I pregiudizi, uno dei nostri filtri, talvolta illusorio, per guadare la realtà

I pregiudizi. Sono i pregiudizi che uccidono i rapporti e precludono le occasioni. Oggi soprattutto è così frequente avere un’idea preconcetta di un qualcosa, sia esso un lavoro o una persona, tanto da stabilire se ciò sia buono o meno. Ma perché non impariamo ad astrarci, qualche volta ad ascoltare senza partire da conclusioni premature? È mai possibile che appena vediamo qualcuno nell’immediato gli piazziamo una didascalia accanto? È mai possibile farsi l’idea di come sia fatta una persona senza neanche parlarle o guardarla in faccia?

Forse, dovremmo imparare più a fare esperienza che non a parlare. Imparare a vivere e non a giudicare.

I pregiudizi fanno sì che la nostra vita sia già preconfezionata, senza alcuna possibilità di sperimentazione o tuttalpiù minima. Ma la vita non è questo perché ci offre sempre l’occasione di conoscerla, di capire che è una delle cose più imprevedibili e sorprendenti… possiamo prevedere, ma non dare per certo quello che accadrà nel giro di un’ora o un anno. Possiamo prevedere il tempo atmosferico, ipotizzare che domani un acquazzone porterà con sé anche raffiche di vento mai viste, e possiamo anche dire che tra qualche secolo la nostra specie si estinguerà, ma appartiene tutto al campo delle incertezze. E così siamo anche noi, le persone lo sono: cambiamo in continuazione, per vivere al meglio, per divertirci…

I pregiudizi inibiscono tutto questo. Sono come un freno che rallenta la nostra evoluzione, impedendoci di modificarci per meglio adattarci alle situazioni. Ma soprattutto vanno a danneggiare alcune delle cose più importanti nella nostra vita: le relazioni. Un’idea preconcetta impedisce ad una persona di presentarsi ai nostri occhi in quanto tale, se non per come vogliamo vederlo noi.

I pregiudizi sono un po’ come una maschera, una patina che pian piano inizia ad offuscare la nostra vita.

Alexandra Romano

“Questo mondo corre troppo”

Questo mondo corre troppo e non ci dà il tempo di vivere, o almeno, di farlo con i dovuti tempi. Siamo nell’era in cui tutto scorre velocemente come una corrente marina, o meglio, una cascata: trascina con sé quasi tutto il passato spesso rendendolo dimenticanza, insignificante. Quante volte ci capita di vedere un post su un social e tre secondi dopo subito scompare, catapultato da altri più recenti? Così accade con le news: una notizia importante ha la stessa durata di una riguardante l’intrattenimento. Così accade con i sentimenti: nel mondo social anche essi vengono trasportati con la velocità del vento e celati con il filtro odierno più potente.

Stiamo correndo troppo e questa corsa ci sta accorciando la vita, ci sta smorzando l’anima. Sì, perché diamo meno peso alle cose, ai sentimenti e agli attimi importanti: non ne abbiamo il tempo!
Tutta questa rapidità fa anche sì che ciò che si fa, si dice e si vive sia il più piccolo possibile: chiamate istantanee, post o articoli molto corti, sguardi negli occhi fuggitivi. La maggior parte della nostra vita è dedita alla simultaneità e alla simulazione. Viviamo di verosimiglianza o invenzione, di immagine, ma non più di realtà. Oppure poco. Viviamo ventiquattro ore su ventiquattro su un palcoscenico di dubbia costruzione, senza sapere spesso che parte recitare, qualche ruolo interpretare. Siamo i migliori attori non protagonisti nella vita di persone con cui dovremmo recitare le parti principali.

Oggi, viviamo poco e vediamo tantissimo, o tutt’al più guardiamo. Siamo abituati a viverci la vita ma facendolo a stento. Viviamo con gli altri guardando le loro storie su Instagram, li ascoltiamo leggendo i loro post, ma non è detto che questo avvenga con attenzione. Queste cose sono il mero prodotto di una quotidianità pregna di social e mondi virtuali. Non ho scelto il verbo vedere perché avevo bisogno di un sinonimo: “vedere” non implica quell’attenzione di cui abbiamo bisogno per “guardare”. Spesso, partecipiamo virtualmente alla vita degli altri, ma senza neanche accorgercene. Molto di quello che facciamo è pura abitudine, tanto da dargli poca rilevanza.

I social dovrebbero essere un surrogato, una qualche aggiunta per arricchire le nostre relazioni, il nostro “tenerci in contatto”, ma non sostituire la vita. Certo, grazie ai social siamo molto più vicini quando siamo lontani chilometri; possiamo comunicare nell’immediato… ma non devono diventare sostituti della vita, del vivere.

Alexandra Romano

La violenza non serve: “supervalutiamo” il bene!

“Prima di metter le mani addosso
A chi ti ha solo capito male
Ascolta dentro te stesso”
(…)

Recitava così una canzone dei Pooh nel lontano 2004, il cui titolo, “Ascolta”, è anche quello dell’album. Penso che in questi tre versi ci sia tutto: poesia, umanità, realtà, tristezza, ragione, paura… certo, non bastano per descrivere tutte le atrocità che abbiamo commesso gli uni contro gli altri su questo pianeta, ma esemplificano in maniera molto chiara e non banale un sacco di cose. Maltrattamenti, omicidi… secondo me, tre sono le parole che descrivono ognuna di queste frasi: violenza, incomprensione, riflessione.
La prima parola è una di quelle che non dovrebbero esistere nel nostro lessico, che compaiono nel vocabolario per motivi spiacevoli.

E’ da un po’ che mi chiedo, forse troppo spesso, perché ci schiantiamo l’uno contro l’altra. Com’è possibile che siamo arrivati a creare delle armi per distruggere noi stessi, e soprattutto con quale forza d’animo riusciamo a puntare una pistola contro qualcuno che ha solo qualche anno di vita? Come riusciamo a lanciare, pestare, gridare contro dei cuccioli, animali o umani che siano?

Ho visto bambini essere picchiati solo perché non facevano quello che indicavano loro gli adulti; ricevere una sberla in faccia perché volevano un giocattolo in più o stare altri cinque minuti al mare. Ho ascoltato telegiornali parlare di femminicidi, donne maltrattate dai loro fidanzati o mariti per delle incomprensioni, donne che non potevano più vivere la loro vita, decidere per se stesse divorate dalla paura… Ho guardato notiziari che raccontavano di bambini uccisi addirittura dai loro genitori, amici scannarsi tra di loro… risse nate da un cocktail o un motivo, spesso stupido di fronte ad una costola rotta o il fin di vita.

Dovremmo rabbrividire in un modo ineguagliabile al pensiero che oggi, nella lista dei possibili omicidi, potrebbe esserci quello di un padre contro il proprio figlio, di un ragazzo (o di una ragazza) contro la propria fidanzata… persone che dovrebbero amarsi come non mai, che una volta dicevano di amarsi, volersi bene.
L’amore non è questo. Per quanto pieno di spine, sentieri tortuosi: il bene più puro non può condurre alla violenza. Ad una lacrima sì, ma non ad una goccia di sangue.

La violenza non serve!

Si sente ovunque di assassinii avvenuti per gelosia, invidia o per il puro gusto di farlo. Attentati che spazzano via centinaia di vite, in molti paesi d’Europa e nel mondo. Oggi diffondere violenza di ogni tipo, anche la più minima, è diventata quasi prassi, per non parlare del cyberbullismo: se ne alimenta con la velocità di un fulmine e se ne distribuisce come l’aria. Ma smettiamola!
Smettiamola di disprezzarci, di alimentare odio, di sentirci soli (anche se così solidali tra noi non lo siamo).
È un ossimoro: detestiamo la solitudine estrema, eppure, non preserviamo al meglio le relazioni. Ci chiudiamo peggio di una conchiglia, serbiamo mari di segreti, parole e gesti inespressi… basta!
Siamo arrivati a questo punto proprio perché non abbiamo sfruttato la parola, abbiamo lasciato correre… fino ad arrivare all’incomprensione, ad oltrepassare il limite.

Supervalutiamo il bene”

Non dobbiamo abituarci a tutto questo, nonostante sia sempre più frequente: la violenza non porta mai a niente, se non ad altro male. Neanche per un secondo dovremmo pensare che ormai il mondo è cambiato, procede in maniera perversa, perché siamo noi umani a farlo cambiare. Abitiamo su un pianeta che ci consente di fare tutto quello che è in nostro potere.
Bisogna parlare, la caratteristica più bella di cui ci ha dotati la natura, altrimenti a cosa ci serve? Bisogna abbracciarsi se qualcosa non va e la voglia di farlo fermenta dentro di noi. Bisogna amarsi se lo si desidera più che mai e lasciare l’orgoglio da parte, al massimo per un secondo momento.
Se proprio vogliamo vivere nell’eccesso, proviamo, almeno per una volta a vivere in un eccesso d’amore: proviamo a
supervalutare la pace e il bene.

Alexandra Romano

Maschera: un filtro che non ci consente di essere.

E se la mattina ci svegliassimo e gettassimo la maschera, “indossando” chi siamo veramente? Già, se eliminassimo quel fottuto specchio che ci consente di truccare ciò che siamo, ciò che magari di più bello abbiamo: i nostri difetti. Anche quelli arricchiscono i nostri lati migliori.
Un po’ come due metà che insieme formano il tutto. Un po’ come un fiore, una rosa, a cui non rinunceremmo per il costo del spine.

E anche noi siamo fatti di “rose” e di “spine”, e senza le nostre imperfezioni tutto diventerebbe monotono: non ci sarebbe più il bisogno di sperimentare, provare, migliorare.

Se la mattina ci svegliassimo e pensassimo a migliorare qualcosa di noi, ad essere noi stessi, piuttosto che arricchire quella maschera che non ci consente di vivere, ma apparire.
Anziché togliere le spine, dovremmo cercare di trovare una sorta di armonia con esse.
Sarebbe bello se saltassimo direttamente a ciò che faremo una volta fuori casa, comportandoci nella naturalezza più assoluta.

Siamo diventati la maschera che indossiamo

Abbiamo perso il coraggio di guardarci negli occhi, o se lo facciamo, lo facciamo con un qualche filtro. Non riusciamo per un attimo a discostarci dal ruolo che ci hanno assegnato, che ci Siamo assegnati: è come se la cosa ci intimorisse. Quando conosciamo qualcuno indossiamo, tra le tante, magari la maschera più bella che abbiamo. Nulla di più.
Ma non siamo noi.

Gli incontri, nel mondo “ultra tecnologico”, hanno finito per disintegrarsi della loro importanza: più che avvicinarci, ci allontanano. Non sarà capitato a pochi di aver cambiato il giudizio o le intenzioni con una persona, dopo averla incontrata “al buio”.
A volte, preferiamo rimanere al “rapporto online”, per evitare di restare “delusi” dalle nostre aspettative. Oppure troviamo nuovi motivi per erigere altre barriere tra di noi.
Insomma, l’essere umano è nato per complicarsi la vita: se non è continuamente in bilico tra i se e i ma, non riesce ad alimentare il suo cervello. E lo dimostrano anni e anni di ricerca scientifica.

Parlare è bellissimo, il linguaggio è forse uno dei doni più grandi che abbiamo ricevuto. Personalmente, non potrei vivere senza una chiacchierata o una parola spiaccicata su un foglio.
Non sprechiamo così ciò che dovrebbe essere un privilegio.

Alexandra Romano