di cui vi parlerò in seguito – mi ha fatta ricredere e nel prossimo paragrafo vi spiegherò perché.

La zona morta: la mia recensione…

La storia recensita in questo articolo è un romanzo del 1979, intitolato La zona morta, capolavoro sull’introspezione che illustra come un percorso di malattia cambia la vita a un uomo, diventando l’occasione per scoprire meglio sé stessi.
Johnny è uomo semplice. Insegna alle superiori e, forte nell’ironia, conquista Sarah, donna sfiduciata per la sua ultima esperienza con il genere umano. Il loro è un legame maturo, che nasce tra una riunione e una pausa pranzo, ma quando è pronto a trasformarsi in amore, Johnny subisce un grave incidente stradale e finisce in coma per quattro anni. Al suo risveglio, si ritrova con una nuova sensibilità, diventando capace di cose inenarrabili.

In quegli anni cambiano molte cose. Il padre, esasperato dal fanatismo religioso della moglie, arriva a sperare che muoia e Sarah si costruisce la vita tradizionalista di ogni donna borghese, con accanto un uomo che punta a diventare l’avvocato più rinomato d’America. Eppure quegli anni saranno necessari a creare quella zona morta nella sua mente, prezzo ultimo da pagare per quella capacità extrasensoriale che Johnny respingerà con tutte le sue forze. Eppure sarà grazie a quel potere psionico che Johnny vivrà l’ora di passione tanto agognata con la sua Sarah.

La nuova facoltà del protagonista, la telepatia, getta un ponte sull’insensibilità odierna dell’uomo. È uno specchio sui retroscena della politica più sporca, che si maschera di finto buonismo e ironia, ma in realtà è fatta di corruzione e criminalità. Greg Stillson è il colletto bianco per antonomasia. Un uomo privo di scrupoli che non prova tenerezza neanche di fronte a un amico a quattro zampe. Un uomo venuto dalla miseria ma che, entrato in politica, ha dimenticato le sue origini. Vigliacco da assumere degli “strozzini” per intimorire ogni suo nemico. Così, quando Johnny gli stringerà la mano, vedrà il futuro ne suoi occhi e sarà costretto a prendere una decisione che gli costerà ogni cosa. Forse, perfino la vita.

Alexandra Romano