Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (1925) – RECENSIONE

Il narratore de Il grande Gatsby, Nick Carraway, è un ragazzo proveniente da una famiglia benestante, tra le più influenti nel Middle West. Da giovane si arruola nella Grande Guerra, e al suo rientro trova un Middle West arretrato e tagliato fuori dal mondo. Così decide di trasferirsi a est per imparare a fare il mediatore finanziario. Trova così una villa fuori città incastrata tra due lussuosi edifici, con affaccio sul giardino di un uomo molto ricco: Gatsby. A cena dai Buchanan, lontani parenti dei Carraway, conosce sua cugina di secondo grado Daisy e suo marito Tom. Tom e Nick si conoscono dai tempi del college, solo che lui è ancora alla ricerca del suo posto nel mondo, mentre Tom è diventato uno dei giocatori di football più forti del New Heaven. Anch’egli di discendenza nobiliare, Tom aveva lasciato Lake Forest, una zona ricca di Chicago, per trasferirsi ad est.

Quando, un giorno, Nick incontra i due nella loro nuova villa, viene a conoscenza dei lati oscuri del rapporto tra Tom e Daisy. Tom incarna, in questo frangente, il pensiero dell’epoca: la paura dell’estraneo, la convinzione della superiorità della razza bianca come emblema di arte e purezza. È un maschilista di prima categoria, avvezzo a giudicare le donne come meri oggetti sotto il controllo dell’uomo. Pare che abbia un amante a New York e Daisy sembra disprezzarlo. Infatti, pare che quando sia nata sua figlia sia stato un fantasma. Ma il vero fulcro della storia è il suo vicino, “il grande Gatsby” che dà delle feste memorabili nella sua villa e che, se solo lo volesse, potrebbe comprarsi anche il cielo. Gatsby però nasconde un passato tutt’altro che roseo.

Di estrazione proletaria, Gatsby viene accolto sullo yacht di un uomo sulla soglia dei cinquanta, che alla sua morte gli lascia parte della sua eredità.
Se la vita è un misto di coincidenze destinate ad aggrovigliarsi come i rami di una quercia, Nick scopre che Gatsby è vicino a lui più di quanto possa immaginare. Infatti, egli ha avuto una relazione con Daisy e, nonostante si sia sposata, non l’ha mai dimenticata. Così decide di combinare un incontro segreto, un tè. Quel giorno segnerà la svolta. Daisy si ritroverà a fare i conti con il rimpianto di un sogno mai inseguito, quello di stare con l’uomo che ama. Quando incontra di nuovo Daisy, i due sembrano non essersi mai lasciati. Due corpi e un’unica anima, tanto che Nick assume le sembianze di un fantasma, un suppellettile al quale non si dà conto.

Alexandra Romano

La fattoria degli animali di George Orwell (1945) – RECENSIONE

Pubblicato per la prima volta nel 1945 con il titolo Animal Farm, “La fattoria degli animali” è più attuale che mai. La schiavitù animale, la nuova classe operaia nella concezione marxista del XXI secolo, viene messa all’angolo da uno spiccato senso di rivolta. Il vecchio padrone, Jones, viene messo all’angolo. Polli, maiali, cani, cavalli fondano una nuova forma di governo basata sui principi politici dell’Animalismo. Capostipiti di un nuovo regime, che respira un’aria fresca di socialismo, sono i maiali. Infatti è proprio il più anziano di loro il fautore della nuova era, conosciuto come il “Vecchio generale”. Questi lascerà alla fattoria i suoi insegnamenti che saranno la base per i “sette comandamenti” che determineranno il cambio di regime da “Fattoria padronale” a “Fattoria degli animali”:

1. Tutto ciò che va su due gambe è nemico,
2. Tutto ciò che va su quattro gambe o possiede ali è amico,
3. Nessun animale indosserà vestiti,
4. Nessun animale dormirà in un letto,
5. Nessun animale berrà alcolici,
6. Nessun animale ucciderà un altro animale,
7. Tutti gli animali sono uguali.

Ma chi avrà il delicato ruolo di gestire la nuova forma di “governo” alla Fattoria degli Animali?

Se è vero che i maiali sono la specie più istruita, ci riesce quasi naturale pensare che saranno Palladineve e Napoleone. I suini più intelligenti del branco, distanti come il fuoco e l’acqua. Le loro iniziative conviveranno, con fatica, per un periodo. Palladineve insegna a leggere e a scrivere, mentre Napoleone si cimenta nell’educazione dei cagnolini ai principi dell’Animalismo.

Un giorno l’imboscata di Jones e altri uomini fa precipitare l’ordine che sembrava essersi eretto. La battaglia va a buon fine e Jones viene sconfitto per una seconda volta. Palladineve coglie l’occasione per annunciare un progetto che prevede la costruzione di un mulino a vento, ma Napoleone si oppone all’istante. Da un semplice dissenso si passa presto a un litigio che termina in un vero e proprio colpo di stato a opera di Napoleone, che fa assalire Palladineve dalla banda di cani che ha istruito sin dalla loro infanzia.

Con il passare delle settimane si va definendo sempre più un sistema politico dittatoriale, che si erige sulle spalle di animali colpevoli di non saper leggere, sottoposti a dei lavori non meno forzati dei tempi di Jones. Una similitudine voluta che ci rinvia ai tempi dell’Unione Sovietica, di cui dittatura e culto della personalità erano i valori fondanti. Napoleone si dimostra un leader carismatico capace di convincere il suo popolo a fare o credere qualunque cosa. Anche i famosi comandamenti, una volta considerati inviolabili, subiscono un contraccolpo. Ad esempio la massima “nessun animale dormirà in un letto” viene sostituito con “nessun animale dormirà in un letto con le lenzuola“.

Si parla dunque di un vero e proprio sistema organizzativo, fondato su delle leggi concrete della Fattoria degli Animali. Infatti all’interno di quelle leggi rientrano anche i limiti di età fissati per ogni animale per andare in pensione. 12 per i cavalli e i maiali, 14 per le mucche, 9 per i cani, 7 per le pecore e 5 per galline. Vi sono anche delle vere e proprie riforme politiche, come la costruzione di una scuola per addestrare i cuccioli, ma tutto questo è solo di facciata.

Il sistema viene ben presto sovvertito da Napoleone, che si dimostra non meno diverso di Jones. Un giorno, ad esempio, spaccia il furgoncino del macellaio per quello di un veterinario – cosa non difficile da momento che la maggior parte degli animali è analfabeta – e fa portare via Gondrano, uno dei cavalli, venduto per farci i soldi per acquistare del whisky.

L’evento che capovolge l’intero assetto è la sostituzione del comandamento “Quattro gambe buono, due gambe cattivo” con “Quattro gambe buono, due gambe meglio“. Una sera la fattoria sorprende i maiali a camminare su due zampe, indossare abiti vistosi e bere whisky.

Alessandra Romano

“The Ones” di Veronica Roth (2020) – RECENSIONE

Spesso si sottovaluta il genere fantasy/fantascientifico, ma sempre di più mi accorgo che fatti, emozioni e relazioni della vita reale non avrebbero lo stesso sapore, se non fossero raccontate con un pizzico di magia. The Ones ci invita a riflettere su drammi contemporanei come il terrorismo islamico, il potere indiscriminato delle grandi multinazionali a discapito di altri esseri viventi. The Ones è uno degli esempi per cui ho scelto di raccontare drammi quali separazioni, abbandoni, disastri naturali, in questo modo. La fantascienza spazza via il torpore di un racconto drammatico e ci consente di focalizzarci meglio sui dettagli che muovono la nostra parte riflessiva.

“The Ones”: la mia recensione…

Ambientato in una Chicago contemporanea, il romanzo di Veronica Roth è una spiaggia su cui fantasia e realtà si incontrano. Un mondo dove dei “Prescelti” combattono il male che si manifesta durante i Gorghi. I Gorghi simboleggiano la noncuranza con cui vengono rasi al suolo chilometri di foreste per erigere nuovi allevamenti intensivi. O, ancora, potrebbe essere un rinvio alle guerre del passato, all’olocausto, che hanno spezzato la vita di molte persone in un battito di ciglia. Il male si incarna in una figura incognita, l’Oscuro, che indossa una maschera diversa a seconda dei suoi fini. L’Oscuro è un essere deprecabile che vive sulle ceneri di ciò che l’umanità ha costruito per esistere e il terrore notturno che fa tremare gli animali in un bosco.

L’unica speranza per salvare il mondo è racchiusa in cinque ragazzi: Matthew, Sloane, Esther, Iris, Albie. Ognuno possiede un dono speciale, una piccola arma che può combatterlo. Infatti, qualche tempo fa, la loro unione è riuscita ad annientarlo, ma dopo l’ultima battaglia ognuno di loro ha cercato di superare il dramma dei Gorgi. Chi vive di benzodiazepine, chi si è costruito un’immagine sui social e chi, purtroppo, è caduto vittima di droghe. Poi c’è Sloane, che dopo il progetto governativo Immersione Profonda, non è stata più la stessa. Qualcosa di oscuro e potente le ha attraversato la pelle, l’Ago di Koshei, che resterà legato a lei per sempre.

La scomparsa di Albie determina il rovescio della medaglia. Una trasmigrazione imprevista su Genetrix, universo parallelo alla Terra, momento in cui The Ones raggiunge l’acme. I prescelti prenderanno parte a una missione che potrebbe determinare la sorte dell’umanità di Genetrix e della Terra. La magia è l’unica arma per sperare di vincere, una volta per tutte, contro l’Oscuro.

Alexandra Romano

“L’incendiaria ” di Stephen King (1980) – RECENSIONE

La capacità di King di maneggiare con cura e precisione due generi complessi, come l’horror e la fantascienza, lo rendono un guru per gli scrittori del futuro. La sospensione dell’incredulità con King riesce alla perfezione. Scrittura fluida e dettagli dosati con la meticolosità degli ingredienti di un dolce catapultano il lettore in una realtà altra. La ragione lascia spazio all’immaginazione e subentra la magia. L’effetto che ho sortito leggendo “Lincendiaria”. Romanzo scritto più di trent’anni fa, eppure moderno e scorrevole da conquistarsi un posto di tutto rispetto nella post-modernità. Perché “L’incendiaria” mette a nudo il lato più oscuro dell’essere umano, emblema di un’esistenza in bilico su una fune posta sul confine che separa i continenti del male e del bene.

“L’incendiaria”: la mia recensione…

Charlie è una bambina nata all’ombra dell’unione tra due ragazzi, Andy e Vicky, che diversi anni prima hanno preso parte a un esperimento incluso in un progetto per preservare la pace e la democrazia nel mondo. Tale esperimento includeva il Lot Six, una sostanza speciale che agisce sull’ipofisi, e che si concretizzerà nella sua massima espressione alla nascita della piccola.

La parapsicologia, scienza astratta agli occhi di molti, per i due diventerà un tarlo del quale non potranno più liberarsi. Vicky saprà aprire i cassetti o accendere il televisore solo con l’intenzione. Andy, invece, acquisirà la cosiddetta “spinta”, dote ipnotica che gli consente di avere tutto ciò che vuole dalle persone, non esente da conseguenze proprie e altrui. Più più farà pressione sulla sua mente, e più il dolore inizierà a inveirgli contro. Mentre il tentativo di aprirsi un varco in una mente altra, provoca nella medesima uno squilibrio che, se non rimediato in tempo, può condurre la stessa perfino al suicidio.

Impareranno a conviverci? A questo è difficile rispondere, specie se le scelte del passato possono ripercuotersi ripercuotersi sul presente, sulle persone che amiamo. Qui subentra Charlie, “l’incendiaria”, bambina più intelligente e matura di quanto possa immaginare. Il suo unico problema sono le emozioni. Charlie governa uno dei quattro elementi, il fuoco, e ogni cosa che prova può potenzialmente ardere un intero bosco. La sua pirocinesi metterà a dura prova la sua e l’esistenza di Vicky ed Andy.

È in questo frangente, nel delicato equilibrio che governa la vita della piccola, che si inserisce La Bottega. L’organizzazione governativa responsabile delle ripercussioni del Lot Six sulle gente e sarà sempre lei che inizierà a perseguitarli non appena la notizia dei poteri di Charlie giungerà ai piani alti. Due agenti sorveglieranno la famiglia e aspetteranno il momento giusto per rapire la bambina. Il momento giusto però si traduce nell’omicidio della madre, così Andy e Charlie dovranno iniziare a vedersela per conto loro, mentre il fantasma di Vicky resterà per sempre impresso nel cuore di Charlie.

Alexandra Romano

“L’amico immaginario” di Stephen Chbosky (2019) – RECENSIONE

Protagonista de “L’amico immaginario” è Christopher, un bambino orfano di padre, con una madre che si spezza in due per lui e poi vi è un terzo soggetto: l’uomo gentile. Un essere senza volto che appare sotto diverse forme: faccia di nuvola, un sacchetto di plastica che si muove. Parla con Christopher e gli dice di seguirlo. Il bambino, ignaro di ogni pericolo, lo ascolta e raggiunge il bosco di Mission Street: una miniera di segreti allucinanti che sembra essere popolata da spiriti. Christopher scompare per ben sei giorni e, quanto ritorna, è un’altra persona. Ha un amico “immaginario” con sé ed è molto più intelligente. Non ha più la dislessia e legge i libri in men che non si dica. Tutto questo ha però un prezzo, che di giorno in giorno diventerà più caro, a partire dalle sue forti emicranie.

Christopher e Kate sono appena fuggiti da Jerry, l’ex fidanzato di Kate che soffriva di alcolismo e la maltrattava giorno e notte. Un nuovo lavoro in una cittadina tranquilla, Mill Grove, e il bene tra una madre e suo figlio sono gli ingredienti perfetti per una vita felice. Tuttavia la scoperta che il bosco sia a soli due passi dall’abitazione le farà gelare il sangue. Nonostante prometterà alla madre di non ritornarci, il richiamo del bosco sarà più forte della volontà di Christopher. L’uomo gentile diventerà la sua spalla, il suo amico immaginario appunto, che lo condurrà alla strada per comprendere il suo insolito legame con il bosco. Christopher scoprirà di avere una missione: costruire una casa sull’albero. Non portarla a termine potrebbe condizionare le sorti stesse del mondo.

Entrando nel cuore de “L’amico immaginario” questa forma di intelligenza “potenziata” di Christopher si trasformerà in un virus benevolo che contagia chi gli sta attorno. Una trama invisibile che lega gli abitanti della cittadina come i fili di un gomitolo di lana. È la telepatia, che sintonizza gli esseri umani sulla stessa frequenza.

Christopher dovrà fare i conti con un nemico potente: la signora che sibila. Una specie di strega assetata di sangue che secoli prima ha massacrato il mondo, causato epidemie e ha generato il male tra gli esseri umani. L’unica soluzione era un bambino: David, una luce in mezzo al buio. Anche lui ha costruito una casa sull’albero e la sua anima ha placato per un po’ il perpetuarsi del male. Ma quando la signora che sibila lo ha intrappolato nella parte immaginaria, fino ai limiti estremi della sopravvivenza, il buio è ripiombato sulle popolazioni.

Alexandra Romano

“La zona morta” di Stephen King (1979) – RECENSIONE

Il mio rapporto con la scrittura di King non è stato facile. All’inizio non ho apprezzato il suo modo di scrivere. Forse per l’età, in quanto ho letto il suo primo romanzo intorno ai quindici/sedici anni; forse perché i miei gusti letterari erano ancora indefinibili. Ricordo che in quei due romanzi che lessi, la trama veniva lasciata sospesa nel vuoto, lasciando al lettore libera immaginazione. All’epoca, provai molto fastidio per questo ma, ripensandoci, è un modo per coinvolgere il lettore in prima linea. Troppo spesso gli autori, talvolta accecati dall’amore nei confronti della propria creatura, dimenticano il loro interlocutore, componente tutt’altro che secondaria. Senza un seguito di lettori un libro è condannato all’oblio. Dunque con romanzi non “tradizionalmente conclusivi” egli può prefigurarsi nella mente il proprio finale sulla base delle proprie convinzioni, della propria cultura e della propria concezione della storia.
Ma La zona morta – insieme ad altri romanzi come Le Creature del buio o L’incendiaria, di cui vi parlerò in seguito – mi ha fatta ricredere e nel prossimo paragrafo vi spiegherò perché.

La zona morta: la mia recensione…

La storia recensita in questo articolo è un romanzo del 1979, intitolato La zona morta, capolavoro sull’introspezione che illustra come un percorso di malattia cambia la vita a un uomo, diventando l’occasione per scoprire meglio sé stessi.
Johnny è uomo semplice. Insegna alle superiori e, forte nell’ironia, conquista Sarah, donna sfiduciata per la sua ultima esperienza con il genere umano. Il loro è un legame maturo, che nasce tra una riunione e una pausa pranzo, ma quando è pronto a trasformarsi in amore, Johnny subisce un grave incidente stradale e finisce in coma per quattro anni. Al suo risveglio, si ritrova con una nuova sensibilità, diventando capace di cose inenarrabili.

In quegli anni cambiano molte cose. Il padre, esasperato dal fanatismo religioso della moglie, arriva a sperare che muoia e Sarah si costruisce la vita tradizionalista di ogni donna borghese, con accanto un uomo che punta a diventare l’avvocato più rinomato d’America. Eppure quegli anni saranno necessari a creare quella zona morta nella sua mente, prezzo ultimo da pagare per quella capacità extrasensoriale che Johnny respingerà con tutte le sue forze. Eppure sarà grazie a quel potere psionico che Johnny vivrà l’ora di passione tanto agognata con la sua Sarah.

La nuova facoltà del protagonista, la telepatia, getta un ponte sull’insensibilità odierna dell’uomo. È uno specchio sui retroscena della politica più sporca, che si maschera di finto buonismo e ironia, ma in realtà è fatta di corruzione e criminalità. Greg Stillson è il colletto bianco per antonomasia. Un uomo privo di scrupoli che non prova tenerezza neanche di fronte a un amico a quattro zampe. Un uomo venuto dalla miseria ma che, entrato in politica, ha dimenticato le sue origini. Vigliacco da assumere degli “strozzini” per intimorire ogni suo nemico. Così, quando Johnny gli stringerà la mano, vedrà il futuro ne suoi occhi e sarà costretto a prendere una decisione che gli costerà ogni cosa. Forse, perfino la vita.

Alexandra Romano

“Ragazzi della tempesta” di Elle Cosimano (2020) – RECENSIONE

Ragazzi della tempesta mi ha presa in modo insolito e del tutto singolare. Per la prima volta ci ho messo tempo a entrarci dentro, masticare le emozioni e gli scenari che essa evocava. Una delle cose che più mi ha colpita dell’autrice è la ricercatezza di ogni più piccolo dettaglio, valida palestra per ogni potenziale scrittore. Dalla Cosimano ho appreso che niente è banale nella narrativa e che anche la cosa più semplice non va trascurata. Un’espressione, un oggetto, una scena. La trama è così squisitamente originale e satura di elementi affascinanti, da essere sempre più intrigante mano che si avanza nella lettura.

Ragazzi della tempesta: la mia recensione…

Le colonne portanti di Ragazzi della tempesta sono le stagioni, portavoci di storie ed emozioni irripetibili, che hanno plasmato anche la loro vita oltre la morte. Eh sì, perché così come la Primavera incarna la rinascita nel mese di marzo, è anche simbolo di morte nel periodo più caldo dell’anno: l’Estate.

La storia si articola su una catena di eventi fatti di lotte e conquiste, desideri e aspirazioni, nelle quali s’intravede il sottile rinvio alle conquiste umane. Colonialismo, Grande guerra. Fleur, la Primavera, è costretta a uccidere Jack, l’Inverno, per prendere il predominio nel mese di marzo. Julio però, l’Estate, la uccide ogni anno a giugno. Avvenente, affascinante, passionale. Così come l’Inverno e la Primavera iniziano a deteriorarsi man mano che le giornate si allungano, anche l’Estate va incontro alla fine e il predatore è Amber, l’Autunno. Jack, infine, uccide Amber.

Un altro dettaglio interessante è che a ogni nuova stagione, le precedenti ritornano nel sottosuolo, in camere di stasi – delle “batterie” che le ricaricano – prima di risvegliarsi. Alla fine del periodo dominante, a ogni stagione è assegnato un punteggio all’interno di una classifica. Questo punteggio è fondamentale per il suo risveglio, perché al di sotto di un certo valore le stagioni vengono terminate.

Un sistema progettato a regola d’arte, non è così?
Purtroppo no. Il tempio della vita realizzato da Cronos, il Dio del tempo, è suscettibile di attacchi. Una delle sue fondamenta è divieto di congiungimento tra le stagioni. Proprio quello che accade tra Jack e Fleur. Jack, da sempre innamorato di Fleur, decide di salvarla dalla sua situazione di svantaggio nella classifica portando il caos. Inizierà così una ribellione che cercherà di ribaltare ogni pilastro dell’edificio messo in piedi da Cronos.

Alexandra Romano

“Io, Robot” di Isaac Asimov (1950) – RECENSIONE

  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
  3. Esso deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Capostipite del connubio perfetto tra uomo e tecnologia, emozione e opzione, Asimov ha concepito una trama fonte di riflessione sul progresso tecnologico. La singolarità tecnologica, la nuova corsa allo spazio, rischia di renderci “biologicamente obsoleti”, trasformando macchine e applicazioni nella forma di vita dominante. Il romanzo è strutturato in nove storie interconnesse da un unico filo conduttore che ci consente di interrogarci sul senso dell’esistenza dei robot. Trama intrigante e scorrevole, a tratti quasi vicina a un saggio, perché assume lo scopo di farci interrogare sulla tecnologia. Quanto si evolverà? Ci supererà in quando esseri dominanti sulla terra o conviverà al nostro fianco fungendo da spalla destra?

Io, Robot : la mia recensione

La storia del legame tra una bambina e un robot

Il romanzo si apre con una storia di una bambina, Gloria, e la sua dolce amicizia con Robbie, un robot sociale creato per scopi relazionali. Asimov riesce a raggiungere, con l’eleganza delle sue parole, anche i sentimenti più genuini di una bambina nei confronti di un congegno elettronico. Eppure, in quel robot c’è qualcosa di più. Malgrado le continue ramanzine e i tentativi di sua madre di separarla dal suo amico di silicio, nessuno riuscirà a spezzare questo “legame”. Perché Robbie è in grado di provare emozioni come ogni essere vivente e il suo destino non è certo in una fabbrica di cemento. Antesignano dei robot odierni, intelligente, empatico, Robbie avverte i pericoli e le emozioni dell’uomo. Emerge inoltre anche il sentimento del tempo del Novecento, fatto della paura della disoccupazione, causata dall’introduzione di macchine che, in realtà, hanno la finalità di emanciparlo dai lavori più stancanti. Ma siamo davvero sicuro che, con il progredire della ricerca, avremo sempre tutto sotto controllo?

Speedy: un robot speciale

Questa storia invece è l’emblema di uno dei principali archetipi della fantascienza novecentesca, nonché la conquista dello spazio, di nuovi universi, in questo caso Mercurio. Due scienziati vengono inviati per effettuare delle operazioni di aggiusto su Speedy, uno dei robot più intelligenti progettati e lanciati nello spazio, in quanto capace di controllare una stazione spaziale. I due scienziati non riusciranno però facilmente nella loro impresa. Speedy uscirà fuori controllo e saranno costretti a cercarlo per diverso tempo, rischiando anche la vita a causa delle elevate temperature su Mercurio. I due uomini saranno pertanto costretti ad affidarsi alla potenza, un po’ rudimentale, di due grandi robot industriali. In realtà, però, uno dei due è più intelligente di quanto si possa pensare. Questi ci riporta all’androide dickiano presente in “Do Androids Dream of Electric Sheep?”, che si interroga sul senso del propria esistenza, e comprende di essere stato creato con uno specifico fine.

Uno degli aspetti che più mi hanno colpita è la considerazione, dell’autore, dei robot come degli esseri pensanti, capaci di provare sentimenti. Asimov, insieme a Dick, ha anticipato anni e anni prima i progressi della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, inscenando storie che hanno come protagonisti esseri empatici, dotati di iniziativa personale e simboleggianti anche il superamento dei confini. Ancora oggi diverse persone sono scettiche nei confronti del progresso tecnologico, ignorando i vantaggi in termini umani e sociali a cui esso potrebbe condurre, ma qual è la linea sottile che separa umano da inumano? Quali potrebbero essere le conseguenze di un mondo in cui la tecnologia diventa protagonista indiscussa della scena?

Alexandra Romano

Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca di un’alternativa al limite umano

Premessa

"Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca costante di un'alternativa alla limitatezza umana" è il titolo della mia tesi di laurea...

Il motivo che mi ha spinta a fare ricerca su un argomento profondo e talvolta ostico come la morte, è dovuto all’interessamento ad alcune tematiche – trattate dallo stesso mito – e alcune scoperte che da sempre cercano di smentirla. Frankenstein è uno dei miti più conosciuti e attuali di tutti i tempi per la capacità di inscenare la tracotanza che da sempre caratterizza gli scienziati – il cosiddetto mad scientist nasce proprio insieme al mito – e di riflettere la crisi di uno dei pilastri su cui si è retto il nostro immaginario per generazioni: la religione. Ogni singola creazione – dal galvanismo alla nascita della defibrillazione del pace-maker – che ha cercato di scongiurare il nostro più grande limite, è stata inizialmente accolta dall’opinione pubblica come blasfema, perché anima l’uomo non più per volere di Dio, ma per quello di un altro uomo che si eleva a egli. Frankenstein ha riscosso forti critiche negative all’inizio, perché rifletteva alcuni di questi timori contemporanei tra le parole di una trama forte e cruenta, ma è stato forse il primo racconto che ha cercato di dare ragione a quello sforzo tanto difficile che è l’accettazione. L’accettazione per la scomparsa di un caro.
Qui vi lascerò l’introduzione alla mia tesi di laurea.
Spero vi piaccia!

Introduzione

Alla domanda “qual è il mito più saldo e invischiato di verità, finzione e futurismo di tutti i tempi?”, non si può rispondere senza fare riferimento a Frankenstein. Le suggestioni scientifiche che rimettono in discussione il modo di pensare l’essere umano, i drammi dell’individuo contemporaneo all’interno della società, la ricerca instancabile di una soluzione al conto alla rovescia dato dalla biologia dell’organismo… questi sono solo alcuni dei punti più importanti che la Shelley ha affrontato, a soli diciannove anni, tessendo le fila di un discorso suscettibile di essere applicato ogni qualvolta nuove scoperte o invenzioni sollevano perplessità di tipo antropologico-filosofico.
Terminata nel 1817 e pubblicata in forma anonima nel marzo del 1818 dalla Handing, Mavor & Jones, l’opera di Mary Shelley ha avuto ai suoi inizi un riscontro negativo da parte della critica, che l’ha giudicata un «tessuto di orribili e disgustose assurdità». In realtà però, questa non rappresenta altro che una piccola tappa del lungo cammino che il mito ha attraversato, di epoca in epoca e di continente in continente, perché ha offerto importanti spunti di riflessione in diversi campi disciplinari. Dal peso del pregiudizio e del solipsismo in ambito sociale; passando per il complesso edipico – rielaborato in una chiave più gotic – e la dolorosa influenza delle convenzioni sociali sull’animo in quello psicologico; fino ad arrivare a quello scientifico che dal galvanismo sino al transumanesimo inaugurerà una lunga stagione di scoperte ed esperimenti volti a superare i nostri confini biologicamente tracciati.
Il titolo, emblematico per la nostra riflessione, offre una doppia pista al lettore a partire dal nome dello scienziato: Frankenstein. La presenza di un nome tedesco costituisce una promessa di brividi inenarrabili, un richiamo al tenebroso e all’occulto. Nell’Ottocento, infatti, la diffusione di alcune tradizioni sovrannaturali in Germania ha avuto un impatto tale da far sì che, per questo e per il secolo successivo, l’intera nazione venisse considerata la miniera d’oro del gotic e del fantasy.
La seconda pista invece, delineata dall’iconico sottotitolo, “or the modern Prometeus”, ci rimanda a una concezione moderna del mondo classico, libertaria, nella quale risalta il titano che ruba il fuoco agli dèi per consegnarlo agli uomini che, secondo alcune versioni, avrebbe plasmato lo stesso essere umano. Ribelle, ingegnoso e in perenne lotta con i propri limiti. Prometeo incarna però anche il dio latino che dalla lavorazione dell’argilla avrebbe creato l’uomo, ed è “moderno” nella misura in cui si riferisce al nome di uno scienziato che, con i suoi esperimenti, ha rivoluzionato il modo di concepire l’elettricità: Benjamin Franklin – il cui nome non a caso è assonante a Frankenstein che, in qualche modo, ne costituisce un elogio.
La genialità di Mary Shelley è insita nella sua perspicacia, che le ha consentito di carpire alcuni dei fermenti rivoluzionari che hanno stravolto la società del suo tempo, tra cui la Rivoluzione francese, la manipolazione dell’elettricità, il galvanismo. Eventi che, come si evince dal sottotitolo e dalla narrativa che lo accompagna, hanno contribuito al “potenziamento” naturale dell’uomo e alla secolarizzazione del pensiero occidentale. Man mano che la scienza ha progredito, l’uomo si è reso sempre più autonomo dalle verità rivelate e dalle illusioni in esse riposte, per acquisire la consapevolezza di essere l’unico artefice del proprio destino.
Fino a che punto questa consapevolezza si è potuta considerare tale, senza trasformarsi in modo significativo, al punto di diventare una pericolosa concezione di “onnipotenza” con l’effetto perverso di rendere invisibile ogni confine ai suoi occhi? È un po’ ciò che accade oggi all’interno del transumanesimo e delle nuove discipline del XXI secolo, che giungono perfino all’idea di manipolare, penetrare e alterare il cervello umano. Cosa ci assicura che un “miglioramento” cerebrale condurrà la nostra specie a un gradino più in alto della scala evolutiva, e non smonterà semplicemente una nuova illusione, traducendosi perfino in regresso?
Il Prometeo moderno assolve allora anche alla funzione metaforica di velo trasparente permettendo al lettore, attraverso le sue continue rielaborazioni nel cinema, nella televisione e nel teatro – oggetto del primo capitolo – di scrutare la hybris che caratterizza lo scienziato moderno, capace di sovvertire ogni genere di regola pur di raggiungere dei progressi.

Qualche decennio prima che la Shelley concepisse la sua “creatura”, qualcun altro ha avuto idee altrettanto sconvolgenti, che però esulano dall’ambito prettamente narrativo. Basta fare un piccolo salto geografico e spostarsi in Italia, di preciso a Bologna, dove un fisico fuori dal comune, verso la fine del 1700, ha iniziato a studiare la cosiddetta “elettricità animale”: Luigi Galvani. Con i suoi esperimenti egli ha influenzato il pensiero scientifico dell’intero secolo successivo, plasmando una nuova dottrina scientifica, meglio nota come galvanismo – tema cardine del secondo capitolo – che in Frankenstein trova la sua piena realizzazione, il suo alter ego, con la rinascita di una creatura attraverso le mani di un uomo.
L’oggetto degli studi di Galvani erano le sezioni del corpo di piccoli animali, per lo più rane, perché egli voleva dimostrare che le contrazioni delle zampe si verificano quando, in apparenza, non c’è nessun’altra elettricità a poterle causare – se non quella speciale, estremamente debole, già esistente al loro interno. Per lo studioso esisteva una stretta connessione tra elettricità e vita, poiché egli pensava che l’elettricità fosse prodotta dal cervello, distribuita e conservata nei muscoli attraverso i nervi. Se essa rimaneva nei muscoli delle rane quando erano morte stecchite, allora sarebbe rimasta anche nei muscoli degli uomini che si trovassero nello stesso stato. «Victor Frankenstein, partendo da queste ipotesi e cosciente che, se per la zampetta di una rana era necessaria una piccola quantità di elettricità, per “riavviare” un intero essere umano ne sarebbe servita una quantità enorme, capisce dunque che ha bisogno di tutta la forza del fulmine».
Si pensa, tuttavia, che siano stati i più recenti esperimenti del nipote di Galvani, Giovanni Aldini – il quale può essere considerato a pieno titolo l’erede del galvanismo – che ha portato avanti le ricerche di suo zio, spingendosi ben oltre. Infatti, i suoi studi sono stati condotti sulle parti di cadaveri umani. L’avvento del “Prometeo moderno” ha costituito poi il trampolino di lancio per un dibattito attorno a un tema molto interessante, nonché cercare di resuscitare i morti con l’uso dell’elettricità. Un’ipotesi resa possibile dalla concezione diffusa, a partire dalle speculazioni di Isaac Newton, in merito all’affinità tra «il “fluido elettrico” dei fisici e il “fluido nervoso” dei fisiologi» – l’elettricità sarà sempre più considerata il principio alla base di ogni forma di vita. Le numerose discussioni attorno al tema hanno preparato ulteriormente il terreno per la comparsa di alcune delle pratiche mediche, tuttora attuali, più importanti nella nostra storia di “posticipazione” della scadenza prefissata. Tra queste si annoverano la Rianimazione, la Ventilazione artificiale, la macchina cuore-polmone. Benché l’elettricità favorisca una concezione dell’uomo alla stregua di una macchina, suscettibile di manipolazioni analoghe come la sostituzione di componenti “obsolete” con altre più efficienti – e ciò sarà rafforzato dall’introduzione della Cibernetica negli anni Quaranta del XX secolo – essa condurrà comunque ad altre invenzioni, più recenti, che consentiranno di allungare di gran lunga il nostro percorso biologico: il Pacemaker e la Defibrillazione. Due pratiche che si sposano a perfezione con i tentativi del dottor Frankenstein e condividono con quest’ultimo l’ausilio di scosse elettriche per ravvivare il muscolo cardiaco.
Tuttavia, sappiamo che il tentativo di scongiurare la morte non è certo una tendenza contemporanea e che le sue radici, in un modo o nell’altro, sono insite nella natura dell’essere umano. Chi non sperimenterebbe la possibilità di allungare la durata della propria esistenza o di levigare, oggi più di ieri, quegli aspetti deprecabili, anche da un punto di vista cognitivo poiché, ormai, le capacità delle macchine rischiano – ed è già accaduto in parte – di superare le nostre? Chi non si metterebbe in gioco per migliorare, come cercò di fare il dottor Frankenstein, seppure con scarso risultato, le condizioni della natura umana?
È sulla seconda ipotesi esposta che si concentrano il terzo capitolo e gli obiettivi principali del transumanesimo, il cui termine è stato coniato dal biologo e filosofo inglese Julian Huxley nel suo saggio omonimo (1957), riferendosi al miglioramento della condizione umana attraverso il cambiamento sociale e culturale. «Il saggio e il nome sono stati poi adottati come fondamento del movimento transumanista, che ne enfatizza la tecnologia materiale».
L’etica di fondo, da come possiamo constatare, era ben diversa dal contesto odierno in cui scenari da film fantascientifici hanno attraversato la membrana che separa la realtà dalla finzione, rendendola sempre più labile, e si sono insinuati nella nostra routine. Le previsioni (e invenzioni) di alcuni dei più importanti scrittori o registi non sono più tanto lontane. Per fare un esempio molto semplice, il “videofono” attraverso cui i personaggi dickiani comunicavano tra di loro, allora possibile e degno erede del telefono, si è oggi incarnato a tutti gli effetti all’interno degli smartphone. Oppure il famoso robot del romanzo di Isaac Asimov (Io, robot, 1950) capace di provare sentimenti e di comunicare con l’essere umano, può essere oggi equiparato al deep learning – che rispecchia molto il nostro modo di apprendere – o ai futuri “badanti in silicio” che prima o poi diventeranno una realtà nelle case di riposo.

La domanda principale è fino a quando l’uomo potrà sfidare i propri limiti, senza generare delle ripercussioni importanti su se stesso, anche negative? Fino a che punto egli potrà assecondare disinvolto il proprio ego, assistendo e contribuendo al progresso tecnologico, senza che questi diventi l’emblema della condizione di precarietà alla quale egli è condannato?

"Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca costante di un'alternativa alla limitatezza umana" è il titolo della mia tesi di laurea...

Alexandra Romano

“Frankenstein or the modern Prometheus” di Mary Shelley (1818) – RECENSIONE

Alla domanda “qual è il mito più saldo e invischiato di verità, finzione e futurismo di tutti i tempi?”, non si può rispondere senza fare riferimento a Frankenstein. Le suggestioni scientifiche che rimettono in discussione il modo di pensare l’essere umano, i drammi dell’individuo contemporaneo all’interno della società… questi sono solo alcuni dei temi che la Shelley ha affrontato, appena diciannovenne, tessendo le fila di un discorso senza tempo.

Illustrazione dall’edizione di Frankenstein del 1831

Pubblicata in forma anonima nel marzo del 1818 dalla Handing, Mavor & Jones, la scrittrice ha raccontato che l’ispirazione per lopera è giunta in seguito a un terribile incubo, in cui affiorava lo scienziato e la sua orripilante creazione. Agli inizi Frankenstein ha un riscontro negativo, perché riflette alcuni di dei timori contemporanei tra le parole di una trama forte e cruenta – e per questo suscettibile di essere applicata ogni qualvolta nuove scoperte o invenzioni sollevano perplessità antropologico-filosofiche. In realtà però, questa è solo una piccola tappa del lungo cammino che il mito ha attraversato, perché ha offerto diversi spunti di riflessione in più campi disciplinari.

Un mito atemporale, capace di attraversare le epoche da una generazione all’altra

Frankenstein è il racconto di un uomo che tenta, avvalendosi della conoscenza scientifica, di procreare la vita. E lo fa attraverso le basi della chimica, della filosofia naturale, ma dimenticando che questo ruolo spetta non a lui di natura. L’egregio scienziato, Victor Frankenstein, durante il suo viaggio in Inghilterra s’imbatte in un sfida ai limiti del possibile. Il risultato, naturalmente, non riesce come spera. Nessuno può alterare l’opera della Divina Provvidenza, generando un risultato che non è altri che un abominio in carne e ossa. L’utopia incarnata da un essere senza nome e senza passato, riflesso di una società immersa in un industria di massa che conforma l’individuo all’insieme.
Lo scienziato decide così di screditare la propria creatura, costituendo un emblematica testimonianza della limitatezza umana. La Creatura è così costretta a divenire malvagia per ottenere un po’ d’amore, data la forte noncuranza del suo Creatore di fronte ai suoi drammi. Il pregiudizio cui il suo orripilante volto la condanna, la sofferenza del diverso escluso perché disomogeneo a tutto il resto, la ribellione nei confronti di un percorso prefissato e di un’autorità che non fa le veci della sua creazione.

Un racconto in cui orrore e drammaticità si intrecciano, in cui il male dapprima trionfa sul bene, per poi non lasciare altro che dolore. Il mostro creato da Frankenstein è una creatura alla ricerca dell’amore… cosa che alla fine riesce a ottenere ma solo dopo tanti crimini commessi. Il male diventa l’unico modo per raggiungere il bene.

Il Transumanesimo: il nuovo Frankenstein contemporaneo…

Sul fronte scientifico, Frankenstein simboleggia il tentativo di posticipare – o perfino smentire – la morte, perché per la prima volta getta luce sulla tracotanza che caratterizza gli scienziati. Il mito si reincarna oggi all’interno del transumanesimo, che si richiama al miglioramento e all’estensione delle condizioni di vita attraverso la tecnologia. Non è più il caso della Defibrillazione o del Pacemaker che cercavano di allungare la nostra durata, ma di un’alterazione del nostro stesso patrimonio biologico. Oggi, start up come Neuralink di Elon Musk e Kernel di Bryan Johnson, mirano a inserire elettrodi wireless nel cervello per migliorarne le prestazioni o ripristinarne funzioni perse in seguito a traumi o malattie. Pare che l’idea di una fine del proprio percorso vitale, non sia più accettata o perfino tollerata dalla psiche moderna. Tuttavia, non conosciamo ancora le conseguenze che una sperimentazione di questo tipo comporterà per il nostro essere.

Le continue rielaborazioni culturali del mito da un’epoca all’altra

Del mito sono presenti molteplici rielaborazioni culturali che vanno dal primissimo adattamento teatrale del 1818 alla performance Radio Frankenstein del 2017. Nel cinema sono oltre settanta i film dedicati al romanzo, la maggior parte dei quali è basata sull’adattamento teatrale del 1927 Frankenstein: an Adventure in the Macabre di Peggy Webling, responsabile di aver alimentato i più conosciuti “cine-malintesi”. Ad esempio, Frankenstein viene scambiato per la Creatura; oppure siamo “abituati” a sentire il mostro grugnire perché nel film del 1931 la Creatura comunica attraverso i versi.
Tra i vari capolavori cinematografici spicca dunque la mini-serie creata da James Whale con Frankenstein (1931), Bride of Frankenstein (1935) e Son of Frankenstein (1939), pregna di un misto di significati che è possibile cogliere in una scena, in una parola, in un’azione. Poi c’è quella di Terence Fisher che inizia con The Course of Frankenstein (1957) composta da ben sei film.

La Creatura di Frankenstein nel film di James Whale del 1931.

Sul fronte letterario, il mito ha ispirato un filone che affonda le radici nella creazione in laboratorio, nelle manipolazioni genetiche e nel senso di onnipotenza dello scienziato moderno. L’isola del dottor Moureau di Wells, Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde di Stevenson, Il resuscitatore di Beccati sono solo alcuni degli infiniti esempi.


Nell’immaginario contemporaneo, in cui la serialità si è sostituita alla televisione, il mito ancora una volta è stato capace di evolversi e incarnarsi in prodotti audiovisivi, come il famoso caso di The Frankenstein Chronicles o Penny Dreadful. In quest’ultima, la Creatura che Frankenstein crea per poter finalmente soddisfare il desiderio di amore del mostro, diverrà un icona del femminismo. Delle guerre condotte dalle donne contro gli uomini avidi, contro chi si approfitta di loro o chi le usa semplicemente per i propri luridi fini.

Conclusioni

All’epoca, il galvanismo ha messo in discussione il concetto stesso di morte, gettando luce sulla speranza di poter riportare indietro i defunti. Non ci si è preoccupati troppo di violare uno dei pilastri fondamentali del nostro immaginario, che è l’illusione di una vita dopo la morte. Non ci si è neppure premurati delle implicazioni biologiche e psicologiche per un corpo che, secondo la Natura e il Divino, ha esaurito il suo tempo. Quale Creatura è mai nata all’interno di un laboratorio dall’assembramento eterogeneo di componenti anatomiche delle più diverse origini?
Una domanda che solleva un dibattito capace di toccare campi come la Genetica – e più che mai l’Ingegneria genetica – le Biotecnologie, la Trapiantologia, la Robotica e l’Intelligenza Artificiale. Il mito di Frankenstein ha inglobato ogni possibile sfumatura di tali assunti, invitando costantemente la coscienza collettiva a ragionare su questi ultimi.

Vi è dunque l’esistenza di un legame indissolubile tra scienza e immaginario, caratterizzate da un rapporto di co-costruzione, di dipendenza reciproca. Il mito della Shelley è l’esempio lampante di tale relazione. Concepito in un periodo di forte turbolenza scientifica, il mad doctor – che, lo ricordiamo, nasce insieme al mito – diventa una chiave d’interpretazione per riflettere sui progressi storici e recenti, ma anche per immaginare quelli futuri.

Alexandra Romano