“Frankenstein or the modern Prometheus” di Mary Shelley (1818) – RECENSIONE

Alla domanda “qual è il mito più saldo e invischiato di verità, finzione e futurismo di tutti i tempi?”, non si può rispondere senza fare riferimento a Frankenstein. Le suggestioni scientifiche che rimettono in discussione il modo di pensare l’essere umano, i drammi dell’individuo contemporaneo all’interno della società… questi sono solo alcuni dei temi che la Shelley ha affrontato, appena diciannovenne, tessendo le fila di un discorso senza tempo.

Illustrazione dall’edizione di Frankenstein del 1831

Pubblicata in forma anonima nel marzo del 1818 dalla Handing, Mavor & Jones, la scrittrice ha raccontato che l’ispirazione per lopera è giunta in seguito a un terribile incubo, in cui affiorava lo scienziato e la sua orripilante creazione. Agli inizi Frankenstein ha un riscontro negativo, perché riflette alcuni di dei timori contemporanei tra le parole di una trama forte e cruenta – e per questo suscettibile di essere applicata ogni qualvolta nuove scoperte o invenzioni sollevano perplessità antropologico-filosofiche. In realtà però, questa è solo una piccola tappa del lungo cammino che il mito ha attraversato, perché ha offerto diversi spunti di riflessione in più campi disciplinari.

Un mito atemporale, capace di attraversare le epoche da una generazione all’altra

Frankenstein è il racconto di un uomo che tenta, avvalendosi della conoscenza scientifica, di procreare la vita. E lo fa attraverso le basi della chimica, della filosofia naturale, ma dimenticando che questo ruolo spetta non a lui di natura. L’egregio scienziato, Victor Frankenstein, durante il suo viaggio in Inghilterra s’imbatte in un sfida ai limiti del possibile. Il risultato, naturalmente, non riesce come spera. Nessuno può alterare l’opera della Divina Provvidenza, generando un risultato che non è altri che un abominio in carne e ossa. L’utopia incarnata da un essere senza nome e senza passato, riflesso di una società immersa in un industria di massa che conforma l’individuo all’insieme.
Lo scienziato decide così di screditare la propria creatura, costituendo un emblematica testimonianza della limitatezza umana. La Creatura è così costretta a divenire malvagia per ottenere un po’ d’amore, data la forte noncuranza del suo Creatore di fronte ai suoi drammi. Il pregiudizio cui il suo orripilante volto la condanna, la sofferenza del diverso escluso perché disomogeneo a tutto il resto, la ribellione nei confronti di un percorso prefissato e di un’autorità che non fa le veci della sua creazione.

Un racconto in cui orrore e drammaticità si intrecciano, in cui il male dapprima trionfa sul bene, per poi non lasciare altro che dolore. Il mostro creato da Frankenstein è una creatura alla ricerca dell’amore… cosa che alla fine riesce a ottenere ma solo dopo tanti crimini commessi. Il male diventa l’unico modo per raggiungere il bene.

Il Transumanesimo: il nuovo Frankenstein contemporaneo…

Sul fronte scientifico, Frankenstein simboleggia il tentativo di posticipare – o perfino smentire – la morte, perché per la prima volta getta luce sulla tracotanza che caratterizza gli scienziati. Il mito si reincarna oggi all’interno del transumanesimo, che si richiama al miglioramento e all’estensione delle condizioni di vita attraverso la tecnologia. Non è più il caso della Defibrillazione o del Pacemaker che cercavano di allungare la nostra durata, ma di un’alterazione del nostro stesso patrimonio biologico. Oggi, start up come Neuralink di Elon Musk e Kernel di Bryan Johnson, mirano a inserire elettrodi wireless nel cervello per migliorarne le prestazioni o ripristinarne funzioni perse in seguito a traumi o malattie. Pare che l’idea di una fine del proprio percorso vitale, non sia più accettata o perfino tollerata dalla psiche moderna. Tuttavia, non conosciamo ancora le conseguenze che una sperimentazione di questo tipo comporterà per il nostro essere.

Le continue rielaborazioni culturali del mito da un’epoca all’altra

Del mito sono presenti molteplici rielaborazioni culturali che vanno dal primissimo adattamento teatrale del 1818 alla performance Radio Frankenstein del 2017. Nel cinema sono oltre settanta i film dedicati al romanzo, la maggior parte dei quali è basata sull’adattamento teatrale del 1927 Frankenstein: an Adventure in the Macabre di Peggy Webling, responsabile di aver alimentato i più conosciuti “cine-malintesi”. Ad esempio, Frankenstein viene scambiato per la Creatura; oppure siamo “abituati” a sentire il mostro grugnire perché nel film del 1931 la Creatura comunica attraverso i versi.
Tra i vari capolavori cinematografici spicca dunque la mini-serie creata da James Whale con Frankenstein (1931), Bride of Frankenstein (1935) e Son of Frankenstein (1939), pregna di un misto di significati che è possibile cogliere in una scena, in una parola, in un’azione. Poi c’è quella di Terence Fisher che inizia con The Course of Frankenstein (1957) composta da ben sei film.

La Creatura di Frankenstein nel film di James Whale del 1931.

Sul fronte letterario, il mito ha ispirato un filone che affonda le radici nella creazione in laboratorio, nelle manipolazioni genetiche e nel senso di onnipotenza dello scienziato moderno. L’isola del dottor Moureau di Wells, Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde di Stevenson, Il resuscitatore di Beccati sono solo alcuni degli infiniti esempi.


Nell’immaginario contemporaneo, in cui la serialità si è sostituita alla televisione, il mito ancora una volta è stato capace di evolversi e incarnarsi in prodotti audiovisivi, come il famoso caso di The Frankenstein Chronicles o Penny Dreadful. In quest’ultima, la Creatura che Frankenstein crea per poter finalmente soddisfare il desiderio di amore del mostro, diverrà un icona del femminismo. Delle guerre condotte dalle donne contro gli uomini avidi, contro chi si approfitta di loro o chi le usa semplicemente per i propri luridi fini.

Conclusioni

All’epoca, il galvanismo ha messo in discussione il concetto stesso di morte, gettando luce sulla speranza di poter riportare indietro i defunti. Non ci si è preoccupati troppo di violare uno dei pilastri fondamentali del nostro immaginario, che è l’illusione di una vita dopo la morte. Non ci si è neppure premurati delle implicazioni biologiche e psicologiche per un corpo che, secondo la Natura e il Divino, ha esaurito il suo tempo. Quale Creatura è mai nata all’interno di un laboratorio dall’assembramento eterogeneo di componenti anatomiche delle più diverse origini?
Una domanda che solleva un dibattito capace di toccare campi come la Genetica – e più che mai l’Ingegneria genetica – le Biotecnologie, la Trapiantologia, la Robotica e l’Intelligenza Artificiale. Il mito di Frankenstein ha inglobato ogni possibile sfumatura di tali assunti, invitando costantemente la coscienza collettiva a ragionare su questi ultimi.

Vi è dunque l’esistenza di un legame indissolubile tra scienza e immaginario, caratterizzate da un rapporto di co-costruzione, di dipendenza reciproca. Il mito della Shelley è l’esempio lampante di tale relazione. Concepito in un periodo di forte turbolenza scientifica, il mad doctor – che, lo ricordiamo, nasce insieme al mito – diventa una chiave d’interpretazione per riflettere sui progressi storici e recenti, ma anche per immaginare quelli futuri.

Alexandra Romano

La battaglia delle tre corone (Kendare Blake) – RECENSIONE

La battaglia delle tre corone è il primo capitolo di una saga, ideata da Kendare Blake, che ha scalato le classifiche del New York Times. Composto da un misto intrecci, misteri e sorprese, il romanzo si struttura secondo tre particolari punti di vista (in terza persona), che sono quelli delle tre regine novelle, Katharine, Arsinoe e Mirabella, delle quali solo una sopravvivrà: colei che salirà al trono. Separate alla nascita e spedite dritte in tre località differenti, ognuna di loro ha un potere, una specie di “forza”, che la contraddistingue dalle altre. La prima è un avvelenatrice, abituata sin dalla tenera età a ingerire grandi quantità di bacche di belladonna e altri frutti velenosi per diventare la degna erede della stirpe degli Arron. La seconda, invece, è capace di far sbocciare ogni tipo di fiore (o almeno dovrebbe essere così), anche se pare che il suo dono tardi a manifestarsi al meglio, e quindi farà affidamento spesso alla magia comune. La terza è un’elementale, in grado di generare violente tempeste, uragani e di far divampare le fiamme fin sopra il cielo.
Ognuna è costretta a conoscere i suoi pretendenti, potenziali re-consorti dell’isola, ma ogni incontro ha delle ripercussioni tutt’altro che scontate.

La battaglia delle tre corone: Katharine

Katharine è la regina di Greaversdrake, il palazzo reale degli Arron, gli avvelenatori più rinomati del regno. Sin dalle prime righe de La battaglia delle tre corone ho intravisto in questa regina una delle possibili chiavi di interpretazione che rinvia al dramma dell’anoressia, delle convenzioni sociali. Katharine è giovane, sempre più esile, e ogni volta che ingurgita enormi quantità di veleno, il suo corpo diventa via via più pallido, emaciato dagli sforzi. Eppure, tutta quella sofferenza a cui è costretta per tenere alto il nome della stirpe la fa apparire tanto fine ed elegante, nonostante il suo animo si tramuterà poi in quello più spietato pur di conquistare il trono. L’improvvisa morte del suo re-consorte, durante la loro prima notte di nozze, farà comprendere al lettore che il suo corpo è diventato più velenoso di un fungo di campagna.

La battaglia delle tre corone: Arsinoe

Arsinoe invece, come già detto, è la regina della natura, della meglio nota località di “Wolf Spring”, nonostante sin da giovane non abbia mai manifestato appieno il suo potere. È un caso o forse c’è qualche lato nascosto della sua personalità, del suo corpo che ancora deve scoprire? Di rado è riuscita a far sbocciare qualche rosa, raggiungendo mai i livelli di abilità della sua “sorella” d’infanzia, Jules, al suo fianco sempre e comunque. È grazie alla sua alchimia con la natura e gli animali che Arsinoe potrà dimostrare, durante la notte del banchetto, di avere una qualche influenza sul suo famiglio (in realtà in simbiosi con Jules). In perenne attesa per il ritorno del suo Joseph, Jules possiede un dono molto particolare e potente, la cui intensità è stata tenuta a bada da uno specifico marchio.

La battaglia delle tre corone: Mirabella

Mirabella infine, la favorita tra le sue sorelle – almeno all’inizio – è la regina forse in più stretta simbiosi con la natura. Dalle sue mani trapela l’elettricità necessaria a scatenare un fulmine nel cielo, o la giusta energia in grado di originare una violenta tempesta. La più forte eppure la più sensibile tra tutte, dopo Arsinoe, quasi disposta a sacrificare se stessa pur di evitare la morte della sorella Arsinoe. Ma Mirabella è anche la più affascinante delle regine, e la sua bellezza sarà l’elemento che metterà in crisi i rapporti delle sue sorelle con i loro futuri re-consorte. Innamorata di un ragazzo che non può avere, Mirabella accetta di sposarsi con Bill, ormai convinto della morte di Arsinoe ad opera di Katharine, ma non sa ancora cosa le riserverà il futuro.

Tanti intrighi, intrecciati alla perfezione all’interno di una trama che scorre fluida e misteriosa, e un numero indefinibile di particolari azzeccati, incastrati tanto bene come i pezzi di un puzzle che fanno da cornice, ma finiscono poi per avere ognuno un suo ruolo di primo piano, a una storia affascinante e originale.

Alexandra Romano

ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 3° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 19

Un dirupo. È esattamente come un dirupo che sta per sfaldarsi che mi sento. Se anche questa volta accadrà, mi ricomporrò di tanti frammenti irregolari, sempre più fragili, pregando che non arrivi mai il giorno in cui mi romperò di nuovo e non riuscirò più a reinventarmi. Provo a guardare la realtà con gli occhi di chi non ha alcun timore, pensando che è tutto al suo posto e che niente è irrecuperabile, ma la verità è che tutto questo non mi appartiene. Non mi è mai appartenuto. Lancio il piumone con l’idea di prendermela con il mondo intero. Dalla schiena cadono rivoli di sudore, emblema di uno stato fisico dormiente per nulla sereno. Come posso esserlo? Come posso recuperare una condizione in cui non sono mai stata? Ho sempre vissuto con l’ansia che prima o poi arrivasse. Una semplice visione oppure un vero e proprio spostamento. Ho imparato a riconoscere i sintomi di quando stesse per accadere, acquisendo dimestichezza con nausea, vertigini,
tachicardia e qualche volta anche gravi contorsioni di stomaco. La prima notte che mi sono ritrovata fuori casa dopo una visione, è stata in spiaggia, avevo sei anni. Il fluire dell’acqua sulla schiena mi dà modo di riflettere ancora, e ancora. Riflettere anni e anni senza trovare una risposta. Strofino il sapone contro la pelle intorpidita dal freddo. Quando temevano che fossi affogata dovevo avere otto anni al massimo. Ero sott’acqua da almeno cinque minuti, un’onda più forte e mi ritrovai a galla, non riuscendo a raggiungere di nuovo il fondale. Qualcuno pensò che, come tutti i bambini, mi vergognassi a parlare o che temessi di farlo, perché sul mio volto non c’era traccia di paura, ma la realtà è che avrei potuto trascorrere altri cinque minuti senza ossigeno. Oggi, a mente fresca, tutto mi è più chiaro. Tampono il viso con l’asciugamano e spalanco gli occhi. Mi siedo a bordo vasca, a bocca aperta, adesso mi torna ogni cosa! Non è la prima volta che vedo quell’uomo. È comparso in molte delle visioni che Dio solo sa quanto mi danno per aver definito incubi, e mi ha sempre spaventata. O mi minacciava di farmi torture varie, o mi toccava con l’ortica e poi mi
comparivano delle bolle rosse enormi, e anche lì non l’ho mai visto in faccia. Ha sempre vissuto nella penombra della mia vita, in attesa del momento giusto per chiedere ciò che voleva. Me. So che è lui perché ha la stessa voce rauca e priva di suono, la stessa cattiveria… Grazie a quel figlio di Satana, le mie visioni sono state il trampolino di lancio verso psichiatri e neurologi di alto livello.

Sin dal primo momento il mio pediatra si è tirato fuori, definendo il caso complesso, difficile da valutare con i soli strumenti della Pediatria. L’ho odiato esattamente come l’ortica, insieme all’uomo delle visioni, che gli psicologi avevano definito riflesso distorto di natura inconscia della figura paterna, generato dall’assenza della stessa. Infilo un maglioncino bordeaux e dei pantaloni marroni, che rispecchiano appieno il mio umore: una merda. Sorvolo di nuovo la colazione e mi avvio verso la stazione, affollata di ricordi dolorosi, preoccupazioni che ancora oggi mi affliggono. Penso ancora alle prime visite mediche, a mia madre che mi tratta come una disagiata, senza concedermi un attimo di intimità. Mi ha perfino messo il sostegno a scuola, e tutti hanno sempre riso sotto al naso
quando passavo tra i banchi con lo sguardo desolato e gli occhi bassi, pensando che avessi qualche forma di autismo. Le visioni che di tanto in tanto mi capitava di avere a lezione, considerati i loro sintomi, aggravarono le cose. Gli psichiatri li definirono movimenti nervosi involontari, ai quali vennero accompagnati i rispettivi ansiolitici. Non potevo nascondere il mio stato fisico a nessuno, né riuscivo ad apprezzare gli innumerevoli sforzi economici di mia madre che mi sono costati la vita sociale, i brividi di quell’adolescenza che chiunque merita di sperimentare. Cerco un fazzoletto nella borsa per asciugare le lacrime, ma il dolore di quei momenti non lo cancellerà mai nessuno.

Alexandra Romano


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E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Philip Dick: la fantascienza come espressione di aspetti repressi dalla società umana

La capacità di immedesimarsi nell’altro, la comprensione dei sentimenti e i dolori che affliggono una persona a noi vicina. Le emozioni, quelle belle e quelle “brutte”, anche se penso che un giudizio di valore sulla capacità di provare brividi piacevoli o torsioni di stomaco che danno un senso alle nostre esperienze sia sbagliata. L’empatia, una sola parola, ma che racchiude in se miriadi di significati, esperienze e sensazioni, è il nostro più grande dono. E Dick lo aveva intuito alla perfezione già agli albori della sua carriera, tanto da dedicare ad essa interi libri, riflessioni e anche idee divaganti che, se guardiamo più a fondo, simboleggiano i confini dell’esistenza.
Philip Dick è uno degli scrittori più influenti del XX secolo, è stato capace di esprimere i sentimenti, le frustrazioni e i desideri delle generazioni di intera epoca. La beat generation, la cultura lisergica, gli bi-alfabetizzati (sia fonetici che televisivi), ma anche gli emarginati. I drogati, gli psicotici diventano protagonisti, seppur destinati ad una fine tragica, individui che lottano per appropriarsi della propria libertà. Infatti, Dick esplora l’utilizzo della droga con uno sguardo avulso dal filtro dell’apparenza scoprendo quanto l’abuso di stupefacenti corrisponda a una situazione umana precaria. L’uomo viene al mondo senza conoscere qual è il suo vero scopo, perché da un momento all’altro la sua vita può finire senza un’adeguata giustificazione, ed è totalmente inetto del suo percorso biologico. L’uso di stupefacenti e l’eccesso di sostanze psicotrope corrisponde al tentativo di appropriarsi a quella intelligenza complessiva che in natura gli è sottratta.

Cyborg, esistenze sintetiche e intelligenze sovrumane

I cyborg, esseri mutanti, metà organici e metà inorganici, rappresentano proprio ciò che c’è oltre quel confine. Quando l’uomo supera se stesso e inizia a produrre qualcosa che presenta la particolarità di superare alcuni dei suoi limiti. La capacità di calcolo, una volta esclusivo appannaggio dell’uomo, è oggi specifica dell’intelligenza artificiale. Basti pensare che ci sono operazioni che ormai deleghiamo ai nostri dispositivi, senza neanche compiere più lo sforzo di tentare, fallire e riprovare. L’uomo arriva creare degli esseri nei quali inocula una memoria artificiale, fatta di falsi ricordi e increduli affetti, che caratterizzano un po’ tutti gli esseri tecnologici. Gli androidi messi in scena da Philip Dick sono un altro simbolo della finitezza della nostra esistenza, programmati per adempiere a dei fini specifici. Nel momento in cui però sorgono le prime domande sulla propria esistenza, che non corrispondono ad una risposta automatica ad un input, ecco che diventano quanto più simili al colui che li ha creati. È un po’ ciò che accade in Blade Runner, tratto dal famosissimo romanzo di Dick: Do androids dream of The electric sheep. Nonostante le storie profondamente riflessive, struggenti inventate dall’autore, egli nutre ancora una speranza: l’amore. Per Philip Dick l’unica salvezza per l’uomo è condividere la propria sofferenza con quella altrui, immedesimarsi nell’altro e cooperare per il benessere reciproco.

I simulacri (1964) di Philip Dick

Ne I simulacri Dick immagina uno scenario, ad oggi non troppo lontano, di quello che potrebbe essere il futuro che ci attende. Un mondo che sopravvive sui frammenti di una realtà che non esiste più, che si confonde nella finzione, surrogato della plastica, unica vera materia destinata a permanere nel tempo. Un presidente degli Stati Uniti che non esiste. Una donna, sua moglie, molto più vecchia di ciò che appare e ben diversa da ciò che il pubblico è abituato a vedere. Infine, uno dei personaggi che più colpisce della trama, è il pianista psicocinetico Richard Kongrosian, che vive una sensazione sofferta di distacco con il proprio corpo, con la propria personalità. Per lui il destino non ha riservato uno scenario luminoso, e con un ultimo tragico evento la sua persona sarà totalmente stravolta.

In senso inverso (1967) di Philip Dick

Un altra opera, considerata tra i capolavori della fantascienza, è In senso inverso, pubblicata nel 1967, che propone un totale stravolgimento di prospettiva. La morte viene considerata un processo reversibile, dal quale si può tornare indietro, rinascendo, a differenza della nascita, priva di un vissuto alle spalle. Il primo “rinato”, Sebastian Hermes, diventa il capostipite di una ditta deputata alla riesumazione dei morti dalle loro tombe. Sigarette fumate a partire dalle cicche. L’atto del cibarsi non più fatto della nutrizione e dell’ingerimento, ma da profondi spasmi dell’intestino che portano a rimettere. Non ci si rade più, la peluria della pelle e i baffi vengono attaccati sulla pelle. Solo una mente stravagante come quella di Dick avrebbe potuto concepire un romanzo nel quale l’intero processo biologico viene stravolto, dando una voce al dolore della perdita per qualcuno.

I giocatori di Titano (1963) di Philip Dick

In questo romanzo invece, l’autore mette a fuoco quello che sarà il futuro abitato dalla tecnologia, e lo fa sempre in una chiave distopica. Le macchine intelligenti, quelle che noi tutti conosciamo e che oggi circolano liberamente nella nostra intimità, sorvegliano i protagonisti nella loro vita di tutti i giorni. I mezzi di comunicazione e le macchine, quali automobili e farmacie smart, hanno acquisito una propria esistenza al punto di ribellarsi con i propri utenti. Molti giocano a Bluff, un gioco di gruppo che accoppia in modo sempre diverso gli individui, e che si servono della telepatia per aggirare le mosse dell’altro. Questo giorno attrae anche i vug, esseri deformi e quasi spaventosi, dotati di una telepatia spiccata, che hanno invaso la Terra. I giocatori di Titano racconta il disorientamento degli anni Sessanta, e rappresenta anche un romanzo atemporale, in grado di anticipare le fattezze di un futuro dove l’uomo è sempre più sottomesso agli esseri da lui creati, in primis le tecnologie.

Alexandra Romano

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ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 2° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Prologo

Nathan e Lilian sorridono commossi e percorrono i primi gradini di ghiaccio. La Torre reale, da sempre utilizzata solo per le incoronazioni, vanta di tre Troni diversi. Avvenuta l’incoronazione, in alto siede il nuovo Diamante, più in basso, al secondo, siede quello precedente. Al terzo Trono ci sono invece gli adepti di primo grado, la cui carica dura fino a quando i regnanti non decidono di rinnovarli.
«A breve venti compatrioti si imbarcheranno in un viaggio di sola andata. Non è un compito facile, anzi, non lo è per niente» un silenzio colmo di serietà e apprensione si fa spazio sulla scena. «Non posso escludere qualunque genere di ipotesi, quindi a tutte le vostre supposizioni la risposta è sì, tuttavia, riuscire in questa missione significherebbe raggiungere un grande traguardo. Nessuno ha ancora varcato il confine, ci aspetta di tutto lì fuori, ma se è vero che siamo nati per combattere, se è questa l’essenza della nostra vita, dobbiamo andare! Chi si sente pronto deve fare il grande salto, è ora il momento! La dea Iside ha appena ricevuto il nostro futuro re…»
«Sia lodata Iside! Lunga vita all’anima di Iside!»
«…il Pianeta è in pericolo e il principale responsabile è l’uomo, o meglio, lo diventerà. Grazie alla nostra suprema Madre, che ancora una volta ha voluto donarci la sua Sapienza, possiamo intervenire per cambiare le cose e, a questo punto, credo che la parola tocchi ai protagonisti.»
Nathan e Lilian salgono gli ultimi due gradini e raggiungono l’apice della Torre.
«Buongiorno a tutti» un inchino accompagna il discorso. «Ringraziamo le divinità per averci onorato di questa posizione, ne siamo immensamente grati, e per dimostrarlo manterremo sempre fede ai nostri doveri. Ringraziamo anche i sovrani per la fiducia nel cederci il loro posto, e a voi.»
«Non dovete ringraziare me ed Evaline, è la volontà divina che vi ha scelto. Il nostro compito è terminato, e da adesso saremo noi ad elogiarvi per la vostra protezione» Elvin si flette verso lo spazio tra lui ed Evaline e afferra lo scrigno contenente i due diamanti. Con un movimento noto ai soli sovrani, lo apre e sfiora i diamanti, il giusto per poterli porre sul capo dei futuri governanti. Nel mentre il popolo abbassa il capo.
«A nome di Iside, di Ermes, di me ed Evaline e di tutte le altre divinità, io vi dichiaro futuri sovrani del popolo dei Ventusmarin, e procreatori del Secondo Diamante del Mare. Da ora in poi, fino alla fine della vostra missione, avrete le redini di tutto lo Zaffiro.»
Nel cielo l’unione tra i due diamanti dà origine ad un’unica onda, che al ventesimo secondo sparisce tra le nuvole. Dopo la riverenza dei sovrani alla volontà degli dèi, la lode popolare accoglie il nuovo ordine.
«Dunque, è giunto il momento di annunciarvi la nostra consulta» esordisce Lilian. «Tra qualche secolo avverrà una grande rivoluzione. La chiameranno rivoluzione industriale, e sarà l’inizio che condurrà all’uso del petrolio, dell’acciaio, della plastica e di altri materiali artificiali che non conosciamo. Le risorse naturali verranno sfruttate fino a collassare, e… i rifiuti dell’uomo si riverseranno nella natura.»
«Quindi anche gli oceani saranno coinvolti?»
«Certo che lo saranno, gli oceani sono il cuore del pianeta, e purtroppo anche i ghiacciai.»
La parola sgomento è riduttiva per descrivere il misto di espressioni.
«I ghiacciai?»
Lilian emette un sospiro. «Non si tratta di cose smaltibili, quindi anche il solo inquinamento di un’area precisa si riverbera sull’intero ecosistema. Le sostanze rilasciate dal traffico dei trasporti via acqua aumenteranno, e dire che non intaccherà flora e fauna marine, significherebbe negare l’evidenza. L’uomo colonizzerà quasi tutto il Pianeta, e… e no… noi potremmo far parte delle sue prede, così come molte specie animali, che rischiano di essere catturate ed esibite per saziare alcune forme irrazionali di svago. Dobbiamo fermarlo con tutte le forze che abbiamo. Il Power Glice e l’Intuito sono la nostra arma più potente.»


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E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 1° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 21

La guardia stacca un terzo di biglietto e finalmente entro in pieno clima concertistico. Il merchandising di questo cantante è molto psichedelico. A quanto pare ama le fiamme, cosparge ogni cosa di blu e gli piace il rock, visto il richiamo allo stile di alcune band nuvoloso illuminato da scie di un color blu elettrico. Per un attimo le vedo muoversi. Strofino gli occhi e torno a guardarle. Si muovono ancora! Ti prego, fa che non sia il preavviso di una visione. Per favore. Occupo ogni minimo centimetro di spazio tra le persone. Devo raggiungere il bagno il prima degli anni ottanta. Il suo nuovo album si chiama Luci nel buio, la copertina dipinge la scena di un cielo possibile. Mi scuso con qualcuno per aver ascoltato uno stralcio di conversazione, e prego di non ricevere qualche ceffone. Mi ricompare l’episodio delle scie che ho visto a Marechiaro, con Riccardo, seguito da un viaggio sull’acqua scura della notte. Non riesco a capire cos’è che mi trasporta con tanta velocità. Eppure, sento di muovermi allo stesso ritmo del vento, che soffia sulle onde. Il mare si agita al passaggio di una stella cadente, arricciando la sua superficie, che crea una schiuma bianco latte. L’unico bagliore di luce. Di colpo rivedo la fila del bagno, e la prima porta aperta. Mi ci infilo senza pensarci, lasciandomi alle spalle le ramanzine di una donna sui cinquanta. Sono stata scorretta, lo so, ma se mi sono fregata la tavolozza è per un buon motivo. Ne beneficeremo tutti. Inserisco il chiavistello nel gancio e mi siedo sul water, con i piedi tesi contro la porta, che termina qualche metro più su delle caviglie. Accidenti, sarà diff… oddio, eccola che arriva, la seconda visione. Inspiro a fondo e mi asciugo la fronte con la carta igienica. Non doveva succedere. Non stasera. L’emicrania sta già imprecando nella testa. Un conato di vomito mi piega in due. Mi alzo e sollevo subito la tavoletta. Non posso più vivere così. Il brusio di voci inizia a scemare, diventando sempre più debole, e l’improvvisa comparsa di una torre di ghiaccio cancella ogni sintomo. Sono su una specie di lago gelido, anche se oserei definirlo più una piazza, visto il contorno di varie costruzioni vetrate. Accanto a me c’è una fontana, con l’acqua ferma al suo flusso quando le temperature erano alte.
Dove sono?
La torre è composta da tre piani, ognuno decorato ai bordi con della polvere argentata. La roccia di cui è fatta ha un colore atipico, tendente al blu, così come il ghiaccio che pende dai piani. Muovo altri passi avanti e mi si annebbia la vista. Prima vedo tutto offuscato, poi nero, insieme al suono crescente del trambusto del bagno. In un baleno mi ritrovo a terra accanto al water.
Cinque colpi furiosi alla porta bastano a issarmi. Tolgo il chiavistello e la spalanco, senza neanche comprendere cosa sia appena successo.

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E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Le leggende della tigre (Nicolai Lilin) – RECENSIONE

Le leggende della tigre di Nicolai Lilin è l’intreccio perfetto tra fantasy e mitologia, mistero e scoperta di luoghi atipici, con l’aggiunta di racconti avvincenti che si riallacciano alle storiche tradizioni dei popoli “ghiacciati”. Aneddoti arricchiti dal calore del camino, all’interno di una delle classiche abitazioni siberiane, le zaimki, mentre fuori impreca vyuga: una delle tempeste più violente della Siberia. Essa comincia con un vortice di aria ghiacciata, che solleva mulinelli carichi di neve a fiocchi grossi, e pare che i cacciatori autoctoni sappiano predirne l’arrivo:

“Il segnale più chiaro di un’imminente tempesta lo sanno i sottili ramoscelli di pino, che di solito si trovano in abbondanza nella parte bassa dell’albero. I cacciatori li guardano e capiscono se devono tornare alle loro case in tempo per non essere sorpresi dalla bufera. Durante una buona giornata di sole questi ramoscelli sono dritti, cercano di estendersi il più possibile per ricevere almeno un po’ di luce. Appena l’albero avverte nell’aria i primi anche più insignificanti cambiamenti, i ramoscelli cominciano a piegarsi leggermente verso l’alto, e con l’avvicinarsi della tempesta si ritirano verso il tronco, stringendosi contro di lui. Se insieme a questi segni senti cantare il ciuffolotto, aspettati una tempesta forte e lunga.”

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Le storie che più mi hanno colpita de “Le leggende della tigre”…

In questo romanzo ho ritrovato le radici dell’umanità, un piccolo riferimento, anche se invisibile, alle tribù. Il tepore del fuoco, la sua capacità di attrarre più menti attorno a sé e creare la giusta atmosfera per le narrazioni, rinvia a un altro elemento centrale in questa storia, l’oralità: predecessore di tutte le forme di comunicazione. Mentre l’anziano cacciatore raccontava dell’amore tormentato di Aiabala, o del bambino di sale, era come se accanto ai protagonisti ci fossi stata anche io. Uno dei punti forti di Lilin è proprio nella descrizione. L’autore riesce a far immedesimare il lettore al punto di fargli avvertire i brividi della neve, lo stupore dei due veterinari dinanzi a quelle storie…

Aibala e Haram…

Il racconto della Principessa tatuata consente di carpire parte della sofferenza che le antiche convenzioni hanno determinato negli esseri umani, definendo quale fosse l’amore ideale. L’impossibilità di potersi congiungere con il proprio amato, che spinge Aibala a farsi uccidere, senza poterlo comunque vivere, spiega quanto l’amore fosse il risultato di regole o interessi sottesi alle grandi famiglie. La storia del mercante mi ha fornito invece lo spunto per riflettere sul contesto globale attuale, sempre più pervaso da interessi economici e politici contrastanti. Il mercante, soprannominato Haram, che nella lingua degli Yakuti significa “avaro”, fa comprendere quanto l’umanità abbia talvolta perseguito l’infelicità o realizzato una mera utopia. L’unica cosa che faceva fibrillare Haram, tra l’altro anche il suo unico scopo nella sua vita, era l’idea di possedere tutto l’oro dell’universo. Quando si imbatte in una foresta con i suoi carri muniti di schiavi, conosce la figlia del lago, che gli offre la possibilità di diventare eterno e possedere l’intero mondo. Egli non esita ad accettare l’offerta e da quel giorno insegue il suo irraggiungibile fine.

Il gesto del mercante è, secondo me, emblematico della natura umana. Per questo, può essere una delle chiavi di lettura per comprendere le ripercussioni attuali che sta avendo sul pianeta. L’uomo si è fatto persuadere dalla concezione dell’essere dominatore, al punto da farsi divorare all’interno. Ha colonizzato terre, violando le libertà e i diritti di chi le abitava. Ha sfruttato all’estremo le risorse che natura possiede, senza badare neppure alle conseguenze che ogni sua azione può determinare nella natura. E “Le leggende della tigre” potrebbe essere una valida guida per farci render conto di quanto, l’uomo, abbia rovinato il pianeta.

Le Creature del buio di Stephen King (1987) — RECENSIONE

Partiamo dicendo che mai e poi mai avrei pensato di leggere un libro tanto lungo e a tratti complesso, se non lo si legge giorno dopo giorno. Forse, detto da un’amante della scrittura, può suonare un po’ anomalo che libri che superano le 300/400 pagine le (gli) trasmettono una certa “oppressione”. Eppure è così. O almeno, lo era. Perché dopo anni ho sfatato un mito, una delle piccole paure che mi porto dentro da qualche tempo.
Ho amato prima la scrittura e poi la lettura, benché il mio primo libro sia nato dall’ispirazione ad una saga, oltre che da un’esperienza di vita dolorosa. Ricordo, ancora, quando mi consigliavano dei romanzi, tra i banchi di scuola, e provavo quell’angoscia, quell’ansia all’idea di non riuscire a concluderli. Poi, un giorno, a quindici anni, sono entrata in una libreria e sono rimasta colpita dalla trama della saga di Becca Fitzpatrik sugli angeli caduti e i Nephilim. Da lì, ho iniziato ad appassionarmi del mondo fantasy, del tempo magico che popola le atmosfere dark e della capacità di creare aneddoti unici da una mente all’altra. Se ricordo bene, quando ero al terzo volume della saga, è nata l’idea per il mio primo romanzo, così come l’amore per la lettura.

RECENSIONE: Le Creature del buio di Stephen King (1987)

Ad oggi, che cerco di leggere il più possibile, malgrado impegni di studio e di scrittura, posso dire che alla lettura devo tanto. E anche a Le creature del buio, di Stephen King, che è stato un altro “passo intellettuale” importante, se così vogliamo chiamarlo. In questo romanzo ho colto sia l’ironia dello scrittore, che mitiga i momenti più tetri, e anche la difficoltà della nostra esistenza. Talvolta siamo costretti a compiere delle scelte cruciali, che possono condizionare anche gli affetti.
Haven, una cittadina poco conosciuta del Maine, va improvvisamente incontro a un destino che non ha scelto, ma che per qualche motivo inspiegabile deve affrontare. Durante la consueta passeggiata con il suo cane, Patrik, Bobbi Anderson si imbatte in un oggetto misterioso, a malapena visibile. Ad ogni riflesso del sole quella piccola lastra d’acciaio brilla come l’argento luccicante. All’apparenza sembra un semplice oggetto, misterioso nella sua latenza, ma capace di catturare la mente di Bobbi, che inizia a passare intere giornate a scavare. Ore e ore a tentare di ipotizzare cosa diavolo nasconda la terra di tanto occulto da non poterlo mostrare. Intanto, un amico di vecchia data, Jim Gardner, da sempre innamorato di lei, arriva a casa sua e scorge un cambiamento nella sua salute, di gran lunga peggiorata dall’ultima volta.

Entrambi si ritroveranno imbrigliati in una faccenda che supera i limiti delle capacità umane quando, dopo giorni di scavi, scoprono cos’è l’oggetto occulto: un’astronave. Un luogo popolato da esseri viventi che provengono da un altro pianeta, i Tommyknoker, e che nel tempo provocherà radicali mutamenti psico-fisici negli abitanti di Haven. Infatti, la cittadina comincia ad essere popolata da acquirenti di batterie, di cavi elettrici, e di magliette con una strana scritta per sostituire i vestiti umettati di sangue. Le comunicazioni con l’esterno vengono drasticamente ridotte, fino a scomparire, mentre in prossimità dell’astronave ogni marchingegno elettronico sembra incepparsi. Nei dintorni dell’astronave qualunque uomo perde sangue, complice l’aria irrespirabile, che per ogni sfortunato avventore in quella foresta implica l’uso di una maschera d’ossigeno. La mutazione sarà tanto grande da modificare il regolare modo di comunicare tra gli abitanti, che iniziano a parlarsi con la mente, ad essere sempre più telepatici.

Il mio parere…

Nell’opera di King ho colto delle sfumature dickiane, riguardo il modo di comunicare, man mano che la trama si evolve e diventa sempre più intricata. Ho sempre amato queste particolarità dell’essere umano, la telepatia… l’empatia! Se ci siamo evoluti è stato proprio grazie a quest’ultima particolarità. Mi si strugge il cuore quando Bobbi soffre, quando cerca di proteggere Gardner che, suo modo, non vuole sapere ragione e resta. Resta fino a quando la situazione peggiora al punto da divenire tragica e implicare l’uccisione della persona che si ama. Bobbi subisce un’evoluzione enorme, dall’inizio fino alla fine del libro, e devo dire, un po’ mi ha fatto pena la sua situazione. Altro tratto peculiare dell’opera è l’aver creato un ambiente dalle parvenze reali, cosa in cui King è un maestro, e secondo me leggere tante pagine ne è valsa la pena. Molti romanzi di fantascienza necessitano di un adeguato spazio per dar concretezza alle scene, ai personaggi, all’ambientazione in primis.

Infine, ho trascorso qualche mese a leggere questo racconto, e mi ci sono affezionata al punto che quando l’ho terminato ho provato una certa nostalgia. Insomma, è stato il mio compagno di viaggio, di vacanze… Consiglio vivamente Le Creature dei Buio a chi, come me, ama l’horror, i differenti modi di comunicare e le lunghe imprese per scoprire un mistero.

Alexandra Romano

“The Cavern”, l’emozione di una notte in una città magica: Liverpool

Un biglietto di sola andata, una valigia colma di sogni, e la voglia di vivere un’avventura. Così Andrea, studente di biologia e qualche volta anche chimico improvvisato, aveva scelto di trascorrere i giorni successivi al suo esame di fine sessione. Dopo tanti caffè, conditi con l’amaro di un litigio, e le carezze dei raggi di una stella che di notte si lasciava abbindolare dall’eleganza dello spazio, cedendo il suo posto alla luna, era finalmente partito per Liverpool. È vero, lì nessuno cresceva i suoi piccoli lieviti con l’intento di sfornare la migliore regina dei Tribunali, la pizza Margherita.

Lì, nessuna città era sorta ai piedi di un vulcano gentile dove, insieme, la città si specchiava nel mare ogni pomeriggio, generando delle sfumature atipiche, tanto da far brillasse le acque d’argento. Le città inglesi preferivano adornarsi di mistero e magia. Non tutte avevano il mare, ma proponevano uno stile urbanistico originale, che s’intonava a perfezione con il fenomeno meteorologico più frequente, le nuvole, e una brezza leggera che carezzava ogni costruzione. L’atmosfera atipica dei suoi pub spazzava via ogni possibile alone di nostalgia. In quei luoghi la musica veniva venerata come una dea, ancor più di quanto accadesse in uno stadio o un palasport. Chi la praticava era un artista con la A maiuscola.

La sua prima meta sarebbe stata Liverpool, un po’ per il motivo noto a ogni turista che decide di avventurarsi nei meandri di questa cittadina, i Beatles, nati proprio all’interno del Cavern Club (“il pub delle caverne”). Poi perché avrebbe voluto percorrere una specie di sentiero nel Regno Unito, alla scoperta delle città più conosciute e non.
L’aeroporto di Liverpool, denominato “John Lennon”, la diceva lunga sul legame che la musica aveva con quella città. A pochissimi metri da lì, alloggiava il famoso “Yellow submarine”, che aveva dato il nome ad una canzone dei Beatles. Poi c’era il Mersey, un fiume più vivace di una peste.

Il vento che spirava lungo le sue rive aveva l’irruenza di un libeccio, ma non solo, manifestava quasi l’intento di comunicare qualcosa. Era come se quel cumulo di aria fosse mosso dalle volontà di qualche spirito che aveva ancora delle questioni in sospeso con quella città, visto che i dintorni del museo erano pieni zeppi di monumenti costruiti in onore dei caduti. Molti di loro avevano protetto le mura di Liverpool con il loro sangue, affrontando l’orrore della guerra; altri, con vivo coraggio avevano sfidato l’ira implacabile di una tempesta in mezzo all’oceano e avevano contribuito al successo del suo commercio marittimo. Insomma, in quelle raffiche, tanto vigorose da spostare un corpo di qualche metro, si coglievano delle sensazioni particolari. Sensazioni che non si fermavano ad un po’ di pelle anserina, perché aspiravano ad arrivare dentro, carpire le pareti emotive di una persona.

Andrea camminava circondato dai movimenti di quelle anime in pena, e d’un tratto approdò alle statue dei suoi primi idoli. I Beatles. Anche quegli ammassi di bronzo erano insoliti, era come se ci fosse un’alchimia a renderli vitali. I tratti somatici, per qualche istante, animavano l’illusione di essere in grado di emanare l’anima dei Fab Four. E magari l’avrebbero fatto, ma non in quel momento. Non dinanzi agli occhi di tutti, come se fosse stata una cosa normale, o un evento gettato lì per caso. Quei corpi sarebbero brillati quando, un giorno, chiunque si trovasse in quella zona avrebbe compreso appieno lo spirito rock dei quattro ragazzi che avevano scaraventato le note della musica contro il mondo. E da quel giorno il mondo non era stato più lo stesso.

Intanto, un turista di provenienza orientale si era piazzato accanto a John Lennon e aveva cacciato il suo ultimo modello di Iphone, dissolvendo la contemplazione di Andrea, che proseguì la sua esplorazione, con in mente la prossima meta. Erano poco più che le sette di sera, e tra le strade inglesi aleggiava il classico profumo calorico, delizioso, di Fish and chips, a cui cedette subito e si infilò nel primo ristorante di passaggio, lungo la Paradise Street. Ne ordinò una porzione ricoperta di pizzicante salsa alla paprika, e si mise comodo su una panca in legno color ciliegio. Diede uno sguardo alle prime foto scattate nel capoluogo della Merseyside e rimase stupido di quanto la naturalezza, a volte, non merita alcun intervento umano. Perché intaccare un quadro già perfetto di per sé? Perché rischiare di rovinare l’armonia tra gli elementi, o di attribuire delle sfumature che alterano l’intensità di quel momento?
«Hi guys! Here’s your Fish and chips, I wish you a good dinner.»
Andrea tradusse in testa le parole che voleva dirgli il più in fretta possibile, le assemblò e gli rispose: «Hi! Thank you, see you late.»
Affondò il coltello nella crosta granulosa del pane, e staccò un pezzo di eglefino. Il tenero profumo emanato da quel vapore, che seguiva il flusso irregolare di una spirale, gli provocò una nota di piacere tra lo stomaco e il petto. Tutto ciò era solo il prologo di una serata che si sarebbe dimostrata più emozionante di quanto non lo fosse già. Quando i suoi passi giunsero all’inizio della Matthew Street, si ritrovò in un piccolo tempio della musica. Stentava quasi a crederci, malgrado non avesse nessun filtro che potesse ingannarlo: i suoi occhi erano ammaliati dal carattere di quel quartiere.

Ogni cunicolo era occupato da uno strumento che s’intonava a perfezione con le voci dei passanti, o dalle note di un ugola che pareva avesse la dote innata per il jazz. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. E lo era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni . L’unica capace di darne un’impronta concreta. Non appena raggiunse il Cavern Club, ebbe la dimostrazione definitiva di ciò che sentiva. La Wall of fame che aveva visto lungo i mattoni della Matthew Street lì era raddoppiata, se non triplicata. Le firme autentiche, alcune a malapena visibili, testimoniavano la presenza remota di artisti che erano stati lì anni e anni prima. E Andrea non riusciva a controllare l’emozione che gli accalorava ogni zona del corpo. Sfiorò la Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare.
Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica , l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. parete di mattoni rossi per sincerarsi che tutto fosse reale. E lo era.

Quel locale era forse uno dei pochi luoghi capaci di assoggettare qualcuno o qualcosa alle proprie intenzioni, inibendo anche l’abitudine odierna di curiosare sui social. Non sapevi neppure su cosa o quale scorcio soffermarti, data la sua maestosità, la scelta era determinata dalle melodie. Era immenso, e per questo ospitava anche più di un concerto, poi, il suo essere sottoterra restituiva piena credibilità al nome dell’insegna. Furono le note di Hey Jude a decidere per Andrea che, prima di catapultarsi nella mischia, fece tappa presso il banco che offriva una discreta scelta di birre. Optò per una tipica Newcastle Brown, e le sue aspettative assunsero nuovamente le dimensioni di un granello di sabbia. Quel mix di sapori, fatto di un velo di cioccolato e qualche pizzico di caffè, sembrava pura poesia.

Una poesia particolare, un po’ atipica nel suo genere più classico, che s’intonava a perfezione con l’animo rock del Cavern.

Alexandra Romano

In ritorno da Caselle in Pittari

Cara Rondine,

Sono ormai passati due giorni dal mio ritorno da Caselle; l’aria fresca dalla collina contornante il borgo; la piccola bottega creativa di Jepis, un ragazzo in gamba che è riuscito ad affermarsi pur restando nel Cilento, ed è forse l’angolo in cui ho lasciato un pezzo in più del mio cuore.

Sai, ogni notte si dormiva poco, davvero poco per le mie abitudini, o meglio, quelle che cerco di mantenere. Quando io e te parlavamo la sera, al telefono, i minuti tendevano a trasformarsi in ore tanto impercettibilmente che in un baleno sforavamo l’orario. E le ore le ho sforate alla grande lì a Caselle. Ti dirò, in quegli occhi semichiusi ci ho rivisto la stanchezza del ritorno dai concerti, che tu tendevi a negare, spacciando uno sbadiglio per una smorfia, o ancora quando non smettevi di guardarmi dritto negli occhi, e le tue pupille dilatate mi davano l’idea dell’immenso.

Sto crepando di sonno e di ansia, il ritorno non mi è stato d’aiuto, mi riporta agli ultimi giorni vissuti in attesa di una speranza che sbocciasse, ma poi… appassita, perché hai finalmente spiccato il volo verso la pace eterna. Sai, provo un po’ di invidia a immaginarti lì, per la prima volta in vacanza in un posto più lontano della luna, magico, indefinibile, e che nessuno di noi può ancora vedere. Spero ci siano un sacco di cassate e sfogliatelle, altrimenti, non si potrà definire paradiso, specie per te.

Sai,

venerdì sarà un giorno importante per me e vorrei tanto che ci fossi. Mi manca il tuo brava piccolina!, o semplicemente dirti con gioia ed entusiasmo devo raccontarti una bella notizia. Sai, quella ferita non smette mai di sanguinare anche quando, per sbaglio, parlo di te e le lacrime non mi sfiorano il viso. Ci pensa il cuore a piangere, e ti assicuro, è il più gran dolore che abbia mai provato in vita mia. Un po’ come la sensazione di In ritorno da Caselle in Pittariquando ti schizza l’olio bollente sulla pelle, o di quando stai affettando il pane e per sbaglio affetti anche parte della tua carne, o ancora… ancora un corno! Il dolore che si prova quando qualcuno, per una ragione o per un’altra, è dovuto partire con un biglietto di sola andata, non è descrivibile. Secondo me, neanche il più grande poeta o artista al mondo potrà mai riuscirci. E’ un’emozione tanto forte da penetrarti fin dentro l’anima, imprimertela, facendole assumere una forma diversa. Però, ogni tanto, ci pensa Violacqua a distrarmi. L’altro giorno si è persa per le scale e nel recuperarla, ha usato il mio stomaco come trampolino di lancio verso la porta di casa. Quella bastarda mi ha fatto uscire pure il sangue! Ma le voglio bene lo stesso.

A parte gli scherzi, a parte le parole e le mezze realtà, una notte di queste, vieni a trovarmi. Ci facciamo una lunga chiacchierata e poi ritorni nel tuo nuovo continente. Voglio raccontarti un sacco di cose, di novità, e sapere anche cosa ne pensi. Ho bisogno di confrontarmi con te sulle scelte della mia vita. Fremo dalla voglia di raccontarti le piccole soddisfazioni che di volta in volta raggiungo, mai paragonabili ad un tuo ritorno senza più lasciarci.

Alexandra Romano