La mia più grande passione, il mio modo di vivere: la scrittura

Premessa

C’è chi dice che scrivere sia una sorta di strumento antico donatoci dagli déi, chi invece, che sia una forma di potere perché riesce a salvarci e ad esibire questa salvezza. Non avevo mai pensato di pubblicare un articolo sulla scrittura, nonostante sia un perno nella mia vita. Ma poi ho iniziato a scrivere un pensiero, e da un pensiero sono nate delle frasi, fino ad uno scritto. Tutto, in maniera non progettata. Un po’ come mi è nata questa passione: un giorno come tanti, ma è stato il giorno da cui è iniziato il mio percorso di vita, su tutti i fronti.

Per me scrivere rappresenta una forma di vita agognata, che in realtà non ho scelto, perché lei ha deciso per me quando mi ha fatto provare, la prima volta in assoluto che l’ho incontrata, un’emozione unica e irripetibile.

Scrivere: Il mio punto di vista

Scrivere è tracciare il percorso della propria vita su di una pergamena, con la certezza che quel frammento vissuto non vada perso da una piccola amnesia, rendendolo quasi indelebile. È un po’ come l’elettrocardiogramma del nostro cuore su di un foglio bianco, con tanti piccoli particolari che lo rendono speciale.

Scrivere aiuta a respirare, ad espellere i cattivi pensieri e renderci più liberi, più propensi ad accogliere la positività. Scrivere mi ha insegnato a respirare, meglio, quando ho temuto che il mio respiro svanisse. E oggi sono più forte quando rischio di cedere.

Scrivere è uno sfogo quando si è soli, quando nessuno può aiutarti se non lei: la tua risorsa di vita, ciò che è capace di rendere immortali i tuoi pensieri, i tuoi momenti e le tue emozioni più intense. Ciò che è capace di farti decifrare quello che provi fino a comprenderlo meglio, oppure trovare più facilmente qual è la giusta soluzione ad un problema.

Scrivere è un po’ come vivere, ma senza muoversi. La scrittura ci dà la possibilità di delineare un mondo che forse non c’è, non esiste… ma che possiamo vivere grazie all’immaginazione, grazie alla nostra capacità di astrarci dalla realtà e trasportarci in un mondo costruito a posta per noi. La scrittura rende possibile ogni forma di realtà con a disposizione solo creatività e due semplici strumenti: una penna e un foglio di carta.

Scrivere allenta il peso di sentirsi un punto interrogativo per gli altri, ci consente di esternare una parte, seppure minima, di ciò che ci ferisce e renderlo più leggero o liberarcene.

Si scrive senza pensarci realmente, anche quando si è annoiati, perché forse è una delle migliori vie per esprimerci, come la musica ad esempio.

Si scrive per cercare di dare un senso a quanto proviamo o viviamo. Per non dimenticarlo. Si scrive per comunicare con chi non c’è, intrattenendo rapporti narrativi laddove non si possono intrattenere rapporti dal vivo.

La scrittura è una forma di vita alternativa, un modo di vivere.

Alexandra Romano

I pregiudizi, uno dei nostri filtri, talvolta illusorio, per guadare la realtà

I pregiudizi. Sono i pregiudizi che uccidono i rapporti e precludono le occasioni. Oggi soprattutto è così frequente avere un’idea preconcetta di un qualcosa, sia esso un lavoro o una persona, tanto da stabilire se ciò sia buono o meno. Ma perché non impariamo ad astrarci, qualche volta ad ascoltare senza partire da conclusioni premature? È mai possibile che appena vediamo qualcuno nell’immediato gli piazziamo una didascalia accanto? È mai possibile farsi l’idea di come sia fatta una persona senza neanche parlarle o guardarla in faccia?

Forse, dovremmo imparare più a fare esperienza che non a parlare. Imparare a vivere e non a giudicare.

I pregiudizi fanno sì che la nostra vita sia già preconfezionata, senza alcuna possibilità di sperimentazione o tuttalpiù minima. Ma la vita non è questo perché ci offre sempre l’occasione di conoscerla, di capire che è una delle cose più imprevedibili e sorprendenti… possiamo prevedere, ma non dare per certo quello che accadrà nel giro di un’ora o un anno. Possiamo prevedere il tempo atmosferico, ipotizzare che domani un acquazzone porterà con sé anche raffiche di vento mai viste, e possiamo anche dire che tra qualche secolo la nostra specie si estinguerà, ma appartiene tutto al campo delle incertezze. E così siamo anche noi, le persone lo sono: cambiamo in continuazione, per vivere al meglio, per divertirci…

I pregiudizi inibiscono tutto questo. Sono come un freno che rallenta la nostra evoluzione, impedendoci di modificarci per meglio adattarci alle situazioni. Ma soprattutto vanno a danneggiare alcune delle cose più importanti nella nostra vita: le relazioni. Un’idea preconcetta impedisce ad una persona di presentarsi ai nostri occhi in quanto tale, se non per come vogliamo vederlo noi.

I pregiudizi sono un po’ come una maschera, una patina che pian piano inizia ad offuscare la nostra vita.

Alexandra Romano

Tu non sei la gente: dai a te stessa sempre una seconda chance

Tu non sei la gente: datti sempre una seconda chance, una via d’uscita. Non meriti privazioni, non meriti il limite ad ogni cosa: vivi e non pensare ad altro.

Non dare mai a nessuno più importanza di quanta ne merita, non mettere mai te stessa al secondo posto: perché mettere se stessi prima di ogni altra cosa non è solo sano egoismo, ma realismo. Come possiamo affermare che una persona sia più importante della nostra stessa vita, quando, senza di essa noi non esisteremmo più? Con questo non voglio sminuire i “valori”, ciò a cui diamo importanza, ma dire che la nostra vita viene sempre prima di tutto. Non possiamo essere così poco rispettosi nei nostri confronti: se non siamo capaci di valorizzarci, rispettarci, come possiamo pensare di farlo con qualcuno?

La gente non merita un posto superiore a quello della nostra felicità, che è una delle nostre priorità per vivere bene con noi stessi e con gli altri. La gente non è superiore a ciò che ci rende pieni di vita: le nostre aspirazioni. Non lasciare mai influire qualcuno su i tuoi sogni, non subordinare mai i tuoi desideri a qualcuno e non riporre aspettative che superino la norma in qualcuno. Non è cattiveria, è solo stare con i piedi per terra con la consapevolezza che tutto può cambiare e bisogna dare il giusto peso a cose e persone.

Non fare sì che la gente ti spenga, sgretoli poco a poco la tua personalità in cenere per poi rimodellarla e trasformarla a suo modo: tu sei fatta così, e sei Tu per questo motivo.

Se qualcuno ti ama, ti rispetta. Rispetta i tuoi spazi e le tue esigenze. Serve a poco acconsentire, a parole, a quanto gli/le descrivi. Una persona che ti ama lo fa nella pratica, giorno dopo giorno, con la più sentita delle convinzioni.

Amati, non solo perché nessuno sarà mai disposto a subordinare i suoi più preziosi interessi a te, ma perché non meriti tutto questo. Meriti una persona che ti ami e stia con te, sempre… e chi può esserlo, più di te stessa?

Sorridi e lasciati traforare dalla luce della gioia. Apri le finestre e lascia entrare la più pura serenità: allontanati da tutto ciò che ti oscura e non ti fa sentire così viva.

Dai a te stessa sempre una seconda chance. La meriti, la desideri, puoi averla perché a tutti è concesso sbagliare nella vita. E la vita, ha sempre una seconda opportunità.

Tu non sei la gente, tu sei “Te stessa”!

Alexandra Romano

La vita ci mette alla prova e ci insegna, sempre

La vita ci mette alla prova

Molte volte si sente parlare di sconfitte, cose andate storte, eppure c’è un perché. Sì, perché forse tutto sta nel guardare dalla giusta prospettiva. Non possiamo dire che la vita non ci mette alla prova, anzi, lo fa eccome. Ma quando ciò accade non abbiamo alcun preavviso o la minima possibilità di prevedere il seguito: succede e basta. Senza logiche, senza spiegazioni… quando meno te lo aspetti, quando sei la persona più fragile di questo mondo. E perché proprio quando avremmo bisogno di più conforto? O meglio, perché quando ci mette alla prova, oltre a coglierci il flagranza, ci lascia “abbandonati a noi stessi”?

La vita stessa è la nostra più grande insegnante

Mi è capitato diverse volte di dire e sentir dire “ho tanto bisogno di qualcuno vicino in questo momento ma non c’è nessuno”, “che vita difficile”… insomma, vedere i propri giorni come un turbine di nuvole grigie senza arcobaleno, senza una striscia di cielo azzurro. Ho avuto la sensazione che ogni cosa mi remasse contro, che tutto un vortice di negatività mi stesse inghiottendo, senza un minimo di forza per oppormi.

Ci ho messo un po’ per capire ed arrivare, ad un punto, in cui ho iniziato a pensare che in quel momento forse non era la vita ad andarmi male, non erano i venti opposti o io che procedevo in una direzione che non era la mia… la vita mi ha messo dinanzi ad uno dei tanti esami da affrontare. E non è mai orrenda o bastarda, perché è una maestra che ci insegna ogni cosa, e come ogni maestra che si rispetti è anche rigida.
La vita non è cattiva, piuttosto sono le situazioni o una serie di fattori che incidono in una circostanza. Né la vita né le persone sono da buttare, altrimenti non esisterebbero l’amore, le passioni, il bene… cose che, in un modo o nell’altro, ci salvano.

Δ

Forse, ci lascia soli per farci fortificare in vista di prove e/o situazioni più complicate; forse lo fa perché dobbiamo imparare a cavarcela da soli in quanto individui, perché per quanto uno possa aiutarci siamo sempre noi a decidere e a dover decidere: la vita è Nostra e di nessun altro. Forse arriviamo a toccare il fondo per poi risalire e giungere all’apice. Forse ci separiamo da qualcuno a cui vogliamo tanto bene per poi ricongiungerci e sentirci ancor più vicini di prima. E magari amiamo così tanto lo yin e lo yang perché sono l’emblema di ciò che ci capita: bene e male, due cose così diverse eppure così unite.

Quando ci capita una qualunque cosa, bella o brutta che sia, magari dobbiamo saper interpretare i segnali che la vita ci manda. Altrimenti da una crisi non nascerebbe un fiore o un mondo fatto di gioia ed entusiasmo; altrimenti dopo tanto stare bene non ci spiegheremmo il perché di una fine.

Alexandra Romano

Mare e cielo, l’incontro di due anime nell’immenso: io e te

Mare e cielo, due paradisi? Forse, di colorazione molto simile e di limpidezza eguale. Così simili e così diversi, ma sempre uniti. Forse, il mare ricongiunge il corpo con l’anima: è il ponte che collega noi con coloro che vivono altrove, in un posto magico ed eterno, privo di sofferenze. Là dove tutto è possibile, là dove un angelo rimane per sempre…

Il mio angelo custode

Stamattina sono andata al mare e l’ho visto così limpido, l’ho sentito così dentro me. Era una trasparenza atipica, in grado di farti percepire il profondo. Mi ci sono immersa ad “occhi chiusi”, con tutta la mia fiducia e con tutta la mia speranza, che mai utilizzo del tutto nella quotidianità perché sai, non è facile lasciarsi andare con il male che ci circonda. E’ così che mi sento oggi, dopo tanti giorni, tanti mesi… tanti anni. Oggi ti sento più che mai. E proprio per questo credo che il mare e il cielo siano così distanti ma allo stesso tempo vicini, combacianti.

“Puoi sentirmi ancora dimmi che mi senti 
lo voglio pensare che puoi.”

Recita così una canzone dei Pooh e io voglio pensare a questo, ma lo sento davvero, lo sento che sei dentro me e continuo a viverti attraverso le sensazioni. Tu non te ne sei mai andato, sei nell’aria che respiro e nella forza che trovo per rialzarmi quando sto male. Perché se ho ripreso a scrivere e il primo motivo sei stato tu, allora ci credo, ci credo che ci sei.

MARE E CIELO, per sempre insieme

Se guardo l’orizzonte vedo una sola distinzione: mare e cielo, me e te, uniti per la vita e per l’eterno. Perché forse è proprio vero che il regalo più bello che puoi fare ad una persona è il tuo tempo, perché da quando ho iniziato a dedicartelo non avrei mai immaginato che ne sarebbe passato così tanto e non ci saremmo mai persi.
Credo che se ogni anno ti ricordo, allo stesso modo di quando qualcuno mi conosce e gli racconto sempre di te, anche lasciando trasparire un po’ di dolore oltre alla tenerezza, significa che allora il tempo mi ha fatto capire che tu sei importante. Nonostante abbiamo vissuto poco tempo insieme sullo stesso pianeta, forse tutto questo ricordarti, questo pensiero così vivido che ho ancora per te e questo legame che sento quasi inscindibile, vorrà dire che se fossi rimasto qui avremmo vissuto molto di più. Ma Tu mi ha fatto conoscere l’immenso che nessuno mi farà mai conoscere.

CONCHIGLIA: l’emblema di un ricordo insieme

Stamattina, dopo quel bagno quasi “santo”, illuminante, che mi ti ha fatto rivedere forse, ma senza accorgermene troppo, perché si sa, quando perdi qualcuno, rivederlo ti fa sia male che bene. Dunque, ho iniziato a raccogliere, come facevo qualche tempo fa, delle conchiglie. Forse può sembrare una cosa poco sensata o inadatta al momento, ma invece lo è eccome. Ho iniziato a pensare che le conchiglie fossero parti di noi, un po’ come quello che lasciamo a qualcuno quando ce ne andiamo e il mare ci porta via per farci approdare a quel porto speciale. Le conchiglie sono parti frammentate del nostro vissuto, della nostra personalità che lasciamo, inconsapevolmente e senza alcun criterio di selezione, sulla riva di chi prima o poi vorrà ricordarci. Chi merita di riviverci. In tal modo lasciamo per davvero qualcosa di noi a qualcuno. Non con i regali, con le parole o quant’altro, ma con un ricordo insieme.

E così stamattina ho raccolto quei pezzi della vita che dovevo ricordare, avvertire così intensamente e che anche tu forse, da qualche parte, hai desiderato che rivivessi. E se davvero hai fatto in modo che ciò accadesse, se hai pensato che sono io quella persona che lo meritava e mi hai dato modo di credere che anche io per te sono ancora importante, non posso che commuovermi. Non posso che sognare e continuare a viverti attraverso le emozioni.

I fiori più belli che ci sono

Alexandra Romano
Stesura: 12/09/2018

L’amore, il nostro “salto nel vuoto”

Forse amare ci spaventa, ci terrorizza più che mai. Forse lasciarsi andare completamente al cuore è una delle cose che ci fa tremare di più. Strana asserzione? Forse, dal momento che ognuno di noi è spesso alla ricerca perenne di qualcuno che ci renda la persona più felice al mondo, che faccia di noi un nuovo universo: il suo, quello in cui abitare. Ancora un altro forse, poiché sin da piccoli ci inculcano nella testa una forma di amore quasi mitizzata, immaginaria… basti pensare alle tante favole, ai tanti film, ai tanti libri e molto altro ancora che ha fatto dell’amore la sua più grande fonte di ispirazione. O meglio, l’amore forse è un po’ ciò da cui parte la nostra ispirazione alla vita, sì, perché quando quel qualcuno entra a far parte nella nostra vita è come se in noi si ricolorasse tutto, in maniera ancor più vivida.

Ma perché amare ci fa paura, se rappresenta un po’ il nostro superamento del limite, il nostro mondo magico? Se amare significa per noi un qualcosa che ci solleva in alto, ci fa elevare oltre il paradiso allora perché siamo spesso prevenuti?

Abbiamo tanta paura perché amare è l’unica cosa che non ci insegnano a fare e impariamo con qualche errore qua e là; impariamo a spese della nostra pelle, della nostra mente e dei nostri organi; impariamo attraverso i segnali emanati dal nostro corpo, dalla nostra mente… impariamo facendoci male, piangendo, sorridendo, emozionandoci. Eppure, anche se al primo impatto può capitare di non accorgersene o girare più volte lo sguardo dall’altra parte, prima o poi, arriverà un momento. Non si potrà scappare più e si dovranno fare i conti con sensazioni, emozioni, pensieri, paure… eppure, anche se non vogliamo, anche se non possiamo, la vita ci dà segnali in ogni modo. Segnali che se ignorati diventeranno sempre più intensi, fino ad arrivare ad un punto che non si potranno ignorare più. Perché l’amore, quando nasce, è universale, onnipotente… diventa inevitabile.

Alexandra Romano

“Questo mondo corre troppo”

Questo mondo corre troppo e non ci dà il tempo di vivere, o almeno, di farlo con i dovuti tempi. Siamo nell’era in cui tutto scorre velocemente come una corrente marina, o meglio, una cascata: trascina con sé quasi tutto il passato spesso rendendolo dimenticanza, insignificante. Quante volte ci capita di vedere un post su un social e tre secondi dopo subito scompare, catapultato da altri più recenti? Così accade con le news: una notizia importante ha la stessa durata di una riguardante l’intrattenimento. Così accade con i sentimenti: nel mondo social anche essi vengono trasportati con la velocità del vento e celati con il filtro odierno più potente.

Stiamo correndo troppo e questa corsa ci sta accorciando la vita, ci sta smorzando l’anima. Sì, perché diamo meno peso alle cose, ai sentimenti e agli attimi importanti: non ne abbiamo il tempo!
Tutta questa rapidità fa anche sì che ciò che si fa, si dice e si vive sia il più piccolo possibile: chiamate istantanee, post o articoli molto corti, sguardi negli occhi fuggitivi. La maggior parte della nostra vita è dedita alla simultaneità e alla simulazione. Viviamo di verosimiglianza o invenzione, di immagine, ma non più di realtà. Oppure poco. Viviamo ventiquattro ore su ventiquattro su un palcoscenico di dubbia costruzione, senza sapere spesso che parte recitare, qualche ruolo interpretare. Siamo i migliori attori non protagonisti nella vita di persone con cui dovremmo recitare le parti principali.

Oggi, viviamo poco e vediamo tantissimo, o tutt’al più guardiamo. Siamo abituati a viverci la vita ma facendolo a stento. Viviamo con gli altri guardando le loro storie su Instagram, li ascoltiamo leggendo i loro post, ma non è detto che questo avvenga con attenzione. Queste cose sono il mero prodotto di una quotidianità pregna di social e mondi virtuali. Non ho scelto il verbo vedere perché avevo bisogno di un sinonimo: “vedere” non implica quell’attenzione di cui abbiamo bisogno per “guardare”. Spesso, partecipiamo virtualmente alla vita degli altri, ma senza neanche accorgercene. Molto di quello che facciamo è pura abitudine, tanto da dargli poca rilevanza.

I social dovrebbero essere un surrogato, una qualche aggiunta per arricchire le nostre relazioni, il nostro “tenerci in contatto”, ma non sostituire la vita. Certo, grazie ai social siamo molto più vicini quando siamo lontani chilometri; possiamo comunicare nell’immediato… ma non devono diventare sostituti della vita, del vivere.

Alexandra Romano

“Crollo del Ponte Morandi”, una tragedia che speriamo resti unica

Ero su quel ponte l’anno scorso, ci sono passata per andare a Sanremo… ho avuto una piccola tensione in quel momento, che si è attenuata solo una volta superato. Ammetto che non mi sono mai sentita così tanto a mio agio all’idea di essere sospesa nel vuoto e, non per essere pesante, ma diciamocelo la vita è imprevedibile e a chiunque sarebbe potuto succedere. A volte però si cerca di superare le proprie paure, affrontarle per raggiungere uno scopo, e forse è anche quello che ha fatto qualcuno martedì. Ma questa volta, la paura ha avuto la meglio e purtroppo non era infondata (come del resto, non lo sono nella maggioranza dei casi).
Spesso pensiamo, ed è l’unica soluzione per cercare di “vivere sereni”, che una determinata cosa non accade a noi, o meglio, in quel momento non pensiamo neanche lentamente possa capitarci. Eppure, ogni tanto succede.

Penso a chi si è guardato negli occhi per l’ultima volta in cerca di una speranza quasi impossibile, a chi ha guardato per l’ultima volta una persona che magari non era la più importante della sua vita e a chi ha visto tutto senza nessuno accanto. A chi varcava quel maledetto ponte per inseguire un sogno, un amore o un lavoro. Per un viaggio, per una vacanza ottenuta dopo un anno di sacrifici e lavoro. Penso anche a chi l’ha scampata per un pelo, a chi si è visto crollare il mondo davanti e salvarsi, a chi resterà traumatizzato. A chi non ne è uscito vivo e semplicemente si trovava a passare per tornare a casa o per fare un giro. A chi aveva solo qualche anno di vita e ha visto la morte in faccia, troppo presto, ha vissuto uno dei terrori peggiori (non solo a quell’età).
Immagino gli occhi, il cuore a mille, l’immensa incredulità che fosse solo un incubo e invece no! La più brutta delle fini che si possano fare…

Vorrei scrivere di più in merito a queste tragedie, ma credo che mari e mari di parole sarebbero quasi inutili di fronte a tanto. Purtroppo, oggigiorno sta succedendo ciò che una volta reputavamo quasi impossibile… è il mondo, l’uomo fa sempre più paura. Si è sempre più persi nel lucro, nella vanità, nell’apparenza e soprattutto nella superficialità.
Com’è possibile che l’importanza della vita venga talvolta così sgretolata? Com’è possibile che ciò di più prezioso che abbiamo, il nostro più grande dono venga dato via in questo modo, senza peccato? Com’è possibile che in un giorno nel mondo succedono mari di disastri, eppure, continuiamo a non fare niente? Apriamo solo ogni tanto gli occhi, quando qualcuno ci rimette la propria vita, e lo stesso non facciamo niente per evitarne altri! Persone morte così, accartocciate in un auto, come degli oggetti!

E’ un disastro che si sarebbe potuto evitare se ci fosse stata più accortezza, manutenzione, una parola che dovrebbe essere tra quelle d’ordine. Si riempiranno i telegiornali come per ogni altra tragedia, e poi calerà di nuovo il silenzio e l’indifferenza. Abbiamo la cattiva abitudine di rimandare, dare priorità magari a cose futili che hanno poco a che vedere con il rischio, che potrebbero attendere. Le istituzioni devono fare qualcosa, chiunque può farlo, ma basta! Dobbiamo smetterla di svegliarci solo quando muore qualcuno. Quanta gente deve ancora pagare per gli errori di altri?
Questo articolo non è riferito solo a Genova, ma è anche in nome di tutte le tragedie successe e che potrebbero ancora verificarsi se non ci muoviamo. Cerchiamo di cambiare, di provare ad intervenire ma per davvero, una volta per tutte PRIMA e non dopo.

Alexandra Romano

Una sera atipica: potrebbe davvero cambiare tutto all’improvviso?

Capitolo 5

D’un tratto andò via la corrente, misi un giubbotto ed uscii fuori a controllare.
Dopo qualche ora ritornò, ma pochissimo dopo le luci cominciarono a spegnersi ed accendersi velocemente. Il tutto durò qualche minuto. Mi spaventai ed ebbi un brutto presentimento: per un istante percepii il peggio. Mi infilai sotto le lenzuola, ed anche se erano ancora le dieci, mi costrinsi a dormire.
All’improvviso sentii la porta di casa aprirsi. Cominciai a tremare. Era mia madre, allora perché avevo tutta quella trepidazione?

La sentii richiudersi, così decisi di scendere. Aprii con la massima prudenza la porta della mia camera, ed iniziai a scendere a piedi scalzi i primi gradini. Mi nascosi dietro alla ringhiera, ma non riuscii a vedere niente, c’era un silenzio assoluto. Pensai che, forse, fosse stata un’allucinazione, ma continuavo ad avere i brividi. Scesi in salone ed accesi la luce, non trovai nulla di strano, solo un ombrello fuori posto, mi chinai per raccoglierlo quando improvvisamente fui afferrata da dietro. Non riuscii a vedere chi fosse, dato che mi bloccò e mi bendò gli occhi in pochissimo tempo. Rimasi terrorizzata da non riuscire neanche ad urlare. Chiunque fosse incominciò a trascinarmi fuori casa; a giudicare dai passi sembrava un uomo.

«Chi sei?! Lasciami andare! Dove mi stai portando?!», furono le sole parole che uscirono dalla mia bocca con tono elevato e tremolante.
Non ricevetti alcuna risposta.
«Ehi!», continuai urlando. Sentivo che stavo acquisendo forza nella mia voce e nel mio corpo. Mi agitai sempre più, mentre qualcuno mi portava chissà dove ed io non riuscivo a liberarmi.
«Sta’ buona!», sentii la voce rauca e severa di quest’ultimo gridarmi contro.
«Ma chi sei?!», urlai ancora. «Cosa vuoi da me?!».
«Se continui a gridare ti faccio tacere con la violenza!».

Dopo poco più di mezz’ora, giungemmo in un luogo chiuso che non saprei definire, dove sentivo parlare il mio rapitore con un altro uomo.
«È questa la ragazza, giusto?», gli disse il mio rapitore.
«Si, è lei! – rispose l’altro uomo – «Voglio la sua anima!», disse in modo spietato.

[Capitolo 5 – pagine 34/35.]

La violenza non serve: “supervalutiamo” il bene!

“Prima di metter le mani addosso
A chi ti ha solo capito male
Ascolta dentro te stesso”
(…)

Recitava così una canzone dei Pooh nel lontano 2004, il cui titolo, “Ascolta”, è anche quello dell’album. Penso che in questi tre versi ci sia tutto: poesia, umanità, realtà, tristezza, ragione, paura… certo, non bastano per descrivere tutte le atrocità che abbiamo commesso gli uni contro gli altri su questo pianeta, ma esemplificano in maniera molto chiara e non banale un sacco di cose. Maltrattamenti, omicidi… secondo me, tre sono le parole che descrivono ognuna di queste frasi: violenza, incomprensione, riflessione.
La prima parola è una di quelle che non dovrebbero esistere nel nostro lessico, che compaiono nel vocabolario per motivi spiacevoli.

E’ da un po’ che mi chiedo, forse troppo spesso, perché ci schiantiamo l’uno contro l’altra. Com’è possibile che siamo arrivati a creare delle armi per distruggere noi stessi, e soprattutto con quale forza d’animo riusciamo a puntare una pistola contro qualcuno che ha solo qualche anno di vita? Come riusciamo a lanciare, pestare, gridare contro dei cuccioli, animali o umani che siano?

Ho visto bambini essere picchiati solo perché non facevano quello che indicavano loro gli adulti; ricevere una sberla in faccia perché volevano un giocattolo in più o stare altri cinque minuti al mare. Ho ascoltato telegiornali parlare di femminicidi, donne maltrattate dai loro fidanzati o mariti per delle incomprensioni, donne che non potevano più vivere la loro vita, decidere per se stesse divorate dalla paura… Ho guardato notiziari che raccontavano di bambini uccisi addirittura dai loro genitori, amici scannarsi tra di loro… risse nate da un cocktail o un motivo, spesso stupido di fronte ad una costola rotta o il fin di vita.

Dovremmo rabbrividire in un modo ineguagliabile al pensiero che oggi, nella lista dei possibili omicidi, potrebbe esserci quello di un padre contro il proprio figlio, di un ragazzo (o di una ragazza) contro la propria fidanzata… persone che dovrebbero amarsi come non mai, che una volta dicevano di amarsi, volersi bene.
L’amore non è questo. Per quanto pieno di spine, sentieri tortuosi: il bene più puro non può condurre alla violenza. Ad una lacrima sì, ma non ad una goccia di sangue.

La violenza non serve!

Si sente ovunque di assassinii avvenuti per gelosia, invidia o per il puro gusto di farlo. Attentati che spazzano via centinaia di vite, in molti paesi d’Europa e nel mondo. Oggi diffondere violenza di ogni tipo, anche la più minima, è diventata quasi prassi, per non parlare del cyberbullismo: se ne alimenta con la velocità di un fulmine e se ne distribuisce come l’aria. Ma smettiamola!
Smettiamola di disprezzarci, di alimentare odio, di sentirci soli (anche se così solidali tra noi non lo siamo).
È un ossimoro: detestiamo la solitudine estrema, eppure, non preserviamo al meglio le relazioni. Ci chiudiamo peggio di una conchiglia, serbiamo mari di segreti, parole e gesti inespressi… basta!
Siamo arrivati a questo punto proprio perché non abbiamo sfruttato la parola, abbiamo lasciato correre… fino ad arrivare all’incomprensione, ad oltrepassare il limite.

Supervalutiamo il bene”

Non dobbiamo abituarci a tutto questo, nonostante sia sempre più frequente: la violenza non porta mai a niente, se non ad altro male. Neanche per un secondo dovremmo pensare che ormai il mondo è cambiato, procede in maniera perversa, perché siamo noi umani a farlo cambiare. Abitiamo su un pianeta che ci consente di fare tutto quello che è in nostro potere.
Bisogna parlare, la caratteristica più bella di cui ci ha dotati la natura, altrimenti a cosa ci serve? Bisogna abbracciarsi se qualcosa non va e la voglia di farlo fermenta dentro di noi. Bisogna amarsi se lo si desidera più che mai e lasciare l’orgoglio da parte, al massimo per un secondo momento.
Se proprio vogliamo vivere nell’eccesso, proviamo, almeno per una volta a vivere in un eccesso d’amore: proviamo a
supervalutare la pace e il bene.

Alexandra Romano