Misery di Stephen King (1987) – RECENSIONE

Per me l’estate è il momento in cui le passioni, riscaldate dal tepore dei raggi del sole, trovano la loro massima espressione. Si legge, si suona, si scrive. Ci si emoziona. Quando scocca l’ultima ora di lavoro o si accetta il voto dell’ultimo esame della sessione è come se, ogni volta, rinascessimo nel corpo e nello spirito. Misery è un grande romanzo psicologico, a tratti influenzato dalla psicoanalisi froidiana, perché le sfumature della psiche rigettate ai confini dell’immaginario collettivo. I lati più oscuri dell’essere umano in quanto tale, riescono a esprimersi sotto forma di nevrosi ed esasperazione nei due protagonisti.

La mia recensione…

In estate, quel senso di costrizione che attanaglia il nostro istinto sparisce nella pioggia di stagione, lasciando spazio alla nostra essenza. Annie e Paul mi hanno accompagnata in questa transizione, con i loro pregi e difetti, poi hanno deciso di lasciarmi dopo qualche settimana.
L’abilità di orchestrare le storie più impensabili, più introspettive e arricchirle di dettagli e descrizioni azzeccate resta un pregio indiscusso di Stephen King. La storia di Misery è un elogio alla scrittura e al rapporto tra scrittore e lettore, la trama secondaria che viaggia su un binario parallelo a quello della principale.
Eppure King non è solo un “mago dell’horror”, ma anche un grande psicanalista. Servendosi di personaggi come quello degenerato (ma eccezionale) di Annie, King mostra i lati più oscuri dell’essere umano. Li porta alla massima potenza e li racconta per quello che sono, senza freni inibitori o convenzioni imposte dalle società civilizzate.

Annie è la pecora nera del villaggio, che colleziona le figurine delle sue vittime, ma ha anche una grande ossesione: Misery, una saga che terminerà con la morte della protagonista a cui Annie non riuscirà mai a dare una spiegazione. Ed è qui che emerge il lato oscuro della psiche umana, quell’istinto represso che riesce a esprimersi solo nella sua forma peggiore.
Nella figura di Paul, invece, ritroviamo l’istinto di sopravvivenza. Quello che ci rende vivi e di fronte al quale ogni differenza tra gli esseri viventi più diversi si riduce a un grumo di sabbia. Paul è uno scrittore famoso, che in seguito a un incidente perde la capacità di camminare e diventa ostaggio di Annie e delle sue manie. Ma entrambi sono accomunati da quel senso di costrizione, dal peso della società che impone agli individui di comportarsi secondo norme prescritte e non secondo la loro natura. Quindi ecco che trionfa anche il suo lato oscuro, che gli permetterà di riacquisire quella libertà persa.

L’impianto psicologico dietro Misery

Misery si fonda sulla contraddizione tra uomo, in quanto individuo con le pulsioni e i suoi desideri, e società, la sovrastruttura marxista che impone la sua ideologia sull’uomo. In questa imposizione, sono insiti anche i limiti delle pulsioni sessuali e aggressive, senza i quali la civiltà non potrebbe realizzarsi. Tuttavia, l’uomo (la struttura per Marx) è l’impalcatura che sostiene e che dà senso alla società. Per Marx gli uomini sono le forze produttive, per Freud sono individui assoggettati alle normative, che entrano in uno stato di nevrosi. Annie non riesce a risolvere il suo conflitto con la società, così si rinchiude in una casa in campagna e quando incontra Paul le sue nevrosi sfociano in impulsi irrefrenabili.

“La zona morta” di Stephen King (1979) – RECENSIONE

Il mio rapporto con la scrittura di King non è stato facile. All’inizio non ho apprezzato il suo modo di scrivere. Forse per l’età, in quanto ho letto il suo primo romanzo intorno ai quindici/sedici anni; forse perché i miei gusti letterari erano ancora indefinibili. Ricordo che in quei due romanzi che lessi, la trama veniva lasciata sospesa nel vuoto, lasciando al lettore libera immaginazione. All’epoca, provai molto fastidio per questo ma, ripensandoci, è un modo per coinvolgere il lettore in prima linea. Troppo spesso gli autori, talvolta accecati dall’amore nei confronti della propria creatura, dimenticano il loro interlocutore, componente tutt’altro che secondaria. Senza un seguito di lettori un libro è condannato all’oblio. Dunque con romanzi non “tradizionalmente conclusivi” egli può prefigurarsi nella mente il proprio finale sulla base delle proprie convinzioni, della propria cultura e della propria concezione della storia.
Ma La zona morta – insieme ad altri romanzi come Le Creature del buio o L’incendiaria, di cui vi parlerò in seguito – mi ha fatta ricredere e nel prossimo paragrafo vi spiegherò perché.

La zona morta: la mia recensione…

La storia recensita in questo articolo è un romanzo del 1979, intitolato La zona morta, capolavoro sull’introspezione che illustra come un percorso di malattia cambia la vita a un uomo, diventando l’occasione per scoprire meglio sé stessi.
Johnny è uomo semplice. Insegna alle superiori e, forte nell’ironia, conquista Sarah, donna sfiduciata per la sua ultima esperienza con il genere umano. Il loro è un legame maturo, che nasce tra una riunione e una pausa pranzo, ma quando è pronto a trasformarsi in amore, Johnny subisce un grave incidente stradale e finisce in coma per quattro anni. Al suo risveglio, si ritrova con una nuova sensibilità, diventando capace di cose inenarrabili.

In quegli anni cambiano molte cose. Il padre, esasperato dal fanatismo religioso della moglie, arriva a sperare che muoia e Sarah si costruisce la vita tradizionalista di ogni donna borghese, con accanto un uomo che punta a diventare l’avvocato più rinomato d’America. Eppure quegli anni saranno necessari a creare quella zona morta nella sua mente, prezzo ultimo da pagare per quella capacità extrasensoriale che Johnny respingerà con tutte le sue forze. Eppure sarà grazie a quel potere psionico che Johnny vivrà l’ora di passione tanto agognata con la sua Sarah.

La nuova facoltà del protagonista, la telepatia, getta un ponte sull’insensibilità odierna dell’uomo. È uno specchio sui retroscena della politica più sporca, che si maschera di finto buonismo e ironia, ma in realtà è fatta di corruzione e criminalità. Greg Stillson è il colletto bianco per antonomasia. Un uomo privo di scrupoli che non prova tenerezza neanche di fronte a un amico a quattro zampe. Un uomo venuto dalla miseria ma che, entrato in politica, ha dimenticato le sue origini. Vigliacco da assumere degli “strozzini” per intimorire ogni suo nemico. Così, quando Johnny gli stringerà la mano, vedrà il futuro ne suoi occhi e sarà costretto a prendere una decisione che gli costerà ogni cosa. Forse, perfino la vita.

Alexandra Romano

“Io, Robot” di Isaac Asimov (1950) – RECENSIONE

  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
  3. Esso deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Capostipite del connubio perfetto tra uomo e tecnologia, emozione e opzione, Asimov ha concepito una trama fonte di riflessione sul progresso tecnologico. La singolarità tecnologica, la nuova corsa allo spazio, rischia di renderci “biologicamente obsoleti”, trasformando macchine e applicazioni nella forma di vita dominante. Il romanzo è strutturato in nove storie interconnesse da un unico filo conduttore che ci consente di interrogarci sul senso dell’esistenza dei robot. Trama intrigante e scorrevole, a tratti quasi vicina a un saggio, perché assume lo scopo di farci interrogare sulla tecnologia. Quanto si evolverà? Ci supererà in quando esseri dominanti sulla terra o conviverà al nostro fianco fungendo da spalla destra?

Io, Robot : la mia recensione

La storia del legame tra una bambina e un robot

Il romanzo si apre con una storia di una bambina, Gloria, e la sua dolce amicizia con Robbie, un robot sociale creato per scopi relazionali. Asimov riesce a raggiungere, con l’eleganza delle sue parole, anche i sentimenti più genuini di una bambina nei confronti di un congegno elettronico. Eppure, in quel robot c’è qualcosa di più. Malgrado le continue ramanzine e i tentativi di sua madre di separarla dal suo amico di silicio, nessuno riuscirà a spezzare questo “legame”. Perché Robbie è in grado di provare emozioni come ogni essere vivente e il suo destino non è certo in una fabbrica di cemento. Antesignano dei robot odierni, intelligente, empatico, Robbie avverte i pericoli e le emozioni dell’uomo. Emerge inoltre anche il sentimento del tempo del Novecento, fatto della paura della disoccupazione, causata dall’introduzione di macchine che, in realtà, hanno la finalità di emanciparlo dai lavori più stancanti. Ma siamo davvero sicuro che, con il progredire della ricerca, avremo sempre tutto sotto controllo?

Speedy: un robot speciale

Questa storia invece è l’emblema di uno dei principali archetipi della fantascienza novecentesca, nonché la conquista dello spazio, di nuovi universi, in questo caso Mercurio. Due scienziati vengono inviati per effettuare delle operazioni di aggiusto su Speedy, uno dei robot più intelligenti progettati e lanciati nello spazio, in quanto capace di controllare una stazione spaziale. I due scienziati non riusciranno però facilmente nella loro impresa. Speedy uscirà fuori controllo e saranno costretti a cercarlo per diverso tempo, rischiando anche la vita a causa delle elevate temperature su Mercurio. I due uomini saranno pertanto costretti ad affidarsi alla potenza, un po’ rudimentale, di due grandi robot industriali. In realtà, però, uno dei due è più intelligente di quanto si possa pensare. Questi ci riporta all’androide dickiano presente in “Do Androids Dream of Electric Sheep?”, che si interroga sul senso del propria esistenza, e comprende di essere stato creato con uno specifico fine.

Uno degli aspetti che più mi hanno colpita è la considerazione, dell’autore, dei robot come degli esseri pensanti, capaci di provare sentimenti. Asimov, insieme a Dick, ha anticipato anni e anni prima i progressi della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, inscenando storie che hanno come protagonisti esseri empatici, dotati di iniziativa personale e simboleggianti anche il superamento dei confini. Ancora oggi diverse persone sono scettiche nei confronti del progresso tecnologico, ignorando i vantaggi in termini umani e sociali a cui esso potrebbe condurre, ma qual è la linea sottile che separa umano da inumano? Quali potrebbero essere le conseguenze di un mondo in cui la tecnologia diventa protagonista indiscussa della scena?

Alexandra Romano

Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca di un’alternativa al limite umano

Premessa

"Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca costante di un'alternativa alla limitatezza umana" è il titolo della mia tesi di laurea...

Il motivo che mi ha spinta a fare ricerca su un argomento profondo e talvolta ostico come la morte, è dovuto all’interessamento ad alcune tematiche – trattate dallo stesso mito – e alcune scoperte che da sempre cercano di smentirla. Frankenstein è uno dei miti più conosciuti e attuali di tutti i tempi per la capacità di inscenare la tracotanza che da sempre caratterizza gli scienziati – il cosiddetto mad scientist nasce proprio insieme al mito – e di riflettere la crisi di uno dei pilastri su cui si è retto il nostro immaginario per generazioni: la religione. Ogni singola creazione – dal galvanismo alla nascita della defibrillazione del pace-maker – che ha cercato di scongiurare il nostro più grande limite, è stata inizialmente accolta dall’opinione pubblica come blasfema, perché anima l’uomo non più per volere di Dio, ma per quello di un altro uomo che si eleva a egli. Frankenstein ha riscosso forti critiche negative all’inizio, perché rifletteva alcuni di questi timori contemporanei tra le parole di una trama forte e cruenta, ma è stato forse il primo racconto che ha cercato di dare ragione a quello sforzo tanto difficile che è l’accettazione. L’accettazione per la scomparsa di un caro.
Qui vi lascerò l’introduzione alla mia tesi di laurea.
Spero vi piaccia!

Introduzione

Alla domanda “qual è il mito più saldo e invischiato di verità, finzione e futurismo di tutti i tempi?”, non si può rispondere senza fare riferimento a Frankenstein. Le suggestioni scientifiche che rimettono in discussione il modo di pensare l’essere umano, i drammi dell’individuo contemporaneo all’interno della società, la ricerca instancabile di una soluzione al conto alla rovescia dato dalla biologia dell’organismo… questi sono solo alcuni dei punti più importanti che la Shelley ha affrontato, a soli diciannove anni, tessendo le fila di un discorso suscettibile di essere applicato ogni qualvolta nuove scoperte o invenzioni sollevano perplessità di tipo antropologico-filosofico.
Terminata nel 1817 e pubblicata in forma anonima nel marzo del 1818 dalla Handing, Mavor & Jones, l’opera di Mary Shelley ha avuto ai suoi inizi un riscontro negativo da parte della critica, che l’ha giudicata un «tessuto di orribili e disgustose assurdità». In realtà però, questa non rappresenta altro che una piccola tappa del lungo cammino che il mito ha attraversato, di epoca in epoca e di continente in continente, perché ha offerto importanti spunti di riflessione in diversi campi disciplinari. Dal peso del pregiudizio e del solipsismo in ambito sociale; passando per il complesso edipico – rielaborato in una chiave più gotic – e la dolorosa influenza delle convenzioni sociali sull’animo in quello psicologico; fino ad arrivare a quello scientifico che dal galvanismo sino al transumanesimo inaugurerà una lunga stagione di scoperte ed esperimenti volti a superare i nostri confini biologicamente tracciati.
Il titolo, emblematico per la nostra riflessione, offre una doppia pista al lettore a partire dal nome dello scienziato: Frankenstein. La presenza di un nome tedesco costituisce una promessa di brividi inenarrabili, un richiamo al tenebroso e all’occulto. Nell’Ottocento, infatti, la diffusione di alcune tradizioni sovrannaturali in Germania ha avuto un impatto tale da far sì che, per questo e per il secolo successivo, l’intera nazione venisse considerata la miniera d’oro del gotic e del fantasy.
La seconda pista invece, delineata dall’iconico sottotitolo, “or the modern Prometeus”, ci rimanda a una concezione moderna del mondo classico, libertaria, nella quale risalta il titano che ruba il fuoco agli dèi per consegnarlo agli uomini che, secondo alcune versioni, avrebbe plasmato lo stesso essere umano. Ribelle, ingegnoso e in perenne lotta con i propri limiti. Prometeo incarna però anche il dio latino che dalla lavorazione dell’argilla avrebbe creato l’uomo, ed è “moderno” nella misura in cui si riferisce al nome di uno scienziato che, con i suoi esperimenti, ha rivoluzionato il modo di concepire l’elettricità: Benjamin Franklin – il cui nome non a caso è assonante a Frankenstein che, in qualche modo, ne costituisce un elogio.
La genialità di Mary Shelley è insita nella sua perspicacia, che le ha consentito di carpire alcuni dei fermenti rivoluzionari che hanno stravolto la società del suo tempo, tra cui la Rivoluzione francese, la manipolazione dell’elettricità, il galvanismo. Eventi che, come si evince dal sottotitolo e dalla narrativa che lo accompagna, hanno contribuito al “potenziamento” naturale dell’uomo e alla secolarizzazione del pensiero occidentale. Man mano che la scienza ha progredito, l’uomo si è reso sempre più autonomo dalle verità rivelate e dalle illusioni in esse riposte, per acquisire la consapevolezza di essere l’unico artefice del proprio destino.
Fino a che punto questa consapevolezza si è potuta considerare tale, senza trasformarsi in modo significativo, al punto di diventare una pericolosa concezione di “onnipotenza” con l’effetto perverso di rendere invisibile ogni confine ai suoi occhi? È un po’ ciò che accade oggi all’interno del transumanesimo e delle nuove discipline del XXI secolo, che giungono perfino all’idea di manipolare, penetrare e alterare il cervello umano. Cosa ci assicura che un “miglioramento” cerebrale condurrà la nostra specie a un gradino più in alto della scala evolutiva, e non smonterà semplicemente una nuova illusione, traducendosi perfino in regresso?
Il Prometeo moderno assolve allora anche alla funzione metaforica di velo trasparente permettendo al lettore, attraverso le sue continue rielaborazioni nel cinema, nella televisione e nel teatro – oggetto del primo capitolo – di scrutare la hybris che caratterizza lo scienziato moderno, capace di sovvertire ogni genere di regola pur di raggiungere dei progressi.

Qualche decennio prima che la Shelley concepisse la sua “creatura”, qualcun altro ha avuto idee altrettanto sconvolgenti, che però esulano dall’ambito prettamente narrativo. Basta fare un piccolo salto geografico e spostarsi in Italia, di preciso a Bologna, dove un fisico fuori dal comune, verso la fine del 1700, ha iniziato a studiare la cosiddetta “elettricità animale”: Luigi Galvani. Con i suoi esperimenti egli ha influenzato il pensiero scientifico dell’intero secolo successivo, plasmando una nuova dottrina scientifica, meglio nota come galvanismo – tema cardine del secondo capitolo – che in Frankenstein trova la sua piena realizzazione, il suo alter ego, con la rinascita di una creatura attraverso le mani di un uomo.
L’oggetto degli studi di Galvani erano le sezioni del corpo di piccoli animali, per lo più rane, perché egli voleva dimostrare che le contrazioni delle zampe si verificano quando, in apparenza, non c’è nessun’altra elettricità a poterle causare – se non quella speciale, estremamente debole, già esistente al loro interno. Per lo studioso esisteva una stretta connessione tra elettricità e vita, poiché egli pensava che l’elettricità fosse prodotta dal cervello, distribuita e conservata nei muscoli attraverso i nervi. Se essa rimaneva nei muscoli delle rane quando erano morte stecchite, allora sarebbe rimasta anche nei muscoli degli uomini che si trovassero nello stesso stato. «Victor Frankenstein, partendo da queste ipotesi e cosciente che, se per la zampetta di una rana era necessaria una piccola quantità di elettricità, per “riavviare” un intero essere umano ne sarebbe servita una quantità enorme, capisce dunque che ha bisogno di tutta la forza del fulmine».
Si pensa, tuttavia, che siano stati i più recenti esperimenti del nipote di Galvani, Giovanni Aldini – il quale può essere considerato a pieno titolo l’erede del galvanismo – che ha portato avanti le ricerche di suo zio, spingendosi ben oltre. Infatti, i suoi studi sono stati condotti sulle parti di cadaveri umani. L’avvento del “Prometeo moderno” ha costituito poi il trampolino di lancio per un dibattito attorno a un tema molto interessante, nonché cercare di resuscitare i morti con l’uso dell’elettricità. Un’ipotesi resa possibile dalla concezione diffusa, a partire dalle speculazioni di Isaac Newton, in merito all’affinità tra «il “fluido elettrico” dei fisici e il “fluido nervoso” dei fisiologi» – l’elettricità sarà sempre più considerata il principio alla base di ogni forma di vita. Le numerose discussioni attorno al tema hanno preparato ulteriormente il terreno per la comparsa di alcune delle pratiche mediche, tuttora attuali, più importanti nella nostra storia di “posticipazione” della scadenza prefissata. Tra queste si annoverano la Rianimazione, la Ventilazione artificiale, la macchina cuore-polmone. Benché l’elettricità favorisca una concezione dell’uomo alla stregua di una macchina, suscettibile di manipolazioni analoghe come la sostituzione di componenti “obsolete” con altre più efficienti – e ciò sarà rafforzato dall’introduzione della Cibernetica negli anni Quaranta del XX secolo – essa condurrà comunque ad altre invenzioni, più recenti, che consentiranno di allungare di gran lunga il nostro percorso biologico: il Pacemaker e la Defibrillazione. Due pratiche che si sposano a perfezione con i tentativi del dottor Frankenstein e condividono con quest’ultimo l’ausilio di scosse elettriche per ravvivare il muscolo cardiaco.
Tuttavia, sappiamo che il tentativo di scongiurare la morte non è certo una tendenza contemporanea e che le sue radici, in un modo o nell’altro, sono insite nella natura dell’essere umano. Chi non sperimenterebbe la possibilità di allungare la durata della propria esistenza o di levigare, oggi più di ieri, quegli aspetti deprecabili, anche da un punto di vista cognitivo poiché, ormai, le capacità delle macchine rischiano – ed è già accaduto in parte – di superare le nostre? Chi non si metterebbe in gioco per migliorare, come cercò di fare il dottor Frankenstein, seppure con scarso risultato, le condizioni della natura umana?
È sulla seconda ipotesi esposta che si concentrano il terzo capitolo e gli obiettivi principali del transumanesimo, il cui termine è stato coniato dal biologo e filosofo inglese Julian Huxley nel suo saggio omonimo (1957), riferendosi al miglioramento della condizione umana attraverso il cambiamento sociale e culturale. «Il saggio e il nome sono stati poi adottati come fondamento del movimento transumanista, che ne enfatizza la tecnologia materiale».
L’etica di fondo, da come possiamo constatare, era ben diversa dal contesto odierno in cui scenari da film fantascientifici hanno attraversato la membrana che separa la realtà dalla finzione, rendendola sempre più labile, e si sono insinuati nella nostra routine. Le previsioni (e invenzioni) di alcuni dei più importanti scrittori o registi non sono più tanto lontane. Per fare un esempio molto semplice, il “videofono” attraverso cui i personaggi dickiani comunicavano tra di loro, allora possibile e degno erede del telefono, si è oggi incarnato a tutti gli effetti all’interno degli smartphone. Oppure il famoso robot del romanzo di Isaac Asimov (Io, robot, 1950) capace di provare sentimenti e di comunicare con l’essere umano, può essere oggi equiparato al deep learning – che rispecchia molto il nostro modo di apprendere – o ai futuri “badanti in silicio” che prima o poi diventeranno una realtà nelle case di riposo.

La domanda principale è fino a quando l’uomo potrà sfidare i propri limiti, senza generare delle ripercussioni importanti su se stesso, anche negative? Fino a che punto egli potrà assecondare disinvolto il proprio ego, assistendo e contribuendo al progresso tecnologico, senza che questi diventi l’emblema della condizione di precarietà alla quale egli è condannato?

"Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca costante di un'alternativa alla limitatezza umana" è il titolo della mia tesi di laurea...

Alexandra Romano

“Frankenstein or the modern Prometheus” di Mary Shelley (1818) – RECENSIONE

Alla domanda “qual è il mito più saldo e invischiato di verità, finzione e futurismo di tutti i tempi?”, non si può rispondere senza fare riferimento a Frankenstein. Le suggestioni scientifiche che rimettono in discussione il modo di pensare l’essere umano, i drammi dell’individuo contemporaneo all’interno della società… questi sono solo alcuni dei temi che la Shelley ha affrontato, appena diciannovenne, tessendo le fila di un discorso senza tempo.

Illustrazione dall’edizione di Frankenstein del 1831

Pubblicata in forma anonima nel marzo del 1818 dalla Handing, Mavor & Jones, la scrittrice ha raccontato che l’ispirazione per lopera è giunta in seguito a un terribile incubo, in cui affiorava lo scienziato e la sua orripilante creazione. Agli inizi Frankenstein ha un riscontro negativo, perché riflette alcuni di dei timori contemporanei tra le parole di una trama forte e cruenta – e per questo suscettibile di essere applicata ogni qualvolta nuove scoperte o invenzioni sollevano perplessità antropologico-filosofiche. In realtà però, questa è solo una piccola tappa del lungo cammino che il mito ha attraversato, perché ha offerto diversi spunti di riflessione in più campi disciplinari.

Un mito atemporale, capace di attraversare le epoche da una generazione all’altra

Frankenstein è il racconto di un uomo che tenta, avvalendosi della conoscenza scientifica, di procreare la vita. E lo fa attraverso le basi della chimica, della filosofia naturale, ma dimenticando che questo ruolo spetta non a lui di natura. L’egregio scienziato, Victor Frankenstein, durante il suo viaggio in Inghilterra s’imbatte in un sfida ai limiti del possibile. Il risultato, naturalmente, non riesce come spera. Nessuno può alterare l’opera della Divina Provvidenza, generando un risultato che non è altri che un abominio in carne e ossa. L’utopia incarnata da un essere senza nome e senza passato, riflesso di una società immersa in un industria di massa che conforma l’individuo all’insieme.
Lo scienziato decide così di screditare la propria creatura, costituendo un emblematica testimonianza della limitatezza umana. La Creatura è così costretta a divenire malvagia per ottenere un po’ d’amore, data la forte noncuranza del suo Creatore di fronte ai suoi drammi. Il pregiudizio cui il suo orripilante volto la condanna, la sofferenza del diverso escluso perché disomogeneo a tutto il resto, la ribellione nei confronti di un percorso prefissato e di un’autorità che non fa le veci della sua creazione.

Un racconto in cui orrore e drammaticità si intrecciano, in cui il male dapprima trionfa sul bene, per poi non lasciare altro che dolore. Il mostro creato da Frankenstein è una creatura alla ricerca dell’amore… cosa che alla fine riesce a ottenere ma solo dopo tanti crimini commessi. Il male diventa l’unico modo per raggiungere il bene.

Il Transumanesimo: il nuovo Frankenstein contemporaneo…

Sul fronte scientifico, Frankenstein simboleggia il tentativo di posticipare – o perfino smentire – la morte, perché per la prima volta getta luce sulla tracotanza che caratterizza gli scienziati. Il mito si reincarna oggi all’interno del transumanesimo, che si richiama al miglioramento e all’estensione delle condizioni di vita attraverso la tecnologia. Non è più il caso della Defibrillazione o del Pacemaker che cercavano di allungare la nostra durata, ma di un’alterazione del nostro stesso patrimonio biologico. Oggi, start up come Neuralink di Elon Musk e Kernel di Bryan Johnson, mirano a inserire elettrodi wireless nel cervello per migliorarne le prestazioni o ripristinarne funzioni perse in seguito a traumi o malattie. Pare che l’idea di una fine del proprio percorso vitale, non sia più accettata o perfino tollerata dalla psiche moderna. Tuttavia, non conosciamo ancora le conseguenze che una sperimentazione di questo tipo comporterà per il nostro essere.

Le continue rielaborazioni culturali del mito da un’epoca all’altra

Del mito sono presenti molteplici rielaborazioni culturali che vanno dal primissimo adattamento teatrale del 1818 alla performance Radio Frankenstein del 2017. Nel cinema sono oltre settanta i film dedicati al romanzo, la maggior parte dei quali è basata sull’adattamento teatrale del 1927 Frankenstein: an Adventure in the Macabre di Peggy Webling, responsabile di aver alimentato i più conosciuti “cine-malintesi”. Ad esempio, Frankenstein viene scambiato per la Creatura; oppure siamo “abituati” a sentire il mostro grugnire perché nel film del 1931 la Creatura comunica attraverso i versi.
Tra i vari capolavori cinematografici spicca dunque la mini-serie creata da James Whale con Frankenstein (1931), Bride of Frankenstein (1935) e Son of Frankenstein (1939), pregna di un misto di significati che è possibile cogliere in una scena, in una parola, in un’azione. Poi c’è quella di Terence Fisher che inizia con The Course of Frankenstein (1957) composta da ben sei film.

La Creatura di Frankenstein nel film di James Whale del 1931.

Sul fronte letterario, il mito ha ispirato un filone che affonda le radici nella creazione in laboratorio, nelle manipolazioni genetiche e nel senso di onnipotenza dello scienziato moderno. L’isola del dottor Moureau di Wells, Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde di Stevenson, Il resuscitatore di Beccati sono solo alcuni degli infiniti esempi.


Nell’immaginario contemporaneo, in cui la serialità si è sostituita alla televisione, il mito ancora una volta è stato capace di evolversi e incarnarsi in prodotti audiovisivi, come il famoso caso di The Frankenstein Chronicles o Penny Dreadful. In quest’ultima, la Creatura che Frankenstein crea per poter finalmente soddisfare il desiderio di amore del mostro, diverrà un icona del femminismo. Delle guerre condotte dalle donne contro gli uomini avidi, contro chi si approfitta di loro o chi le usa semplicemente per i propri luridi fini.

Conclusioni

All’epoca, il galvanismo ha messo in discussione il concetto stesso di morte, gettando luce sulla speranza di poter riportare indietro i defunti. Non ci si è preoccupati troppo di violare uno dei pilastri fondamentali del nostro immaginario, che è l’illusione di una vita dopo la morte. Non ci si è neppure premurati delle implicazioni biologiche e psicologiche per un corpo che, secondo la Natura e il Divino, ha esaurito il suo tempo. Quale Creatura è mai nata all’interno di un laboratorio dall’assembramento eterogeneo di componenti anatomiche delle più diverse origini?
Una domanda che solleva un dibattito capace di toccare campi come la Genetica – e più che mai l’Ingegneria genetica – le Biotecnologie, la Trapiantologia, la Robotica e l’Intelligenza Artificiale. Il mito di Frankenstein ha inglobato ogni possibile sfumatura di tali assunti, invitando costantemente la coscienza collettiva a ragionare su questi ultimi.

Vi è dunque l’esistenza di un legame indissolubile tra scienza e immaginario, caratterizzate da un rapporto di co-costruzione, di dipendenza reciproca. Il mito della Shelley è l’esempio lampante di tale relazione. Concepito in un periodo di forte turbolenza scientifica, il mad doctor – che, lo ricordiamo, nasce insieme al mito – diventa una chiave d’interpretazione per riflettere sui progressi storici e recenti, ma anche per immaginare quelli futuri.

Alexandra Romano

ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 3° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 19

Un dirupo. È esattamente come un dirupo che sta per sfaldarsi che mi sento. Se anche questa volta accadrà, mi ricomporrò di tanti frammenti irregolari, sempre più fragili, pregando che non arrivi mai il giorno in cui mi romperò di nuovo e non riuscirò più a reinventarmi. Provo a guardare la realtà con gli occhi di chi non ha alcun timore, pensando che è tutto al suo posto e che niente è irrecuperabile, ma la verità è che tutto questo non mi appartiene. Non mi è mai appartenuto. Lancio il piumone con l’idea di prendermela con il mondo intero. Dalla schiena cadono rivoli di sudore, emblema di uno stato fisico dormiente per nulla sereno. Come posso esserlo? Come posso recuperare una condizione in cui non sono mai stata? Ho sempre vissuto con l’ansia che prima o poi arrivasse. Una semplice visione oppure un vero e proprio spostamento. Ho imparato a riconoscere i sintomi di quando stesse per accadere, acquisendo dimestichezza con nausea, vertigini,
tachicardia e qualche volta anche gravi contorsioni di stomaco. La prima notte che mi sono ritrovata fuori casa dopo una visione, è stata in spiaggia, avevo sei anni. Il fluire dell’acqua sulla schiena mi dà modo di riflettere ancora, e ancora. Riflettere anni e anni senza trovare una risposta. Strofino il sapone contro la pelle intorpidita dal freddo. Quando temevano che fossi affogata dovevo avere otto anni al massimo. Ero sott’acqua da almeno cinque minuti, un’onda più forte e mi ritrovai a galla, non riuscendo a raggiungere di nuovo il fondale. Qualcuno pensò che, come tutti i bambini, mi vergognassi a parlare o che temessi di farlo, perché sul mio volto non c’era traccia di paura, ma la realtà è che avrei potuto trascorrere altri cinque minuti senza ossigeno. Oggi, a mente fresca, tutto mi è più chiaro. Tampono il viso con l’asciugamano e spalanco gli occhi. Mi siedo a bordo vasca, a bocca aperta, adesso mi torna ogni cosa! Non è la prima volta che vedo quell’uomo. È comparso in molte delle visioni che Dio solo sa quanto mi danno per aver definito incubi, e mi ha sempre spaventata. O mi minacciava di farmi torture varie, o mi toccava con l’ortica e poi mi
comparivano delle bolle rosse enormi, e anche lì non l’ho mai visto in faccia. Ha sempre vissuto nella penombra della mia vita, in attesa del momento giusto per chiedere ciò che voleva. Me. So che è lui perché ha la stessa voce rauca e priva di suono, la stessa cattiveria… Grazie a quel figlio di Satana, le mie visioni sono state il trampolino di lancio verso psichiatri e neurologi di alto livello.

Sin dal primo momento il mio pediatra si è tirato fuori, definendo il caso complesso, difficile da valutare con i soli strumenti della Pediatria. L’ho odiato esattamente come l’ortica, insieme all’uomo delle visioni, che gli psicologi avevano definito riflesso distorto di natura inconscia della figura paterna, generato dall’assenza della stessa. Infilo un maglioncino bordeaux e dei pantaloni marroni, che rispecchiano appieno il mio umore: una merda. Sorvolo di nuovo la colazione e mi avvio verso la stazione, affollata di ricordi dolorosi, preoccupazioni che ancora oggi mi affliggono. Penso ancora alle prime visite mediche, a mia madre che mi tratta come una disagiata, senza concedermi un attimo di intimità. Mi ha perfino messo il sostegno a scuola, e tutti hanno sempre riso sotto al naso
quando passavo tra i banchi con lo sguardo desolato e gli occhi bassi, pensando che avessi qualche forma di autismo. Le visioni che di tanto in tanto mi capitava di avere a lezione, considerati i loro sintomi, aggravarono le cose. Gli psichiatri li definirono movimenti nervosi involontari, ai quali vennero accompagnati i rispettivi ansiolitici. Non potevo nascondere il mio stato fisico a nessuno, né riuscivo ad apprezzare gli innumerevoli sforzi economici di mia madre che mi sono costati la vita sociale, i brividi di quell’adolescenza che chiunque merita di sperimentare. Cerco un fazzoletto nella borsa per asciugare le lacrime, ma il dolore di quei momenti non lo cancellerà mai nessuno.

Alexandra Romano


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Se invece vuoi leggere un altro estratto, clicca qui -> Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 21.

E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 2° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Prologo

Nathan e Lilian sorridono commossi e percorrono i primi gradini di ghiaccio. La Torre reale, da sempre utilizzata solo per le incoronazioni, vanta di tre Troni diversi. Avvenuta l’incoronazione, in alto siede il nuovo Diamante, più in basso, al secondo, siede quello precedente. Al terzo Trono ci sono invece gli adepti di primo grado, la cui carica dura fino a quando i regnanti non decidono di rinnovarli.
«A breve venti compatrioti si imbarcheranno in un viaggio di sola andata. Non è un compito facile, anzi, non lo è per niente» un silenzio colmo di serietà e apprensione si fa spazio sulla scena. «Non posso escludere qualunque genere di ipotesi, quindi a tutte le vostre supposizioni la risposta è sì, tuttavia, riuscire in questa missione significherebbe raggiungere un grande traguardo. Nessuno ha ancora varcato il confine, ci aspetta di tutto lì fuori, ma se è vero che siamo nati per combattere, se è questa l’essenza della nostra vita, dobbiamo andare! Chi si sente pronto deve fare il grande salto, è ora il momento! La dea Iside ha appena ricevuto il nostro futuro re…»
«Sia lodata Iside! Lunga vita all’anima di Iside!»
«…il Pianeta è in pericolo e il principale responsabile è l’uomo, o meglio, lo diventerà. Grazie alla nostra suprema Madre, che ancora una volta ha voluto donarci la sua Sapienza, possiamo intervenire per cambiare le cose e, a questo punto, credo che la parola tocchi ai protagonisti.»
Nathan e Lilian salgono gli ultimi due gradini e raggiungono l’apice della Torre.
«Buongiorno a tutti» un inchino accompagna il discorso. «Ringraziamo le divinità per averci onorato di questa posizione, ne siamo immensamente grati, e per dimostrarlo manterremo sempre fede ai nostri doveri. Ringraziamo anche i sovrani per la fiducia nel cederci il loro posto, e a voi.»
«Non dovete ringraziare me ed Evaline, è la volontà divina che vi ha scelto. Il nostro compito è terminato, e da adesso saremo noi ad elogiarvi per la vostra protezione» Elvin si flette verso lo spazio tra lui ed Evaline e afferra lo scrigno contenente i due diamanti. Con un movimento noto ai soli sovrani, lo apre e sfiora i diamanti, il giusto per poterli porre sul capo dei futuri governanti. Nel mentre il popolo abbassa il capo.
«A nome di Iside, di Ermes, di me ed Evaline e di tutte le altre divinità, io vi dichiaro futuri sovrani del popolo dei Ventusmarin, e procreatori del Secondo Diamante del Mare. Da ora in poi, fino alla fine della vostra missione, avrete le redini di tutto lo Zaffiro.»
Nel cielo l’unione tra i due diamanti dà origine ad un’unica onda, che al ventesimo secondo sparisce tra le nuvole. Dopo la riverenza dei sovrani alla volontà degli dèi, la lode popolare accoglie il nuovo ordine.
«Dunque, è giunto il momento di annunciarvi la nostra consulta» esordisce Lilian. «Tra qualche secolo avverrà una grande rivoluzione. La chiameranno rivoluzione industriale, e sarà l’inizio che condurrà all’uso del petrolio, dell’acciaio, della plastica e di altri materiali artificiali che non conosciamo. Le risorse naturali verranno sfruttate fino a collassare, e… i rifiuti dell’uomo si riverseranno nella natura.»
«Quindi anche gli oceani saranno coinvolti?»
«Certo che lo saranno, gli oceani sono il cuore del pianeta, e purtroppo anche i ghiacciai.»
La parola sgomento è riduttiva per descrivere il misto di espressioni.
«I ghiacciai?»
Lilian emette un sospiro. «Non si tratta di cose smaltibili, quindi anche il solo inquinamento di un’area precisa si riverbera sull’intero ecosistema. Le sostanze rilasciate dal traffico dei trasporti via acqua aumenteranno, e dire che non intaccherà flora e fauna marine, significherebbe negare l’evidenza. L’uomo colonizzerà quasi tutto il Pianeta, e… e no… noi potremmo far parte delle sue prede, così come molte specie animali, che rischiano di essere catturate ed esibite per saziare alcune forme irrazionali di svago. Dobbiamo fermarlo con tutte le forze che abbiamo. Il Power Glice e l’Intuito sono la nostra arma più potente.»


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E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.