Lettera alla mia Neapolis: una mattina diversa dalle altre

Questa mattina ho guardato Napoli con occhi diversi, insoliti. Non mi sentivo io, o forse lo ero più di quanto pensassi. Forse, avevo messo a tacere quella parte di me che ogni giorno mi distrae da tante cose, quella parte razionale senza cui non riuscirei a lavorare, svolgere i miei compiti.
Questa mattina forse potrebbe essere stata l’ultima.
Forse, l’ultima mattina di profumi di pizza rubati ai vicoli antistanti una piazza.
Forse l’ultima di sguardi suggestivi, mai scorti prima per troppa disattenzione, per troppi “dato per scontato”, o per futile indifferenza.

L’ultima mattina di un dolce al volo, squisito, forse non gustato secondo il proprio desiderio, tra le pasticcerie di una realtà fatta di scugnizzi, gente che va a lavorare, turisti, artisti di strada… Tra le vie dei migliori profumi e dei cibi più pregiati. Sì, perché a Napoli se ci nasci non puoi andartene senza scrivere per giorni, senza pensare quanto lasci. Se a Napoli ci vivi, difficilmente te ne vai, anzi, non te ne vai: il tuo cuore resta qui.

Forse, potrebbe essere l’ultima mattina tra le vie di una Napoli storica, sofferente, ma che con la sua grande ricchezza dona artisti rari, senza mai perdere qualche tassello. Artisti con la brama di emergere, di fare musica, scultura o quel che sia, per amore di quell’arte e non per guadagnare.
L’ultima mattina tra pasticcerie, pizzerie, friggitorie che emanano profumi introvabili altrove. Il profumo del caffè, del mare lungo Mergellina, della carta stampata di un vecchio libro a Port’Alba o a San Biagio Dei Librai. Le librerie odierne non potrebbero mai competere con quello che si respira in queste vie: storia, cultura, sentimento…

L’ultima mattina priva di indifferenza, quotidianità, tipicità. Perché forse il più grande errore, a Napoli, è la sbadataggine: non si può essere impassibili in una città come questa. Non si può stare qui senza provare il minimo brivido.
Una mattina unica, che dona raggi di sole ad una città splendente già di per sé, che illuminano anche il mio cuore, ma non lo riscaldano, non oggi. Dietro a quella luce si nasconde un briciolo di nostalgia, malinconia, o… un po’ di più.

CIAO NAPOLI…

L’ultima mattina di ciò che scontato è sempre stato, ma che in realtà non è. Di cose accorte, constatate, vissute sotto pelle così intensamente. L’ultima idea dell’inizio di una quotidianità persa nei giorni, che sarebbe potuta essere stupenda, ma avrebbe ostacolato una passione che è impossibile non seguire.
Napoli non ti dimenticherò mai, e ogni volta che potrò, ritornerò.

Alexandra Romano

Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa – Pt.2

Capitolo 8  –  Un tramonto speciale

Quando ci separammo da quel bacio infinito, io ero distesa su di lui. Sentivo il suo respiro profumato su di me, il suo sapore era ancora nella mia bocca e non mi dispiaceva affatto. Guardavamo il cielo illuminato dalle splendenti stelle, era un dipinto bellissimo. Dopo un po’, abbassò lo sguardo.

«Cosa pensi?», gli domandai in modo scaltro.
Aprì la bocca ma la richiuse subito. Riprovò e disse: «A Steaven…», disse con tono basso ed esausto. «Steaven?».
«Sì. Questa sera tornerà a richiedermi i soldi e non ho il totale», disse disperato.
Giusto, mi aveva ricordato ciò che dovevo fare. Me ne ero dimenticata, e adesso era il momento giusto. Dovevo entrare in scena, mettere da parte la timidezza e l’imbarazzo, e farmi coraggio. «I…», mi bloccai. “Cavolo riprova!” mi dissi in mente – «Io… posso aiutarti».
«No schianto, non voglio per nessuna ragione al mondo, seppur valida, esporti al pericolo».

Aprii la borsa e presi i soldi. «Questi ti bastano?».
«No tesoro, non posso accettare soldi da te».
«Prendili e basta – esitai – l’ho fatto per te».
«Dove li hai presi?».
«Doti personali», sorrisi. Gli avvicinai il denaro facendogli cenno di prenderlo. Lo prese, contò, e me lo ridiede subito.
«Cavolo! Non posso ASSOLUTAMENTE accettare», disse impassibile.
«Ti prego… prendili», dissi teneramente con un velo di tristezza.
«Tesoro, posso farcela da solo», mi accarezzò il viso e mi guardò negli occhi. «Credimi», disse cercando di essere convincente, anche se ciò mi fece rabbrividire, e mi provocò un enorme senso di dispiacere che mi contorse lo stomaco. Dopo poco, sembrò contorcermi anche gli altri organi presenti nel corpo.

Abbassai lo sguardo, e poi mi voltai verso il mare. Per qualche minuto, il silenzio prese il sopravvento e mi sentii leggermente affliggere dalla paura delle conseguenze.
«Voglio aiutarti», dissi con voce tremolante.
Mi sfiorò i capelli e feci per girarmi da un’altra parte. Non volevo essere sadica, ma volevo in parte che capisse che accettare soldi da me non equivaleva ad approfittarsene, ma a rendermi felice per averlo aiutato. Si avvicinò al mio orecchio e mi scostò i capelli. «Non voglio farti correre pericoli», mi sussurrò mostrando parte della premura che provava.
«Ma che rischi posso correre dandoti degli stupidi soldi! Non significa approfittare di me, ma rendermi felice per averti aiutato», dissi leggermente esasperata.
Esitò. «E va bene… accetterò i tuoi soldi», mi sorrise teneramente.
«Posso darti…?», gli porsi la somma. Allungò la mano e li prese.

Mi abbracciò all’istante dopo aver depositato il denaro in una delle sue tasche.
Era uno di quei momenti da immortalare. Cominciavo a stare davvero bene con lui, e… ad innamorarmi. E speravo che fosse lo stesso per lui. Mi sentivo fiera di me per averlo aiutato. «Non approfitterò mai di te, ricordalo sempre – esitò – non saprò mai come sdebitarmi», mi diede un bacio sulla guancia.

Non ero mai stata così felice fino a quando non era entrato lui nella mia vita, non avevo mai ‘amato’ fino a quel momento.

[Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa.]

Svegliamoci dal grande male dell’indifferenza: basta un salto

Di recente, mi è capitato di vivere, anche se indirettamente, una brutta esperienza.
Ero ad un concerto, ci stavamo divertendo tutti: cantavamo, ballavamo, ridevamo… D’un tratto però, una persona che era accanto a me, ha iniziato a sentirsi male. Tremava, il suo volto s’impallidiva sempre di più, fino a quando non è svenuta. La folla attorno a lui aumentava ogni frazione di secondo, chiunque si chiedeva cosa fosse successo, come si sentiva questa persona: c’è stato anche chi ha creduto fosse una farsa!
Passato quell’attimo iniziale di “panico”, insomma, di qualcosa che andasse a interferire con le normali aspettative di tutti noi, è tornato tutto dove stava, all’indifferenza. Questo mi ha fatto capire quanto, ormai, due volte su tre conti solo il consumismo. La materialità a danno del valore che attribuiamo alla vita.

PROVIAMO A TRASFORMARE LA SUPERFICIALITà IN UN SINONIMO DELLA CONSISTENZA

La gente si accorge di te solo quando sei al limite, o… capita il peggio.
È così difficile, mi chiedo, riconoscere un favore o un semplice gesto? Siamo diventati talmente vuoti, al punto che l’importante è usufruire di una cosa, sfruttarla e basta. Se ringraziamo, quella stessa persona ci guarda in maniera ambigua.
Se stai male dentro nessuno lo vede, non riescono ad andare oltre la tua pelle, i tuoi occhi. Poi i social network, che hanno contribuito a storcere un contatto diretto… elidendo la possibilità di guardarci senza un medium, di toccarci. Non sono anticonformista, ma l’evoluzione è sia un bene che un male, se non opportunamente guidata.

Oggi vediamo solo il corpo, l’anima è nascosta, e forse, in questo mondo ormai “pericoloso” è meglio.
D’altronde, da soli non si può stare. Potremmo provarci per un periodo, magari anni, ma alla fine emerge, emerge l’impossibilità di avere un cuore sempre stanco, sempre ferito e chiuso alle occasioni. Non dipendiamo dagli altri, sappiamo vivere anche da soli, sappiamo costruire le fondamenta per impedire che la nostra persona crolli se una mano tesa diventa un riflesso.

Ma senza l’affetto, prima o poi anche la persona più vanitosa, flemmatica o più “forte”, crolla. È quel minimo di zucchero che ci addolcisce il caffè, e quel pizzico di sale per dare il giusto condimento alla nostra vita. Bisognerebbe trovare un equilibrio tra ogni cosa, perché continueremo a farci del male a vicenda, a rincorrerci per fare la pace, a sbagliare, ad amare, ad insistere in ciò per cui viviamo. Equilibrio è la parola che ci vorrebbe in ogni cosa, costanza, ma soprattutto attenzione.
Attenzione sia alle piccole che alle grandi cose.

Svegliamoci una volta per tutte, sia dal male dell’indifferenza che della superficialità: non solo con gli altri, ma anche nei confronti di noi stessi. Troviamo questa maledetta forza per essere quello che siamo, lottare per quello che ci fa palpitare, aldilà delle delusioni, delle paure o delle incomprensioni. Troviamo il coraggio di essere noi stessi, anche in un mondo sempre più povero di autenticità!

Alexandra Romano

Narrare: il verbo che trasuda l’umanità

“Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.”
(Gustave Flaubert)

Avete mai pensato, dopo essere andati a prendere un caffè, di trascriverlo su un foglio? Non importa se eravate soli o in compagnia, se quello che avete scritto non fosse necessariamente riferito a quella bevanda fumante dal colore deciso, ma ad un semplice pensiero.
Avete scritto, narrato.
Ed è un po’ quello che facciamo ogni giorno, anche quando scriviamo la lista della spesa o inviamo un sms: perfino quando siamo indecisi dinanzi ad un vestito!

Diverse ricerche dimostrano quanto ciò sia fondamentale per la nostra stessa esistenza, tant’è che il racconto che ci costruiamo attorno, è un po’ ciò che resterà quando non esisteremo più, materialmente. Insomma, quando continueremo a vivere “narrativamente”.
Il racconto di noi stessi ci dà una stabilità se, per un attimo, voltiamo lo sguardo indietro o facciamo un passo in avanti.

“Viviamo di narrazioni, ogni giorno”

Narrare è fondamentale per chi scrive, per chi riesce ad esprimersi, a sfogarsi e a sorridere con la scrittura. Lo fa chi scrive una lettera d’amore o è fermo ad aspettare lo squillo di un telefono.
Narrare è importantissimo per ogni tipo di creatività. Anche i musicisti lo fanno, certo, non con le parole, ma con le note che scorrono in una melodia.
Chiunque costruisce racconti ogni giorno, percorrendo strade, storie, minuti, pensieri, emozioni… elementi che si aggiungono alla nostra biografia e la rendono consistente. La nostra vita: stupenda nella sua unicità. Un percorso emozionante, instabile, bello, ogni tanto brutto e ogni tanto gioioso, ma che non ci è possibile ripetere.

Le narrazioni entrano in scena anche quando conosciamo qualcuno, nel momento in cui iniziamo a parlargli del nostro passato. Oppure mentre stiamo vivendo un’esperienza, unica, come la vita, nel suo verificarsi. Per quanto potremmo provare a ricrearla, cercando lo stesso luogo, magari la stessa persona, lo stesso orario: vivremo atmosfere diverse.
Narriamo anche quando pensiamo, durante una canzone o un’ora di una giornata: se andremo a riascoltarla o a ricordare quel momento, in noi, si riaccenderà il bagliore e la nostalgia di quel pensiero.

Quando cominciamo a parlare di qualcuno, a raccontare, forse è il momento in cui ci accorgiamo di tenerci, di provare qualcosa. Quando parliamo tra noi e noi, ci rendiamo conto di molte cose, di un problema da risolvere o un’azione da fare. Perché narrare in fondo, è un po’ ciò attorno a cui ruotano le nostre fondamenta.

Alexandra Romano

Un passo indietro: e se fossimo negli anni ottanta?

Ieri

A volte mi domando come vivevano le persone negli anni ottanta, anni, che io amo per molteplici aspetti. Ne amo la musica, i drive in, i grandi saloni letterari, le feste mega galattiche con la musica dance.

Adoro le foto in bianco e nero, i mazzi di rose inaspettati sotto al portone di casa, e avrei amato terribilmente scrivere in quell’epoca. Quegli anni che per me, sono un po’ i più belli della storia.
Adoro quell’epoca perché si dà più peso ai sentimenti, alle emozioni, al senso della vita in ogni sua parte. Oggi siamo troppo distratti, corriamo, ci stressiamo tanto per niente.

Tante volte mi dico “se avessi potuto scegliere, avrei voluto nascere negli anni settanta od ottanta”, e lo penso davvero. Certo, anche quell’epoca avrà avuto i suoi pro e i suoi contro, ma tutto è fatto in questo modo.

Mi piacerebbe scrivere molto di più sull’argomento, ma, per quanto posso averlo conosciuto per “narrazioni”, per quanto possa essermi appassionata, ahimè, l’esperienza è incomparabile. Ci sarà sempre qualcosa che sfugge, e che magari non saprò mai.

“Il grande Duemila”

Ribadisco, come sempre, che le mie sono semplici considerazioni, pensieri sulla base di quello che sento e non ho alcuna pretesa. La maggior parte di quello che scrivo proviene dal reale e dalle mie esperienze. E dunque, oggi siamo più vicini, siamo tutti connessi e attraverso i social possiamo prendere parte alla vita degli altri, anche quando non siamo con loro. Cosa che, prima, pensavamo fosse impossibile. Al contempo però, siamo più soli, siamo più distanti e meno espressivi. C’è più difficoltà per affermarsi nel campo della musica o della scrittura, una grande sottovalutazione dell’arte in ogni sua parte.

A volte, mi immagino a scrivere il mio primo libro con una penna stilografica, anziché un computer. E devo dire, ci sono quasi arrivata: l’ho scritto con una penna normale, su un quaderno, tra i banchi di scuola e la scrivania di casa, poi, ovviamente l’ho trascritto al pc. Non è un caso per chi lo pensasse: malata cronica del cartaceo e dei libri!

A volte, immagino un mondo in cui l’editoria è il mercato prevalente, privo di ogni ostacolo, e chiunque sogna di scrivere riesce a realizzare quello che vuole, senza soffrire troppo. Anche chi vuole realizzare qualcosa che non appartiene a questo mondo.

Prima non eravamo così avanzati a livello tecnologico, eppure, per diversi aspetti si viveva meglio, anzi, si Viveva. Già, perché per quanto navigare, “conoscere” qualcuno con un approccio “virtuale” possa essere intrigante, divertente, non va bene. Non ci si vede più.

Le persone vanno vissute, l’approccio fisico non può e non potrà mai competere con “un’idea”.

Alexandra Romano

Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa

Capitolo 8  –  Un tramonto speciale

«Ehi, ho trovato un posticino carino».
«Dove?».
«Laggiù», indicò la fine della spiaggia alla nostra sinistra, dove vi era qualche scoglio impiantato in maniera casuale, ma che sembrava fatto di proposito dalla natura, perché attribuiva alla spiaggia un certo sfarzo. Inimitabile. Dopo una passeggiata, ci sedemmo lì.

«Il tramonto. Lo voglio guardare con te», mi sussurrò soavemente.
Gli sorrisi, ed intanto mi ricordai che avevo ancora una “missione” da svolgere: dargli i soldi ma non sapevo come cacciare fuori l’argomento. In un momento così bello… Decisi di rimandare a dopo.

«Una sera di queste suonerò con un gruppo, si chiama“Extreme Rock”, ti andrebbe di venire?».
«Beh… non so, ti farò sapere».
«Tu cosa? Tu proprio niente, tu vieni». Non avevo altra scelta: dovevo. Dovevo e volevo. Però avrei dovuto escogitare un piccolo piano per il rientro. «E magari se riesco, ti farò cantare qualcosa».
«Oh guarda… il sole sta per tramontare», cambiai argomento.
«Vieni. Avvicinati», mi avvicinai.

Appoggiò delicatamente la mia testa sul suo petto. «Voglio che tu senta il mio cuore». E cominciò ad accarezzarmi. Ero in un momento di intenso piacere, di intensa dolcezza. Via via, stava diventando qualcosa di molto forte.
«Sai… molte volte mi fermo a guardare il mare, da solo, e penso ad un sacco di cose, ad esempio che ho sempre desiderato guardarlo con qualcuno. E non mi sarei mai aspettato di guardarlo con qualcuno di così interessante. Non sapevo quanto fosse bello. Con te».

Arrossii. «È bello perché ci sei tu», mi accoccolai su di lui.
«Dai tesoro… non sono io lo schianto che attualmente si ritrova avvolto dalle braccia di un comune essere umano», d’accordo, stavo per collassare. Non riuscivo quasi a parlare. «Hai qualcosa di speciale, che ancora non sono riuscito a capire… – esitò – Ma che dico: tu sei speciale!».
«Grazie. – dissi compiaciuta – Sei un ragazzo stupendo».

Mi girò lentamente il viso verso il suo, e mi guardò negli occhi. «Sai che hai degli occhi bellissimi?», mi guardò intensamente.
«Anche tu. I tuoi sono… meravigliosi», poi continuammo a fissarci in silenzio. I suoi occhi andavano dai miei alle mie labbra. Pian piano cominciò ad accarezzarmi.
«A che ora devi rientrare?».
«Quando voglio», risposi rilassata.
«Mm…», disse sensualmente.

Continuò a fissarmi avvicinandosi alle mie labbra lentamente, sentivo il suo calore sempre più vicino, il suo respiro. Sfiorò soavemente le sue labbra con le mie, e cominciò a divorarmi in un bacio passionale, tanto da farmi venire i brividi peggio di prima. «Lo sai che mi fai impazzire?» mi sussurrò; poi continuò a baciarmi fervidamente, provocando in me una forte dose di endorfine. Sentivo tutta la sua sicurezza quando mi baciava; quando stavo con lui tutto spariva: pensieri, idee, impegni… qualunque cosa al di fuori di lui.

[La verità sulle origini di Saylor Green ~ capitolo 9]

Maggio: un mese che unisce i profumi della primavera alle linee del cuore

“Quei giorni di maggio quando tutto è suggerito, e niente ancora soddisfatto.”
(Francis King)

“Maggio” deriva dal termine latino Maius. C’è chi sostiene che la sua etimologia risalirebbe ad un’antica figura della mitologia romana, Maia, dea della fecondazione e del risveglio della natura in primavera.
Nella religione cristiana invece, è il mese delle cerimonie: il periodo in cui molti bambini ricevono, per la prima volta, la comunione. Il periodo in cui tante coppie fanno uno dei grandi passi, dei meravigliosi passi: unirsi in matrimonio.

Per la natura è il mese dei profumi, dei frutti gustosi e delle giornate più lunghe, più vicine all’infinito: forse, proprio per questo molti si sposano.
Così esplosivo e folle da darci speranze, voglia di iniziare, continuare o rialzarci. Ci dà lo slancio giusto per provare a superare i confini dell'”impossibilità”.
Maggio porta con sé l’incertezza del domani, e anche del meteo!
Una canzone dei Pooh recitava “tempo per un caffè, piove addosso che maggio è!”, in effetti, quanti giorni ci sono sembrati un “preavviso invernale”, tanto da essere pronti a scartare il costume dall’abbigliamento, preparare un tè caldo di pomeriggio o cacciare gli addobbi natalizi? Forse, in quest’ultima frase ho un po’ esagerato, ma è il succo di tutto.

La nostra vicinanza con l’incertezza di maggio

Maggio è il mese del dubbio, delle attese o delle chiamate inaspettate.
Il mese dell’elaborazione, degli esami. Insomma, il tempo esprime un po’ come ci sentiamo dentro: ci sono giorni pieni di luce, in cui sentiamo di dare tutto quello che possiamo, abbiamo bisogno di farlo, ci sentiamo talmente pieni di vita e creatività. I giorni in cui speriamo di ottenere, prima o poi, ciò per cui viviamo.

Ci sono poi quelli più nuvolosi, durante i quali abbiamo l’ansia del futuro, temiamo che i nostri sogni non si realizzino o che un esame vada male. Abbiamo paura che, al sopraggiungere di un nuovo giorno, potremmo perdere qualcosa o qualcuno di molto caro.

Maggio è speciale, può segnare la nascita di un nuovo amore, all’ombra di un tramonto; o un traguardo che può cambiare la nostra vita.
Ed è forse vicino a noi più di quanto possiamo immaginare: noi, che viviamo di alterità e perplessità.

Alexandra Romano

Maschera: un filtro che non ci consente di essere.

E se la mattina ci svegliassimo e gettassimo la maschera, “indossando” chi siamo veramente? Già, se eliminassimo quel fottuto specchio che ci consente di truccare ciò che siamo, ciò che magari di più bello abbiamo: i nostri difetti. Anche quelli arricchiscono i nostri lati migliori.
Un po’ come due metà che insieme formano il tutto. Un po’ come un fiore, una rosa, a cui non rinunceremmo per il costo del spine.

E anche noi siamo fatti di “rose” e di “spine”, e senza le nostre imperfezioni tutto diventerebbe monotono: non ci sarebbe più il bisogno di sperimentare, provare, migliorare.

Se la mattina ci svegliassimo e pensassimo a migliorare qualcosa di noi, ad essere noi stessi, piuttosto che arricchire quella maschera che non ci consente di vivere, ma apparire.
Anziché togliere le spine, dovremmo cercare di trovare una sorta di armonia con esse.
Sarebbe bello se saltassimo direttamente a ciò che faremo una volta fuori casa, comportandoci nella naturalezza più assoluta.

Siamo diventati la maschera che indossiamo

Abbiamo perso il coraggio di guardarci negli occhi, o se lo facciamo, lo facciamo con un qualche filtro. Non riusciamo per un attimo a discostarci dal ruolo che ci hanno assegnato, che ci Siamo assegnati: è come se la cosa ci intimorisse. Quando conosciamo qualcuno indossiamo, tra le tante, magari la maschera più bella che abbiamo. Nulla di più.
Ma non siamo noi.

Gli incontri, nel mondo “ultra tecnologico”, hanno finito per disintegrarsi della loro importanza: più che avvicinarci, ci allontanano. Non sarà capitato a pochi di aver cambiato il giudizio o le intenzioni con una persona, dopo averla incontrata “al buio”.
A volte, preferiamo rimanere al “rapporto online”, per evitare di restare “delusi” dalle nostre aspettative. Oppure troviamo nuovi motivi per erigere altre barriere tra di noi.
Insomma, l’essere umano è nato per complicarsi la vita: se non è continuamente in bilico tra i se e i ma, non riesce ad alimentare il suo cervello. E lo dimostrano anni e anni di ricerca scientifica.

Parlare è bellissimo, il linguaggio è forse uno dei doni più grandi che abbiamo ricevuto. Personalmente, non potrei vivere senza una chiacchierata o una parola spiaccicata su un foglio.
Non sprechiamo così ciò che dovrebbe essere un privilegio.

Alexandra Romano

La pregnanza del nostro passato

Le società antiche si basavano su un tempo ciclico, talvolta ripetitivo, rievocando sempre il passato. Il tempo per loro era immaginato come una ruota. Sostenevano che creare una frattura con il passato significava rompere l’armonia, mettere a rischio loro stessi. E forse è un po’ così anche per noi, che per quanto possiamo dire di aver chiuso completamente con una parte di noi, in realtà non lo abbiamo mai fatto. Quella parte ha determinato, in qualche modo, ciò che siamo oggi.

Se le società arcaiche facevano di tutto per ricordare più eventi possibili, al punto di inventare degli esercizi mnemonici, ci sarà un motivo. E se ci pensiamo, ogni volta che ci chiedono di noi, di presentarci, sì, iniziamo dicendo cosa facciamo nella vita magari per professione, citiamo le nostre passioni, ma prendendo sempre un pezzetto di passato. È inevitabile.

Il passato non è effimero, insignificante. Se abbiamo avuto una delusione, questa si conserva nella nostra forza attuale, magari diventando uno sprono, ricordandoci che non dobbiamo arrenderci di fronte a quella difficoltà. Se abbiamo sorriso, il ricordo, la causa che ce lo ha procurato potrebbe manifestarsi di nuovo nel presente, magari in un periodo torvo, malinconico. E non credo possa farci male.

Spesso, quando ci chiedono di raccontare un’esperienza passata, magari triste, è come se immaginassimo di non averla mai vissuta. Proviamo un senso di repulsione quasi istantaneo. Se invece, per un attimo ci distaccassimo dal cosiddetto “senso comune”, potremmo comprendere come e quanto sia stata significativa. Perché magari ci ha consentito di modificare, cogliere uno o più aspetti di noi che possono essere migliorati.

Dobbiamo accettare il passato nella sua integrità, perché è la nostra essenza. I ricordi sono parte di noi, come i pilastri lo sono per i palazzi. Il nostro “Io” è tale perché ha un vissuto.

Alexandra Romano

“Sei forte, ce la farai.”

Sei forte, ce la farai.
Quante volte sarà capitato a chiunque di sentirsi dire questa frase, quando anche l’apparenza lasciava intuire tutt’altro. E quante volte ancora, ve l’avranno detto quando il vostro destino, il vostro cuore era appeso ad un filo esile.

L’essere umano dovrebbe essere amico, empatico con i propri simili: gli animali proteggono la loro specie e noi invece? Continuiamo a farci del male, a farci la guerra, da sempre, preferendo una pistola ad un abbraccio di riconciliazione. Continuiamo ad essere indifferenti, o magari talmente distratti da non riuscire a scorgere una lacrima o una crepa al cuore.
È così anche nell’amicizia, in amore soprattutto… ci facciamo sempre così male, e poi iniziamo a disprezzarlo senza sapere che in realtà, l’Amore è una miscela di forti emozioni che due persone alimentano insieme. E se sapessimo alimentarlo e curarci di esso ogni giorno, probabilmente riusciremmo a coglierne la vera essenza. Ma non capiterà mai, anzi, forse ogni tanto accade, ed è quando non possiamo più alimentarlo.

Siamo fatti male. Ci rendiamo conto del valore di una persona quando il sole è tramontato, capiamo di amare qualcuno dopo mille litigi, dopo averlo allontanato: quando rischiamo di perderlo.
E in cosa allora siamo forti? Forte dovrebbe essere chi, al primo impatto, è risoluto. Chi riesce a resistere davanti a una tragedia. E anche la persona più insensibile perde sé stessa se le strappano ciò a cui tiene di più.

Forse però, in qualcosa lo siamo. Siamo forti nel resistere contro chi cerca di deviarci un percorso, nel voler perseguire un obiettivo nonostante le innumerevoli difficoltà.
Siamo forti quando proteggiamo ciò che è unito a noi quanto il nostro corpo. Quando continuiamo ad amare qualcuno, a provarci, nonostante tutto ci da un motivo per non sperarci.

Le persone forti, sono forti a modo loro.

Alexandra Romano