Le Creature del buio di Stephen King (1987) — RECENSIONE

Partiamo dicendo che mai e poi mai avrei pensato di leggere un libro tanto lungo e a tratti complesso, se non lo si legge giorno dopo giorno. Forse, detto da un’amante della scrittura, può suonare un po’ anomalo che libri che superano le 300/400 pagine le (gli) trasmettono una certa “oppressione”. Eppure è così. O almeno, lo era. Perché dopo anni ho sfatato un mito, una delle piccole paure che mi porto dentro da qualche tempo.
Ho amato prima la scrittura e poi la lettura, benché il mio primo libro sia nato dall’ispirazione ad una saga, oltre che da un’esperienza di vita dolorosa. Ricordo, ancora, quando mi consigliavano dei romanzi, tra i banchi di scuola, e provavo quell’angoscia, quell’ansia all’idea di non riuscire a concluderli. Poi, un giorno, a quindici anni, sono entrata in una libreria e sono rimasta colpita dalla trama della saga di Becca Fitzpatrik sugli angeli caduti e i Nephilim. Da lì, ho iniziato ad appassionarmi del mondo fantasy, del tempo magico che popola le atmosfere dark e della capacità di creare aneddoti unici da una mente all’altra. Se ricordo bene, quando ero al terzo volume della saga, è nata l’idea per il mio primo romanzo, così come l’amore per la lettura.

RECENSIONE: Le Creature del buio di Stephen King (1987)

Ad oggi, che cerco di leggere il più possibile, malgrado impegni di studio e di scrittura, posso dire che alla lettura devo tanto. E anche a Le creature del buio, di Stephen King, che è stato un altro “passo intellettuale” importante, se così vogliamo chiamarlo. In questo romanzo ho colto sia l’ironia dello scrittore, che mitiga i momenti più tetri, e anche la difficoltà della nostra esistenza. Talvolta siamo costretti a compiere delle scelte cruciali, che possono condizionare anche gli affetti.
Haven, una cittadina poco conosciuta del Maine, va improvvisamente incontro a un destino che non ha scelto, ma che per qualche motivo inspiegabile deve affrontare. Durante la consueta passeggiata con il suo cane, Patrik, Bobbi Anderson si imbatte in un oggetto misterioso, a malapena visibile. Ad ogni riflesso del sole quella piccola lastra d’acciaio brilla come l’argento luccicante. All’apparenza sembra un semplice oggetto, misterioso nella sua latenza, ma capace di catturare la mente di Bobbi, che inizia a passare intere giornate a scavare. Ore e ore a tentare di ipotizzare cosa diavolo nasconda la terra di tanto occulto da non poterlo mostrare. Intanto, un amico di vecchia data, Jim Gardner, da sempre innamorato di lei, arriva a casa sua e scorge un cambiamento nella sua salute, di gran lunga peggiorata dall’ultima volta.

Entrambi si ritroveranno imbrigliati in una faccenda che supera i limiti delle capacità umane quando, dopo giorni di scavi, scoprono cos’è l’oggetto occulto: un’astronave. Un luogo popolato da esseri viventi che provengono da un altro pianeta, i Tommyknoker, e che nel tempo provocherà radicali mutamenti psico-fisici negli abitanti di Haven. Infatti, la cittadina comincia ad essere popolata da acquirenti di batterie, di cavi elettrici, e di magliette con una strana scritta per sostituire i vestiti umettati di sangue. Le comunicazioni con l’esterno vengono drasticamente ridotte, fino a scomparire, mentre in prossimità dell’astronave ogni marchingegno elettronico sembra incepparsi. Nei dintorni dell’astronave qualunque uomo perde sangue, complice l’aria irrespirabile, che per ogni sfortunato avventore in quella foresta implica l’uso di una maschera d’ossigeno. La mutazione sarà tanto grande da modificare il regolare modo di comunicare tra gli abitanti, che iniziano a parlarsi con la mente, ad essere sempre più telepatici.

Il mio parere…

Nell’opera di King ho colto delle sfumature dickiane, riguardo il modo di comunicare, man mano che la trama si evolve e diventa sempre più intricata. Ho sempre amato queste particolarità dell’essere umano, la telepatia… l’empatia! Se ci siamo evoluti è stato proprio grazie a quest’ultima particolarità. Mi si strugge il cuore quando Bobbi soffre, quando cerca di proteggere Gardner che, suo modo, non vuole sapere ragione e resta. Resta fino a quando la situazione peggiora al punto da divenire tragica e implicare l’uccisione della persona che si ama. Bobbi subisce un’evoluzione enorme, dall’inizio fino alla fine del libro, e devo dire, un po’ mi ha fatto pena la sua situazione. Altro tratto peculiare dell’opera è l’aver creato un ambiente dalle parvenze reali, cosa in cui King è un maestro, e secondo me leggere tante pagine ne è valsa la pena. Molti romanzi di fantascienza necessitano di un adeguato spazio per dar concretezza alle scene, ai personaggi, all’ambientazione in primis.

Infine, ho trascorso qualche mese a leggere questo racconto, e mi ci sono affezionata al punto che quando l’ho terminato ho provato una certa nostalgia. Insomma, è stato il mio compagno di viaggio, di vacanze… Consiglio vivamente Le Creature dei Buio a chi, come me, ama l’horror, i differenti modi di comunicare e le lunghe imprese per scoprire un mistero.

Alexandra Romano

La verità sulle origini di Saylor Green ~ capitolo 9

«Moltissimi anni fa, sulla terra alloggiavano delle persone che avevano un compito molto importante: salvare gli altri esseri umani. Ogni anno veniva fatto un rito, considerato sacro per i vostri antenati che consisteva nell’unire due anime speciali.
Quest’ultime provenivano da un loro mondo, ed ognuna di loro aveva un dono. Una di queste è la tua: hai il dono di percepire il futuro; e quindi eventi, persone, tempo, luoghi… Queste anime, come la tua, si insediano nel corpo di qualunque essere umano al momento della nascita».

«Come si consumava questo rito?».

«Era un processo molto complesso poiché richiedeva molta attenzione – continuò – Gli antenati si riunivano di notte, in un faggeto o una foresta, e cominciavano ad accendere un fuoco. Un enorme fuoco che doveva oltrepassare i settanta metri in su di altezza, poiché si pensava che da lì in poi si giungesse vicino alle anime.

Il regno delle anime-dono si trovava in cielo, tra i primi strati. Proseguendo con il rito, una volta superati i settanta metri di altezza, si evocavano due anime alla volta. Si evocavano più volte, e si credeva che dopo un po’ giungessero nella fiamma e cominciassero a fondersi. Passato un po’ di tempo, successivamente, nelle fiamme si gettava una soluzione mescolata con petali di rose rosse (ridotti allo stato liquido), la quale avrebbe dato il via all’unione eterna delle due anime. Poi se ne gettavano dosi infinitamente maggiori con i petali allo stato solido, fino a spegnere questo fuoco sacro. Una volta ridotti completamente in cenere i petali, il legame era nato ed era indissolubile».

«Perché tutto questo?».

«Perché secondo la loro tradizione il legame era sacro, difatti utilizzavano il rosso perché è anche sinonimo di forte, indissolubile».

«Quindi sta dicendo che ciò che posseggo non è casuale?»

«No».

«E… quale sarebbe l’anima con la quale sono unita da sempre?».

«L’anima che possiede il dono della velocità e dell’avvertire pericoli lontanissimi».

«Dov’è?».

«Non lo so, ma prima o poi siete destinati ad incontrarvi, ammesso che tu non l’abbia già incontrata».

[Capitolo 9, pagine 58-59]

Un coriandolo speciale. Prossima fermata: l’eternità.

Ho trovato un coriandolo nella borsa. Toccandolo, guardandolo, nella testa mi sono riaffiorate quelle sere, quei momenti di forte emozione… Ho ricordato gli ultimi versi della canzone che raccontava la fine, triste e stupenda, la sporadica e meritata fine di un colosso storico. I Pooh. Il gruppo della mia vita, la mia medicina giornaliera ed eterna.
La liscia e sottilissima carta di quel coriandolo luccicante, è come il tasto di un replay, il replay più bello della mia vita.

Ho rivisto quel momento, quel magico e commovente istante. La batteria che si carica, il suo ritmo che diviene sempre più rapido, impetuoso. I cuori che cominciano a palpitare, lo stomaco a contrarsi, le lacrime pronte a stillare… La forza nel rinunciare ad ogni emozione cupa per godersi quegli ultimi minuti di felicità, prima che ritornino a fiorire. Prima che vadano via per sempre e divengano storia.

“Fammi cantare ancora una canzone,
prima che sia domani.”
“E balliamo l’ultimo valzer
Regaliamoci il meglio di noi.”

E poi pouf!
Lo stadio, il palazzetto dello sport si adorna di coriandoli bianchi e argentati.
Sguardi di visi umettati di lacrime, occhi rossi come tramonti, che si incrociano. Si comprendono grazie ad un feeling spontaneo, speciale. Piccoli sguardi rivolti al cielo stellato, quasi come per ringraziare della fortuna di averli conosciuti, di averli ascoltati, incontrati, di aver avuto l’occasione di essere lì… o per immaginarsi soli, nella quiete più totale, distaccarsi per un attimo dal caos e pensare a quello che è successo.

Mani che si toccano, si stringono per il dolore e la gioia messe insieme. Per la nostalgia che non è finito solo un evento, ma una storia lunga cinquant’anni.
Una storia “convenzionalmente” finita, perché fino a quando un ricordo nasce, muove qualcosa dentro di noi ogni giorno, non è effettivamente ricordo e neppure storia, ma Vita. Nel passato c’è solo la parte fisica: le emozioni restano nella memoria.

Ho trovato un coriandolo nella borsa, ho trovato il sogno di una vita, vissuto e mai finito di agognare.

Alexandra Romano
(Scritto nel 13/08/2017)

Page one.

Ho iniziato a comporre le prime note dell’anima a 12 anni. I primi scarabocchi della mia espressività, della mia parte più profonda, totalmente inconsapevole che quelle linee imbevute di inchiostro, mi avrebbero condotta all’apertura di un blog. O forse, molto di più.

Non è mai stato niente facile, soprattutto capire che questa era la mia vera strada, la quale poi, certo, avrebbe potuto incrociarne altre, ma questa e nessun’altra doveva essere la principale.
La scrittura, che per me è un modo di vivere, un luogo in cui nessuno ti giudica, dove puoi sentirti a casa, è cresciuta in me lentamente. Lei cresceva e io non me ne rendevo conto. Ho iniziato a scrivere qualche verso, le prime strofe, fino a creare una poesia. Attorno alla prima strada sono nati tanti vialetti, che ho iniziato a percorrere. E così gli aforismi, i romanzi, i miei primi articoli… fino ad arrivare ad oggi che vivo, si può dire, di pane e inchiostro.

Ci tengo a precisare, che anche chi aprirà questo articolo solo per curiosità, mi riempirà di gioia. Scusate il romanticismo, ma se non fossi così, non sarei io.  Il blog sarà strutturato in questo modo: ogni giovedì,  vi romperò le scatole con un post delle undici, che condividerò in ogni dove. Parlerò di vari di argomenti, dalle questioni ambientali a quelle di cuore, dall’alimentazione potrei giungere ai sentimenti, alle emozioni… ci sarà anche un pizzico della mia quotidianità (non intimoritevi, non vi dirò cosa ho mangiato per colazione o se ho portato il cane a spasso!).
Insomma, ho deciso di creare questo mio piccolo spazio sul web,  perché ho voglia di raccontare, raccontarmi… e spero tanto di arrivare ai vostri cuori.

Spero che questa piccola presentazione possa avervi colpito almeno un pochino, tanto da spingervi a ritornare su “L’inchiostro nelle vene”, e perché no, ad iscrivervi.
La prossima settimana uscirà il primo vero articolo, vi aspetto sulle prossime righe della vita.

Alexandra Romano