La pregnanza del nostro passato

Le società antiche si basavano su un tempo ciclico, talvolta ripetitivo, rievocando sempre il passato. Il tempo per loro era immaginato come una ruota. Sostenevano che creare una frattura con il passato significava rompere l’armonia, mettere a rischio loro stessi. E forse è un po’ così anche per noi, che per quanto possiamo dire di aver chiuso completamente con una parte di noi, in realtà non lo abbiamo mai fatto. Quella parte ha determinato, in qualche modo, ciò che siamo oggi.

Se le società arcaiche facevano di tutto per ricordare più eventi possibili, al punto di inventare degli esercizi mnemonici, ci sarà un motivo. E se ci pensiamo, ogni volta che ci chiedono di noi, di presentarci, sì, iniziamo dicendo cosa facciamo nella vita magari per professione, citiamo le nostre passioni, ma prendendo sempre un pezzetto di passato. È inevitabile.

Il passato non è effimero, insignificante. Se abbiamo avuto una delusione, questa si conserva nella nostra forza attuale, magari diventando uno sprono, ricordandoci che non dobbiamo arrenderci di fronte a quella difficoltà. Se abbiamo sorriso, il ricordo, la causa che ce lo ha procurato potrebbe manifestarsi di nuovo nel presente, magari in un periodo torvo, malinconico. E non credo possa farci male.

Spesso, quando ci chiedono di raccontare un’esperienza passata, magari triste, è come se immaginassimo di non averla mai vissuta. Proviamo un senso di repulsione quasi istantaneo. Se invece, per un attimo ci distaccassimo dal cosiddetto “senso comune”, potremmo comprendere come e quanto sia stata significativa. Perché magari ci ha consentito di modificare, cogliere uno o più aspetti di noi che possono essere migliorati.

Dobbiamo accettare il passato nella sua integrità, perché è la nostra essenza. I ricordi sono parte di noi, come i pilastri lo sono per i palazzi. Il nostro “Io” è tale perché ha un vissuto.

Alexandra Romano

La verità sulle origini di Saylor Green ~ capitolo 9

«Moltissimi anni fa, sulla terra alloggiavano delle persone che avevano un compito molto importante: salvare gli altri esseri umani. Ogni anno veniva fatto un rito, considerato sacro per i vostri antenati che consisteva nell’unire due anime speciali.
Quest’ultime provenivano da un loro mondo, ed ognuna di loro aveva un dono. Una di queste è la tua: hai il dono di percepire il futuro; e quindi eventi, persone, tempo, luoghi… Queste anime, come la tua, si insediano nel corpo di qualunque essere umano al momento della nascita».

«Come si consumava questo rito?».

«Era un processo molto complesso poiché richiedeva molta attenzione – continuò – Gli antenati si riunivano di notte, in un faggeto o una foresta, e cominciavano ad accendere un fuoco. Un enorme fuoco che doveva oltrepassare i settanta metri in su di altezza, poiché si pensava che da lì in poi si giungesse vicino alle anime.

Il regno delle anime-dono si trovava in cielo, tra i primi strati. Proseguendo con il rito, una volta superati i settanta metri di altezza, si evocavano due anime alla volta. Si evocavano più volte, e si credeva che dopo un po’ giungessero nella fiamma e cominciassero a fondersi. Passato un po’ di tempo, successivamente, nelle fiamme si gettava una soluzione mescolata con petali di rose rosse (ridotti allo stato liquido), la quale avrebbe dato il via all’unione eterna delle due anime. Poi se ne gettavano dosi infinitamente maggiori con i petali allo stato solido, fino a spegnere questo fuoco sacro. Una volta ridotti completamente in cenere i petali, il legame era nato ed era indissolubile».

«Perché tutto questo?».

«Perché secondo la loro tradizione il legame era sacro, difatti utilizzavano il rosso perché è anche sinonimo di forte, indissolubile».

«Quindi sta dicendo che ciò che posseggo non è casuale?»

«No».

«E… quale sarebbe l’anima con la quale sono unita da sempre?».

«L’anima che possiede il dono della velocità e dell’avvertire pericoli lontanissimi».

«Dov’è?».

«Non lo so, ma prima o poi siete destinati ad incontrarvi, ammesso che tu non l’abbia già incontrata».

[Capitolo 9, pagine 58-59]

“Sei forte, ce la farai.”

Sei forte, ce la farai.
Quante volte sarà capitato a chiunque di sentirsi dire questa frase, quando anche l’apparenza lasciava intuire tutt’altro. E quante volte ancora, ve l’avranno detto quando il vostro destino, il vostro cuore era appeso ad un filo esile.

L’essere umano dovrebbe essere amico, empatico con i propri simili: gli animali proteggono la loro specie e noi invece? Continuiamo a farci del male, a farci la guerra, da sempre, preferendo una pistola ad un abbraccio di riconciliazione. Continuiamo ad essere indifferenti, o magari talmente distratti da non riuscire a scorgere una lacrima o una crepa al cuore.
È così anche nell’amicizia, in amore soprattutto… ci facciamo sempre così male, e poi iniziamo a disprezzarlo senza sapere che in realtà, l’Amore è una miscela di forti emozioni che due persone alimentano insieme. E se sapessimo alimentarlo e curarci di esso ogni giorno, probabilmente riusciremmo a coglierne la vera essenza. Ma non capiterà mai, anzi, forse ogni tanto accade, ed è quando non possiamo più alimentarlo.

Siamo fatti male. Ci rendiamo conto del valore di una persona quando il sole è tramontato, capiamo di amare qualcuno dopo mille litigi, dopo averlo allontanato: quando rischiamo di perderlo.
E in cosa allora siamo forti? Forte dovrebbe essere chi, al primo impatto, è risoluto. Chi riesce a resistere davanti a una tragedia. E anche la persona più insensibile perde sé stessa se le strappano ciò a cui tiene di più.

Forse però, in qualcosa lo siamo. Siamo forti nel resistere contro chi cerca di deviarci un percorso, nel voler perseguire un obiettivo nonostante le innumerevoli difficoltà.
Siamo forti quando proteggiamo ciò che è unito a noi quanto il nostro corpo. Quando continuiamo ad amare qualcuno, a provarci, nonostante tutto ci da un motivo per non sperarci.

Le persone forti, sono forti a modo loro.

Alexandra Romano

Dove sono nata: più di una semplice città.

Sono nata in una città nella quale se splende il sole proviamo tutti a sperare; se c’è il sole c’è ancora la possibilità di un sorriso, un miracolo. Se c’è il sole, è molto più di una bella giornata.

Sono nata in una città nella quale, ogni angolo è poesia. Si parte dalla variabilità di piatti squisiti fino ad arrivare agli artisti di strada, ai compositori, agli studenti… Una quantità immensa di cibo ma non perché si sprechi: per spiegare le tante storie e i tanti luoghi che hanno concorso a formare la città. Quale miglior modo se non attraverso i piatti che li rappresentano?
Ma il vero “miglior modo” per valorizzare il cibo, una zona degna di essere chiamata città (e Napoli lo è), è offrirlo a chi, quel piatto tanto profumato e tanto gustoso non può permetterselo. Valorizza la città colui che dona un pezzo della sua pizza margherita con mozzarella fumante ad un senzatetto; chi accoglie uno straniero come se fosse nella sua seconda casa, facendogliela amare in ogni suo pregio (e naturalmente, anche difetto).

Sono nata in una città magica, piena di leggende, e non pensate alla superstizione che quello è un altro paio di maniche, ma a quanto dev’essere incantevole vivere in una metropoli che offre storia, arte e anche un pizzico di fantasia: l’ingrediente prediletto di un sognatore, o chiunque voglia allontanarsi per un attimo dalla quotidianità. Per chi lotta per realizzare un sogno, ottenere un obiettivo che esige un minimo di distacco dalla realtà.

Il punto principale però, è che la mia non è solo una città, anche perché il posto in cui sono nata è un po’ tutto. Esagero? Non credo, e penso di poterlo affermare, senza un briciolo di presunzione. Perché? Qui, ogni strada, ogni scorcio e ogni frammento di natura, fa sì che la tua mente si riempia di qualcosa che riesci a trasformare in arte, anche se non lo fai per mestiere o per passione. Tutta la bellezza naturale che prospera fin dove può, dà forza a chi si scoraggia e sollievo ad un ammalato. Basta rivolgersi un solo istante verso il mare, per godere di un minimo di allegria, o per sentirsi ricchi.

Alexandra Romano

Un coriandolo speciale. Prossima fermata: l’eternità.

Ho trovato un coriandolo nella borsa. Toccandolo, guardandolo, nella testa mi sono riaffiorate quelle sere, quei momenti di forte emozione… Ho ricordato gli ultimi versi della canzone che raccontava la fine, triste e stupenda, la sporadica e meritata fine di un colosso storico. I Pooh. Il gruppo della mia vita, la mia medicina giornaliera ed eterna.
La liscia e sottilissima carta di quel coriandolo luccicante, è come il tasto di un replay, il replay più bello della mia vita.

Ho rivisto quel momento, quel magico e commovente istante. La batteria che si carica, il suo ritmo che diviene sempre più rapido, impetuoso. I cuori che cominciano a palpitare, lo stomaco a contrarsi, le lacrime pronte a stillare… La forza nel rinunciare ad ogni emozione cupa per godersi quegli ultimi minuti di felicità, prima che ritornino a fiorire. Prima che vadano via per sempre e divengano storia.

“Fammi cantare ancora una canzone,
prima che sia domani.”
“E balliamo l’ultimo valzer
Regaliamoci il meglio di noi.”

E poi pouf!
Lo stadio, il palazzetto dello sport si adorna di coriandoli bianchi e argentati.
Sguardi di visi umettati di lacrime, occhi rossi come tramonti, che si incrociano. Si comprendono grazie ad un feeling spontaneo, speciale. Piccoli sguardi rivolti al cielo stellato, quasi come per ringraziare della fortuna di averli conosciuti, di averli ascoltati, incontrati, di aver avuto l’occasione di essere lì… o per immaginarsi soli, nella quiete più totale, distaccarsi per un attimo dal caos e pensare a quello che è successo.

Mani che si toccano, si stringono per il dolore e la gioia messe insieme. Per la nostalgia che non è finito solo un evento, ma una storia lunga cinquant’anni.
Una storia “convenzionalmente” finita, perché fino a quando un ricordo nasce, muove qualcosa dentro di noi ogni giorno, non è effettivamente ricordo e neppure storia, ma Vita. Nel passato c’è solo la parte fisica: le emozioni restano nella memoria.

Ho trovato un coriandolo nella borsa, ho trovato il sogno di una vita, vissuto e mai finito di agognare.

Alexandra Romano
(Scritto nel 13/08/2017)

Page one.

Ho iniziato a comporre le prime note dell’anima a 12 anni. I primi scarabocchi della mia espressività, della mia parte più profonda, totalmente inconsapevole che quelle linee imbevute di inchiostro, mi avrebbero condotta all’apertura di un blog. O forse, molto di più.

Non è mai stato niente facile, soprattutto capire che questa era la mia vera strada, la quale poi, certo, avrebbe potuto incrociarne altre, ma questa e nessun’altra doveva essere la principale.
La scrittura, che per me è un modo di vivere, un luogo in cui nessuno ti giudica, dove puoi sentirti a casa, è cresciuta in me lentamente. Lei cresceva e io non me ne rendevo conto. Ho iniziato a scrivere qualche verso, le prime strofe, fino a creare una poesia. Attorno alla prima strada sono nati tanti vialetti, che ho iniziato a percorrere. E così gli aforismi, i romanzi, i miei primi articoli… fino ad arrivare ad oggi che vivo, si può dire, di pane e inchiostro.

Ci tengo a precisare, che anche chi aprirà questo articolo solo per curiosità, mi riempirà di gioia. Scusate il romanticismo, ma se non fossi così, non sarei io.  Il blog sarà strutturato in questo modo: ogni giovedì,  vi romperò le scatole con un post delle undici, che condividerò in ogni dove. Parlerò di vari di argomenti, dalle questioni ambientali a quelle di cuore, dall’alimentazione potrei giungere ai sentimenti, alle emozioni… ci sarà anche un pizzico della mia quotidianità (non intimoritevi, non vi dirò cosa ho mangiato per colazione o se ho portato il cane a spasso!).
Insomma, ho deciso di creare questo mio piccolo spazio sul web,  perché ho voglia di raccontare, raccontarmi… e spero tanto di arrivare ai vostri cuori.

Spero che questa piccola presentazione possa avervi colpito almeno un pochino, tanto da spingervi a ritornare su “L’inchiostro nelle vene”, e perché no, ad iscrivervi.
La prossima settimana uscirà il primo vero articolo, vi aspetto sulle prossime righe della vita.

Alexandra Romano