“The Ones” di Veronica Roth (2020) – RECENSIONE

Spesso si sottovaluta il genere fantasy/fantascientifico, ma sempre di più mi accorgo che fatti, emozioni e relazioni della vita reale non avrebbero lo stesso sapore, se non fossero raccontate con un pizzico di magia. The Ones ci invita a riflettere su drammi contemporanei come il terrorismo islamico, il potere indiscriminato delle grandi multinazionali a discapito di altri esseri viventi. The Ones è uno degli esempi per cui ho scelto di raccontare drammi quali separazioni, abbandoni, disastri naturali, in questo modo. La fantascienza spazza via il torpore di un racconto drammatico e ci consente di focalizzarci meglio sui dettagli che muovono la nostra parte riflessiva.

“The Ones”: la mia recensione…

Ambientato in una Chicago contemporanea, il romanzo di Veronica Roth è una spiaggia su cui fantasia e realtà si incontrano. Un mondo dove dei “Prescelti” combattono il male che si manifesta durante i Gorghi. I Gorghi simboleggiano la noncuranza con cui vengono rasi al suolo chilometri di foreste per erigere nuovi allevamenti intensivi. O, ancora, potrebbe essere un rinvio alle guerre del passato, all’olocausto, che hanno spezzato la vita di molte persone in un battito di ciglia. Il male si incarna in una figura incognita, l’Oscuro, che indossa una maschera diversa a seconda dei suoi fini. L’Oscuro è un essere deprecabile che vive sulle ceneri di ciò che l’umanità ha costruito per esistere e il terrore notturno che fa tremare gli animali in un bosco.

L’unica speranza per salvare il mondo è racchiusa in cinque ragazzi: Matthew, Sloane, Esther, Iris, Albie. Ognuno possiede un dono speciale, una piccola arma che può combatterlo. Infatti, qualche tempo fa, la loro unione è riuscita ad annientarlo, ma dopo l’ultima battaglia ognuno di loro ha cercato di superare il dramma dei Gorgi. Chi vive di benzodiazepine, chi si è costruito un’immagine sui social e chi, purtroppo, è caduto vittima di droghe. Poi c’è Sloane, che dopo il progetto governativo Immersione Profonda, non è stata più la stessa. Qualcosa di oscuro e potente le ha attraversato la pelle, l’Ago di Koshei, che resterà legato a lei per sempre.

La scomparsa di Albie determina il rovescio della medaglia. Una trasmigrazione imprevista su Genetrix, universo parallelo alla Terra, momento in cui The Ones raggiunge l’acme. I prescelti prenderanno parte a una missione che potrebbe determinare la sorte dell’umanità di Genetrix e della Terra. La magia è l’unica arma per sperare di vincere, una volta per tutte, contro l’Oscuro.

Alexandra Romano

“L’incendiaria ” di Stephen King (1980) – RECENSIONE

La capacità di King di maneggiare con cura e precisione due generi complessi, come l’horror e la fantascienza, lo rendono un guru per gli scrittori del futuro. La sospensione dell’incredulità con King riesce alla perfezione. Scrittura fluida e dettagli dosati con la meticolosità degli ingredienti di un dolce catapultano il lettore in una realtà altra. La ragione lascia spazio all’immaginazione e subentra la magia. L’effetto che ho sortito leggendo “Lincendiaria”. Romanzo scritto più di trent’anni fa, eppure moderno e scorrevole da conquistarsi un posto di tutto rispetto nella post-modernità. Perché “L’incendiaria” mette a nudo il lato più oscuro dell’essere umano, emblema di un’esistenza in bilico su una fune posta sul confine che separa i continenti del male e del bene.

“L’incendiaria”: la mia recensione…

Charlie è una bambina nata all’ombra dell’unione tra due ragazzi, Andy e Vicky, che diversi anni prima hanno preso parte a un esperimento incluso in un progetto per preservare la pace e la democrazia nel mondo. Tale esperimento includeva il Lot Six, una sostanza speciale che agisce sull’ipofisi, e che si concretizzerà nella sua massima espressione alla nascita della piccola.

La parapsicologia, scienza astratta agli occhi di molti, per i due diventerà un tarlo del quale non potranno più liberarsi. Vicky saprà aprire i cassetti o accendere il televisore solo con l’intenzione. Andy, invece, acquisirà la cosiddetta “spinta”, dote ipnotica che gli consente di avere tutto ciò che vuole dalle persone, non esente da conseguenze proprie e altrui. Più più farà pressione sulla sua mente, e più il dolore inizierà a inveirgli contro. Mentre il tentativo di aprirsi un varco in una mente altra, provoca nella medesima uno squilibrio che, se non rimediato in tempo, può condurre la stessa perfino al suicidio.

Impareranno a conviverci? A questo è difficile rispondere, specie se le scelte del passato possono ripercuotersi ripercuotersi sul presente, sulle persone che amiamo. Qui subentra Charlie, “l’incendiaria”, bambina più intelligente e matura di quanto possa immaginare. Il suo unico problema sono le emozioni. Charlie governa uno dei quattro elementi, il fuoco, e ogni cosa che prova può potenzialmente ardere un intero bosco. La sua pirocinesi metterà a dura prova la sua e l’esistenza di Vicky ed Andy.

È in questo frangente, nel delicato equilibrio che governa la vita della piccola, che si inserisce La Bottega. L’organizzazione governativa responsabile delle ripercussioni del Lot Six sulle gente e sarà sempre lei che inizierà a perseguitarli non appena la notizia dei poteri di Charlie giungerà ai piani alti. Due agenti sorveglieranno la famiglia e aspetteranno il momento giusto per rapire la bambina. Il momento giusto però si traduce nell’omicidio della madre, così Andy e Charlie dovranno iniziare a vedersela per conto loro, mentre il fantasma di Vicky resterà per sempre impresso nel cuore di Charlie.

Alexandra Romano

“L’amico immaginario” di Stephen Chbosky (2019) – RECENSIONE

Protagonista de “L’amico immaginario” è Christopher, un bambino orfano di padre, con una madre che si spezza in due per lui e poi vi è un terzo soggetto: l’uomo gentile. Un essere senza volto che appare sotto diverse forme: faccia di nuvola, un sacchetto di plastica che si muove. Parla con Christopher e gli dice di seguirlo. Il bambino, ignaro di ogni pericolo, lo ascolta e raggiunge il bosco di Mission Street: una miniera di segreti allucinanti che sembra essere popolata da spiriti. Christopher scompare per ben sei giorni e, quanto ritorna, è un’altra persona. Ha un amico “immaginario” con sé ed è molto più intelligente. Non ha più la dislessia e legge i libri in men che non si dica. Tutto questo ha però un prezzo, che di giorno in giorno diventerà più caro, a partire dalle sue forti emicranie.

Christopher e Kate sono appena fuggiti da Jerry, l’ex fidanzato di Kate che soffriva di alcolismo e la maltrattava giorno e notte. Un nuovo lavoro in una cittadina tranquilla, Mill Grove, e il bene tra una madre e suo figlio sono gli ingredienti perfetti per una vita felice. Tuttavia la scoperta che il bosco sia a soli due passi dall’abitazione le farà gelare il sangue. Nonostante prometterà alla madre di non ritornarci, il richiamo del bosco sarà più forte della volontà di Christopher. L’uomo gentile diventerà la sua spalla, il suo amico immaginario appunto, che lo condurrà alla strada per comprendere il suo insolito legame con il bosco. Christopher scoprirà di avere una missione: costruire una casa sull’albero. Non portarla a termine potrebbe condizionare le sorti stesse del mondo.

Entrando nel cuore de “L’amico immaginario” questa forma di intelligenza “potenziata” di Christopher si trasformerà in un virus benevolo che contagia chi gli sta attorno. Una trama invisibile che lega gli abitanti della cittadina come i fili di un gomitolo di lana. È la telepatia, che sintonizza gli esseri umani sulla stessa frequenza.

Christopher dovrà fare i conti con un nemico potente: la signora che sibila. Una specie di strega assetata di sangue che secoli prima ha massacrato il mondo, causato epidemie e ha generato il male tra gli esseri umani. L’unica soluzione era un bambino: David, una luce in mezzo al buio. Anche lui ha costruito una casa sull’albero e la sua anima ha placato per un po’ il perpetuarsi del male. Ma quando la signora che sibila lo ha intrappolato nella parte immaginaria, fino ai limiti estremi della sopravvivenza, il buio è ripiombato sulle popolazioni.

Alexandra Romano

La battaglia delle tre corone (Kendare Blake) – RECENSIONE

La battaglia delle tre corone è il primo capitolo di una saga, ideata da Kendare Blake, che ha scalato le classifiche del New York Times. Composto da un misto intrecci, misteri e sorprese, il romanzo si struttura secondo tre particolari punti di vista (in terza persona), che sono quelli delle tre regine novelle, Katharine, Arsinoe e Mirabella, delle quali solo una sopravvivrà: colei che salirà al trono. Separate alla nascita e spedite dritte in tre località differenti, ognuna di loro ha un potere, una specie di “forza”, che la contraddistingue dalle altre. La prima è un avvelenatrice, abituata sin dalla tenera età a ingerire grandi quantità di bacche di belladonna e altri frutti velenosi per diventare la degna erede della stirpe degli Arron. La seconda, invece, è capace di far sbocciare ogni tipo di fiore (o almeno dovrebbe essere così), anche se pare che il suo dono tardi a manifestarsi al meglio, e quindi farà affidamento spesso alla magia comune. La terza è un’elementale, in grado di generare violente tempeste, uragani e di far divampare le fiamme fin sopra il cielo.
Ognuna è costretta a conoscere i suoi pretendenti, potenziali re-consorti dell’isola, ma ogni incontro ha delle ripercussioni tutt’altro che scontate.

La battaglia delle tre corone: Katharine

Katharine è la regina di Greaversdrake, il palazzo reale degli Arron, gli avvelenatori più rinomati del regno. Sin dalle prime righe de La battaglia delle tre corone ho intravisto in questa regina una delle possibili chiavi di interpretazione che rinvia al dramma dell’anoressia, delle convenzioni sociali. Katharine è giovane, sempre più esile, e ogni volta che ingurgita enormi quantità di veleno, il suo corpo diventa via via più pallido, emaciato dagli sforzi. Eppure, tutta quella sofferenza a cui è costretta per tenere alto il nome della stirpe la fa apparire tanto fine ed elegante, nonostante il suo animo si tramuterà poi in quello più spietato pur di conquistare il trono. L’improvvisa morte del suo re-consorte, durante la loro prima notte di nozze, farà comprendere al lettore che il suo corpo è diventato più velenoso di un fungo di campagna.

La battaglia delle tre corone: Arsinoe

Arsinoe invece, come già detto, è la regina della natura, della meglio nota località di “Wolf Spring”, nonostante sin da giovane non abbia mai manifestato appieno il suo potere. È un caso o forse c’è qualche lato nascosto della sua personalità, del suo corpo che ancora deve scoprire? Di rado è riuscita a far sbocciare qualche rosa, raggiungendo mai i livelli di abilità della sua “sorella” d’infanzia, Jules, al suo fianco sempre e comunque. È grazie alla sua alchimia con la natura e gli animali che Arsinoe potrà dimostrare, durante la notte del banchetto, di avere una qualche influenza sul suo famiglio (in realtà in simbiosi con Jules). In perenne attesa per il ritorno del suo Joseph, Jules possiede un dono molto particolare e potente, la cui intensità è stata tenuta a bada da uno specifico marchio.

La battaglia delle tre corone: Mirabella

Mirabella infine, la favorita tra le sue sorelle – almeno all’inizio – è la regina forse in più stretta simbiosi con la natura. Dalle sue mani trapela l’elettricità necessaria a scatenare un fulmine nel cielo, o la giusta energia in grado di originare una violenta tempesta. La più forte eppure la più sensibile tra tutte, dopo Arsinoe, quasi disposta a sacrificare se stessa pur di evitare la morte della sorella Arsinoe. Ma Mirabella è anche la più affascinante delle regine, e la sua bellezza sarà l’elemento che metterà in crisi i rapporti delle sue sorelle con i loro futuri re-consorte. Innamorata di un ragazzo che non può avere, Mirabella accetta di sposarsi con Bill, ormai convinto della morte di Arsinoe ad opera di Katharine, ma non sa ancora cosa le riserverà il futuro.

Tanti intrighi, intrecciati alla perfezione all’interno di una trama che scorre fluida e misteriosa, e un numero indefinibile di particolari azzeccati, incastrati tanto bene come i pezzi di un puzzle che fanno da cornice, ma finiscono poi per avere ognuno un suo ruolo di primo piano, a una storia affascinante e originale.

Alexandra Romano

ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 3° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 19

Un dirupo. È esattamente come un dirupo che sta per sfaldarsi che mi sento. Se anche questa volta accadrà, mi ricomporrò di tanti frammenti irregolari, sempre più fragili, pregando che non arrivi mai il giorno in cui mi romperò di nuovo e non riuscirò più a reinventarmi. Provo a guardare la realtà con gli occhi di chi non ha alcun timore, pensando che è tutto al suo posto e che niente è irrecuperabile, ma la verità è che tutto questo non mi appartiene. Non mi è mai appartenuto. Lancio il piumone con l’idea di prendermela con il mondo intero. Dalla schiena cadono rivoli di sudore, emblema di uno stato fisico dormiente per nulla sereno. Come posso esserlo? Come posso recuperare una condizione in cui non sono mai stata? Ho sempre vissuto con l’ansia che prima o poi arrivasse. Una semplice visione oppure un vero e proprio spostamento. Ho imparato a riconoscere i sintomi di quando stesse per accadere, acquisendo dimestichezza con nausea, vertigini,
tachicardia e qualche volta anche gravi contorsioni di stomaco. La prima notte che mi sono ritrovata fuori casa dopo una visione, è stata in spiaggia, avevo sei anni. Il fluire dell’acqua sulla schiena mi dà modo di riflettere ancora, e ancora. Riflettere anni e anni senza trovare una risposta. Strofino il sapone contro la pelle intorpidita dal freddo. Quando temevano che fossi affogata dovevo avere otto anni al massimo. Ero sott’acqua da almeno cinque minuti, un’onda più forte e mi ritrovai a galla, non riuscendo a raggiungere di nuovo il fondale. Qualcuno pensò che, come tutti i bambini, mi vergognassi a parlare o che temessi di farlo, perché sul mio volto non c’era traccia di paura, ma la realtà è che avrei potuto trascorrere altri cinque minuti senza ossigeno. Oggi, a mente fresca, tutto mi è più chiaro. Tampono il viso con l’asciugamano e spalanco gli occhi. Mi siedo a bordo vasca, a bocca aperta, adesso mi torna ogni cosa! Non è la prima volta che vedo quell’uomo. È comparso in molte delle visioni che Dio solo sa quanto mi danno per aver definito incubi, e mi ha sempre spaventata. O mi minacciava di farmi torture varie, o mi toccava con l’ortica e poi mi
comparivano delle bolle rosse enormi, e anche lì non l’ho mai visto in faccia. Ha sempre vissuto nella penombra della mia vita, in attesa del momento giusto per chiedere ciò che voleva. Me. So che è lui perché ha la stessa voce rauca e priva di suono, la stessa cattiveria… Grazie a quel figlio di Satana, le mie visioni sono state il trampolino di lancio verso psichiatri e neurologi di alto livello.

Sin dal primo momento il mio pediatra si è tirato fuori, definendo il caso complesso, difficile da valutare con i soli strumenti della Pediatria. L’ho odiato esattamente come l’ortica, insieme all’uomo delle visioni, che gli psicologi avevano definito riflesso distorto di natura inconscia della figura paterna, generato dall’assenza della stessa. Infilo un maglioncino bordeaux e dei pantaloni marroni, che rispecchiano appieno il mio umore: una merda. Sorvolo di nuovo la colazione e mi avvio verso la stazione, affollata di ricordi dolorosi, preoccupazioni che ancora oggi mi affliggono. Penso ancora alle prime visite mediche, a mia madre che mi tratta come una disagiata, senza concedermi un attimo di intimità. Mi ha perfino messo il sostegno a scuola, e tutti hanno sempre riso sotto al naso
quando passavo tra i banchi con lo sguardo desolato e gli occhi bassi, pensando che avessi qualche forma di autismo. Le visioni che di tanto in tanto mi capitava di avere a lezione, considerati i loro sintomi, aggravarono le cose. Gli psichiatri li definirono movimenti nervosi involontari, ai quali vennero accompagnati i rispettivi ansiolitici. Non potevo nascondere il mio stato fisico a nessuno, né riuscivo ad apprezzare gli innumerevoli sforzi economici di mia madre che mi sono costati la vita sociale, i brividi di quell’adolescenza che chiunque merita di sperimentare. Cerco un fazzoletto nella borsa per asciugare le lacrime, ma il dolore di quei momenti non lo cancellerà mai nessuno.

Alexandra Romano


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Se invece vuoi leggere un altro estratto, clicca qui -> Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 21.

E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 2° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Prologo

Nathan e Lilian sorridono commossi e percorrono i primi gradini di ghiaccio. La Torre reale, da sempre utilizzata solo per le incoronazioni, vanta di tre Troni diversi. Avvenuta l’incoronazione, in alto siede il nuovo Diamante, più in basso, al secondo, siede quello precedente. Al terzo Trono ci sono invece gli adepti di primo grado, la cui carica dura fino a quando i regnanti non decidono di rinnovarli.
«A breve venti compatrioti si imbarcheranno in un viaggio di sola andata. Non è un compito facile, anzi, non lo è per niente» un silenzio colmo di serietà e apprensione si fa spazio sulla scena. «Non posso escludere qualunque genere di ipotesi, quindi a tutte le vostre supposizioni la risposta è sì, tuttavia, riuscire in questa missione significherebbe raggiungere un grande traguardo. Nessuno ha ancora varcato il confine, ci aspetta di tutto lì fuori, ma se è vero che siamo nati per combattere, se è questa l’essenza della nostra vita, dobbiamo andare! Chi si sente pronto deve fare il grande salto, è ora il momento! La dea Iside ha appena ricevuto il nostro futuro re…»
«Sia lodata Iside! Lunga vita all’anima di Iside!»
«…il Pianeta è in pericolo e il principale responsabile è l’uomo, o meglio, lo diventerà. Grazie alla nostra suprema Madre, che ancora una volta ha voluto donarci la sua Sapienza, possiamo intervenire per cambiare le cose e, a questo punto, credo che la parola tocchi ai protagonisti.»
Nathan e Lilian salgono gli ultimi due gradini e raggiungono l’apice della Torre.
«Buongiorno a tutti» un inchino accompagna il discorso. «Ringraziamo le divinità per averci onorato di questa posizione, ne siamo immensamente grati, e per dimostrarlo manterremo sempre fede ai nostri doveri. Ringraziamo anche i sovrani per la fiducia nel cederci il loro posto, e a voi.»
«Non dovete ringraziare me ed Evaline, è la volontà divina che vi ha scelto. Il nostro compito è terminato, e da adesso saremo noi ad elogiarvi per la vostra protezione» Elvin si flette verso lo spazio tra lui ed Evaline e afferra lo scrigno contenente i due diamanti. Con un movimento noto ai soli sovrani, lo apre e sfiora i diamanti, il giusto per poterli porre sul capo dei futuri governanti. Nel mentre il popolo abbassa il capo.
«A nome di Iside, di Ermes, di me ed Evaline e di tutte le altre divinità, io vi dichiaro futuri sovrani del popolo dei Ventusmarin, e procreatori del Secondo Diamante del Mare. Da ora in poi, fino alla fine della vostra missione, avrete le redini di tutto lo Zaffiro.»
Nel cielo l’unione tra i due diamanti dà origine ad un’unica onda, che al ventesimo secondo sparisce tra le nuvole. Dopo la riverenza dei sovrani alla volontà degli dèi, la lode popolare accoglie il nuovo ordine.
«Dunque, è giunto il momento di annunciarvi la nostra consulta» esordisce Lilian. «Tra qualche secolo avverrà una grande rivoluzione. La chiameranno rivoluzione industriale, e sarà l’inizio che condurrà all’uso del petrolio, dell’acciaio, della plastica e di altri materiali artificiali che non conosciamo. Le risorse naturali verranno sfruttate fino a collassare, e… i rifiuti dell’uomo si riverseranno nella natura.»
«Quindi anche gli oceani saranno coinvolti?»
«Certo che lo saranno, gli oceani sono il cuore del pianeta, e purtroppo anche i ghiacciai.»
La parola sgomento è riduttiva per descrivere il misto di espressioni.
«I ghiacciai?»
Lilian emette un sospiro. «Non si tratta di cose smaltibili, quindi anche il solo inquinamento di un’area precisa si riverbera sull’intero ecosistema. Le sostanze rilasciate dal traffico dei trasporti via acqua aumenteranno, e dire che non intaccherà flora e fauna marine, significherebbe negare l’evidenza. L’uomo colonizzerà quasi tutto il Pianeta, e… e no… noi potremmo far parte delle sue prede, così come molte specie animali, che rischiano di essere catturate ed esibite per saziare alcune forme irrazionali di svago. Dobbiamo fermarlo con tutte le forze che abbiamo. Il Power Glice e l’Intuito sono la nostra arma più potente.»


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E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 1° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 21

La guardia stacca un terzo di biglietto e finalmente entro in pieno clima concertistico. Il merchandising di questo cantante è molto psichedelico. A quanto pare ama le fiamme, cosparge ogni cosa di blu e gli piace il rock, visto il richiamo allo stile di alcune band nuvoloso illuminato da scie di un color blu elettrico. Per un attimo le vedo muoversi. Strofino gli occhi e torno a guardarle. Si muovono ancora! Ti prego, fa che non sia il preavviso di una visione. Per favore. Occupo ogni minimo centimetro di spazio tra le persone. Devo raggiungere il bagno il prima degli anni ottanta. Il suo nuovo album si chiama Luci nel buio, la copertina dipinge la scena di un cielo possibile. Mi scuso con qualcuno per aver ascoltato uno stralcio di conversazione, e prego di non ricevere qualche ceffone. Mi ricompare l’episodio delle scie che ho visto a Marechiaro, con Riccardo, seguito da un viaggio sull’acqua scura della notte. Non riesco a capire cos’è che mi trasporta con tanta velocità. Eppure, sento di muovermi allo stesso ritmo del vento, che soffia sulle onde. Il mare si agita al passaggio di una stella cadente, arricciando la sua superficie, che crea una schiuma bianco latte. L’unico bagliore di luce. Di colpo rivedo la fila del bagno, e la prima porta aperta. Mi ci infilo senza pensarci, lasciandomi alle spalle le ramanzine di una donna sui cinquanta. Sono stata scorretta, lo so, ma se mi sono fregata la tavolozza è per un buon motivo. Ne beneficeremo tutti. Inserisco il chiavistello nel gancio e mi siedo sul water, con i piedi tesi contro la porta, che termina qualche metro più su delle caviglie. Accidenti, sarà diff… oddio, eccola che arriva, la seconda visione. Inspiro a fondo e mi asciugo la fronte con la carta igienica. Non doveva succedere. Non stasera. L’emicrania sta già imprecando nella testa. Un conato di vomito mi piega in due. Mi alzo e sollevo subito la tavoletta. Non posso più vivere così. Il brusio di voci inizia a scemare, diventando sempre più debole, e l’improvvisa comparsa di una torre di ghiaccio cancella ogni sintomo. Sono su una specie di lago gelido, anche se oserei definirlo più una piazza, visto il contorno di varie costruzioni vetrate. Accanto a me c’è una fontana, con l’acqua ferma al suo flusso quando le temperature erano alte.
Dove sono?
La torre è composta da tre piani, ognuno decorato ai bordi con della polvere argentata. La roccia di cui è fatta ha un colore atipico, tendente al blu, così come il ghiaccio che pende dai piani. Muovo altri passi avanti e mi si annebbia la vista. Prima vedo tutto offuscato, poi nero, insieme al suono crescente del trambusto del bagno. In un baleno mi ritrovo a terra accanto al water.
Cinque colpi furiosi alla porta bastano a issarmi. Tolgo il chiavistello e la spalanco, senza neanche comprendere cosa sia appena successo.

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E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Verso la verità: un amore indissolubile oltre ogni limite

Abbassai lo sguardo. «Ma quando ci lascerà in pace?…».

«Amore mio, non disperare. Troveremo una soluzione», mi accarezzò le guance, e mi diede un bacio sulla fronte.

«Oh, amore mio sono le dieci e trenta, domani abbiamo scuola, cioè, ho scuola… dovrei… andare».

«Va’ pure – sorrisi sperando di rassicurarlo – Io sto meglio».

«Amore, non mi fido a lasciarti qui, tutta sola».

«Ci sono stata due notti, non posso starci una terza?»

Mi fissò per un attimo. Mi baciò, e se ne andò. Provai a dormire e, data la stanchezza, crollai dopo meno di due minuti. Iniziai a fare un sogno. Ero in un immenso campo di girasoli, esistevano solo i girasoli, il cielo, la terra ed io. Improvvisamente sentii degli strani rumori nel sogno, come tuoni, mentre il sogno stava dissolvendosi sempre di più. Mi svegliai, poiché anche nella realtà sentii dei rumori. Non riuscivo a capirli inizialmente, dopo intuii che non erano esattamente rumori: era il suono di passi per il corridoio. L’ospedale era completamente deserto e buio, avvertii che non era qualcosa di pericoloso. Un istante dopo… Mark.


«Che ci fai qui?», gli domandai colta alla sprovvista.

«Ti amo!», si precipitò accanto a me.

«Anche io, ma cosa succede? Perché non sei ancora a casa?».

«Non potevo».

«Non potevi cosa?».

«Lasciarti di nuovo sola».

«Ma starò bene vedrai, è anche tardi».

«Non mi interessa, io non me ne vado», disse con fermezza.