Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca di un’alternativa al limite umano

Premessa

"Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca costante di un'alternativa alla limitatezza umana" è il titolo della mia tesi di laurea...

Il motivo che mi ha spinta a fare ricerca su un argomento profondo e talvolta ostico come la morte, è dovuto all’interessamento ad alcune tematiche – trattate dallo stesso mito – e alcune scoperte che da sempre cercano di smentirla. Frankenstein è uno dei miti più conosciuti e attuali di tutti i tempi per la capacità di inscenare la tracotanza che da sempre caratterizza gli scienziati – il cosiddetto mad scientist nasce proprio insieme al mito – e di riflettere la crisi di uno dei pilastri su cui si è retto il nostro immaginario per generazioni: la religione. Ogni singola creazione – dal galvanismo alla nascita della defibrillazione del pace-maker – che ha cercato di scongiurare il nostro più grande limite, è stata inizialmente accolta dall’opinione pubblica come blasfema, perché anima l’uomo non più per volere di Dio, ma per quello di un altro uomo che si eleva a egli. Frankenstein ha riscosso forti critiche negative all’inizio, perché rifletteva alcuni di questi timori contemporanei tra le parole di una trama forte e cruenta, ma è stato forse il primo racconto che ha cercato di dare ragione a quello sforzo tanto difficile che è l’accettazione. L’accettazione per la scomparsa di un caro.
Qui vi lascerò l’introduzione alla mia tesi di laurea.
Spero vi piaccia!

Introduzione

Alla domanda “qual è il mito più saldo e invischiato di verità, finzione e futurismo di tutti i tempi?”, non si può rispondere senza fare riferimento a Frankenstein. Le suggestioni scientifiche che rimettono in discussione il modo di pensare l’essere umano, i drammi dell’individuo contemporaneo all’interno della società, la ricerca instancabile di una soluzione al conto alla rovescia dato dalla biologia dell’organismo… questi sono solo alcuni dei punti più importanti che la Shelley ha affrontato, a soli diciannove anni, tessendo le fila di un discorso suscettibile di essere applicato ogni qualvolta nuove scoperte o invenzioni sollevano perplessità di tipo antropologico-filosofico.
Terminata nel 1817 e pubblicata in forma anonima nel marzo del 1818 dalla Handing, Mavor & Jones, l’opera di Mary Shelley ha avuto ai suoi inizi un riscontro negativo da parte della critica, che l’ha giudicata un «tessuto di orribili e disgustose assurdità». In realtà però, questa non rappresenta altro che una piccola tappa del lungo cammino che il mito ha attraversato, di epoca in epoca e di continente in continente, perché ha offerto importanti spunti di riflessione in diversi campi disciplinari. Dal peso del pregiudizio e del solipsismo in ambito sociale; passando per il complesso edipico – rielaborato in una chiave più gotic – e la dolorosa influenza delle convenzioni sociali sull’animo in quello psicologico; fino ad arrivare a quello scientifico che dal galvanismo sino al transumanesimo inaugurerà una lunga stagione di scoperte ed esperimenti volti a superare i nostri confini biologicamente tracciati.
Il titolo, emblematico per la nostra riflessione, offre una doppia pista al lettore a partire dal nome dello scienziato: Frankenstein. La presenza di un nome tedesco costituisce una promessa di brividi inenarrabili, un richiamo al tenebroso e all’occulto. Nell’Ottocento, infatti, la diffusione di alcune tradizioni sovrannaturali in Germania ha avuto un impatto tale da far sì che, per questo e per il secolo successivo, l’intera nazione venisse considerata la miniera d’oro del gotic e del fantasy.
La seconda pista invece, delineata dall’iconico sottotitolo, “or the modern Prometeus”, ci rimanda a una concezione moderna del mondo classico, libertaria, nella quale risalta il titano che ruba il fuoco agli dèi per consegnarlo agli uomini che, secondo alcune versioni, avrebbe plasmato lo stesso essere umano. Ribelle, ingegnoso e in perenne lotta con i propri limiti. Prometeo incarna però anche il dio latino che dalla lavorazione dell’argilla avrebbe creato l’uomo, ed è “moderno” nella misura in cui si riferisce al nome di uno scienziato che, con i suoi esperimenti, ha rivoluzionato il modo di concepire l’elettricità: Benjamin Franklin – il cui nome non a caso è assonante a Frankenstein che, in qualche modo, ne costituisce un elogio.
La genialità di Mary Shelley è insita nella sua perspicacia, che le ha consentito di carpire alcuni dei fermenti rivoluzionari che hanno stravolto la società del suo tempo, tra cui la Rivoluzione francese, la manipolazione dell’elettricità, il galvanismo. Eventi che, come si evince dal sottotitolo e dalla narrativa che lo accompagna, hanno contribuito al “potenziamento” naturale dell’uomo e alla secolarizzazione del pensiero occidentale. Man mano che la scienza ha progredito, l’uomo si è reso sempre più autonomo dalle verità rivelate e dalle illusioni in esse riposte, per acquisire la consapevolezza di essere l’unico artefice del proprio destino.
Fino a che punto questa consapevolezza si è potuta considerare tale, senza trasformarsi in modo significativo, al punto di diventare una pericolosa concezione di “onnipotenza” con l’effetto perverso di rendere invisibile ogni confine ai suoi occhi? È un po’ ciò che accade oggi all’interno del transumanesimo e delle nuove discipline del XXI secolo, che giungono perfino all’idea di manipolare, penetrare e alterare il cervello umano. Cosa ci assicura che un “miglioramento” cerebrale condurrà la nostra specie a un gradino più in alto della scala evolutiva, e non smonterà semplicemente una nuova illusione, traducendosi perfino in regresso?
Il Prometeo moderno assolve allora anche alla funzione metaforica di velo trasparente permettendo al lettore, attraverso le sue continue rielaborazioni nel cinema, nella televisione e nel teatro – oggetto del primo capitolo – di scrutare la hybris che caratterizza lo scienziato moderno, capace di sovvertire ogni genere di regola pur di raggiungere dei progressi.

Qualche decennio prima che la Shelley concepisse la sua “creatura”, qualcun altro ha avuto idee altrettanto sconvolgenti, che però esulano dall’ambito prettamente narrativo. Basta fare un piccolo salto geografico e spostarsi in Italia, di preciso a Bologna, dove un fisico fuori dal comune, verso la fine del 1700, ha iniziato a studiare la cosiddetta “elettricità animale”: Luigi Galvani. Con i suoi esperimenti egli ha influenzato il pensiero scientifico dell’intero secolo successivo, plasmando una nuova dottrina scientifica, meglio nota come galvanismo – tema cardine del secondo capitolo – che in Frankenstein trova la sua piena realizzazione, il suo alter ego, con la rinascita di una creatura attraverso le mani di un uomo.
L’oggetto degli studi di Galvani erano le sezioni del corpo di piccoli animali, per lo più rane, perché egli voleva dimostrare che le contrazioni delle zampe si verificano quando, in apparenza, non c’è nessun’altra elettricità a poterle causare – se non quella speciale, estremamente debole, già esistente al loro interno. Per lo studioso esisteva una stretta connessione tra elettricità e vita, poiché egli pensava che l’elettricità fosse prodotta dal cervello, distribuita e conservata nei muscoli attraverso i nervi. Se essa rimaneva nei muscoli delle rane quando erano morte stecchite, allora sarebbe rimasta anche nei muscoli degli uomini che si trovassero nello stesso stato. «Victor Frankenstein, partendo da queste ipotesi e cosciente che, se per la zampetta di una rana era necessaria una piccola quantità di elettricità, per “riavviare” un intero essere umano ne sarebbe servita una quantità enorme, capisce dunque che ha bisogno di tutta la forza del fulmine».
Si pensa, tuttavia, che siano stati i più recenti esperimenti del nipote di Galvani, Giovanni Aldini – il quale può essere considerato a pieno titolo l’erede del galvanismo – che ha portato avanti le ricerche di suo zio, spingendosi ben oltre. Infatti, i suoi studi sono stati condotti sulle parti di cadaveri umani. L’avvento del “Prometeo moderno” ha costituito poi il trampolino di lancio per un dibattito attorno a un tema molto interessante, nonché cercare di resuscitare i morti con l’uso dell’elettricità. Un’ipotesi resa possibile dalla concezione diffusa, a partire dalle speculazioni di Isaac Newton, in merito all’affinità tra «il “fluido elettrico” dei fisici e il “fluido nervoso” dei fisiologi» – l’elettricità sarà sempre più considerata il principio alla base di ogni forma di vita. Le numerose discussioni attorno al tema hanno preparato ulteriormente il terreno per la comparsa di alcune delle pratiche mediche, tuttora attuali, più importanti nella nostra storia di “posticipazione” della scadenza prefissata. Tra queste si annoverano la Rianimazione, la Ventilazione artificiale, la macchina cuore-polmone. Benché l’elettricità favorisca una concezione dell’uomo alla stregua di una macchina, suscettibile di manipolazioni analoghe come la sostituzione di componenti “obsolete” con altre più efficienti – e ciò sarà rafforzato dall’introduzione della Cibernetica negli anni Quaranta del XX secolo – essa condurrà comunque ad altre invenzioni, più recenti, che consentiranno di allungare di gran lunga il nostro percorso biologico: il Pacemaker e la Defibrillazione. Due pratiche che si sposano a perfezione con i tentativi del dottor Frankenstein e condividono con quest’ultimo l’ausilio di scosse elettriche per ravvivare il muscolo cardiaco.
Tuttavia, sappiamo che il tentativo di scongiurare la morte non è certo una tendenza contemporanea e che le sue radici, in un modo o nell’altro, sono insite nella natura dell’essere umano. Chi non sperimenterebbe la possibilità di allungare la durata della propria esistenza o di levigare, oggi più di ieri, quegli aspetti deprecabili, anche da un punto di vista cognitivo poiché, ormai, le capacità delle macchine rischiano – ed è già accaduto in parte – di superare le nostre? Chi non si metterebbe in gioco per migliorare, come cercò di fare il dottor Frankenstein, seppure con scarso risultato, le condizioni della natura umana?
È sulla seconda ipotesi esposta che si concentrano il terzo capitolo e gli obiettivi principali del transumanesimo, il cui termine è stato coniato dal biologo e filosofo inglese Julian Huxley nel suo saggio omonimo (1957), riferendosi al miglioramento della condizione umana attraverso il cambiamento sociale e culturale. «Il saggio e il nome sono stati poi adottati come fondamento del movimento transumanista, che ne enfatizza la tecnologia materiale».
L’etica di fondo, da come possiamo constatare, era ben diversa dal contesto odierno in cui scenari da film fantascientifici hanno attraversato la membrana che separa la realtà dalla finzione, rendendola sempre più labile, e si sono insinuati nella nostra routine. Le previsioni (e invenzioni) di alcuni dei più importanti scrittori o registi non sono più tanto lontane. Per fare un esempio molto semplice, il “videofono” attraverso cui i personaggi dickiani comunicavano tra di loro, allora possibile e degno erede del telefono, si è oggi incarnato a tutti gli effetti all’interno degli smartphone. Oppure il famoso robot del romanzo di Isaac Asimov (Io, robot, 1950) capace di provare sentimenti e di comunicare con l’essere umano, può essere oggi equiparato al deep learning – che rispecchia molto il nostro modo di apprendere – o ai futuri “badanti in silicio” che prima o poi diventeranno una realtà nelle case di riposo.

La domanda principale è fino a quando l’uomo potrà sfidare i propri limiti, senza generare delle ripercussioni importanti su se stesso, anche negative? Fino a che punto egli potrà assecondare disinvolto il proprio ego, assistendo e contribuendo al progresso tecnologico, senza che questi diventi l’emblema della condizione di precarietà alla quale egli è condannato?

"Da Frankenstein al Transumanesimo: la ricerca costante di un'alternativa alla limitatezza umana" è il titolo della mia tesi di laurea...

Alexandra Romano

In ritorno da Caselle in Pittari

Cara Rondine,

Sono ormai passati due giorni dal mio ritorno da Caselle; l’aria fresca dalla collina contornante il borgo; la piccola bottega creativa di Jepis, un ragazzo in gamba che è riuscito ad affermarsi pur restando nel Cilento, ed è forse l’angolo in cui ho lasciato un pezzo in più del mio cuore.

Sai, ogni notte si dormiva poco, davvero poco per le mie abitudini, o meglio, quelle che cerco di mantenere. Quando io e te parlavamo la sera, al telefono, i minuti tendevano a trasformarsi in ore tanto impercettibilmente che in un baleno sforavamo l’orario. E le ore le ho sforate alla grande lì a Caselle. Ti dirò, in quegli occhi semichiusi ci ho rivisto la stanchezza del ritorno dai concerti, che tu tendevi a negare, spacciando uno sbadiglio per una smorfia, o ancora quando non smettevi di guardarmi dritto negli occhi, e le tue pupille dilatate mi davano l’idea dell’immenso.

Sto crepando di sonno e di ansia, il ritorno non mi è stato d’aiuto, mi riporta agli ultimi giorni vissuti in attesa di una speranza che sbocciasse, ma poi… appassita, perché hai finalmente spiccato il volo verso la pace eterna. Sai, provo un po’ di invidia a immaginarti lì, per la prima volta in vacanza in un posto più lontano della luna, magico, indefinibile, e che nessuno di noi può ancora vedere. Spero ci siano un sacco di cassate e sfogliatelle, altrimenti, non si potrà definire paradiso, specie per te.

Sai,

venerdì sarà un giorno importante per me e vorrei tanto che ci fossi. Mi manca il tuo brava piccolina!, o semplicemente dirti con gioia ed entusiasmo devo raccontarti una bella notizia. Sai, quella ferita non smette mai di sanguinare anche quando, per sbaglio, parlo di te e le lacrime non mi sfiorano il viso. Ci pensa il cuore a piangere, e ti assicuro, è il più gran dolore che abbia mai provato in vita mia. Un po’ come la sensazione di In ritorno da Caselle in Pittariquando ti schizza l’olio bollente sulla pelle, o di quando stai affettando il pane e per sbaglio affetti anche parte della tua carne, o ancora… ancora un corno! Il dolore che si prova quando qualcuno, per una ragione o per un’altra, è dovuto partire con un biglietto di sola andata, non è descrivibile. Secondo me, neanche il più grande poeta o artista al mondo potrà mai riuscirci. E’ un’emozione tanto forte da penetrarti fin dentro l’anima, imprimertela, facendole assumere una forma diversa. Però, ogni tanto, ci pensa Violacqua a distrarmi. L’altro giorno si è persa per le scale e nel recuperarla, ha usato il mio stomaco come trampolino di lancio verso la porta di casa. Quella bastarda mi ha fatto uscire pure il sangue! Ma le voglio bene lo stesso.

A parte gli scherzi, a parte le parole e le mezze realtà, una notte di queste, vieni a trovarmi. Ci facciamo una lunga chiacchierata e poi ritorni nel tuo nuovo continente. Voglio raccontarti un sacco di cose, di novità, e sapere anche cosa ne pensi. Ho bisogno di confrontarmi con te sulle scelte della mia vita. Fremo dalla voglia di raccontarti le piccole soddisfazioni che di volta in volta raggiungo, mai paragonabili ad un tuo ritorno senza più lasciarci.

Alexandra Romano

“Crollo del Ponte Morandi”, una tragedia che speriamo resti unica

Ero su quel ponte l’anno scorso, ci sono passata per andare a Sanremo… ho avuto una piccola tensione in quel momento, che si è attenuata solo una volta superato. Ammetto che non mi sono mai sentita così tanto a mio agio all’idea di essere sospesa nel vuoto e, non per essere pesante, ma diciamocelo la vita è imprevedibile e a chiunque sarebbe potuto succedere. A volte però si cerca di superare le proprie paure, affrontarle per raggiungere uno scopo, e forse è anche quello che ha fatto qualcuno martedì. Ma questa volta, la paura ha avuto la meglio e purtroppo non era infondata (come del resto, non lo sono nella maggioranza dei casi).
Spesso pensiamo, ed è l’unica soluzione per cercare di “vivere sereni”, che una determinata cosa non accade a noi, o meglio, in quel momento non pensiamo neanche lentamente possa capitarci. Eppure, ogni tanto succede.

Penso a chi si è guardato negli occhi per l’ultima volta in cerca di una speranza quasi impossibile, a chi ha guardato per l’ultima volta una persona che magari non era la più importante della sua vita e a chi ha visto tutto senza nessuno accanto. A chi varcava quel maledetto ponte per inseguire un sogno, un amore o un lavoro. Per un viaggio, per una vacanza ottenuta dopo un anno di sacrifici e lavoro. Penso anche a chi l’ha scampata per un pelo, a chi si è visto crollare il mondo davanti e salvarsi, a chi resterà traumatizzato. A chi non ne è uscito vivo e semplicemente si trovava a passare per tornare a casa o per fare un giro. A chi aveva solo qualche anno di vita e ha visto la morte in faccia, troppo presto, ha vissuto uno dei terrori peggiori (non solo a quell’età).
Immagino gli occhi, il cuore a mille, l’immensa incredulità che fosse solo un incubo e invece no! La più brutta delle fini che si possano fare…

Vorrei scrivere di più in merito a queste tragedie, ma credo che mari e mari di parole sarebbero quasi inutili di fronte a tanto. Purtroppo, oggigiorno sta succedendo ciò che una volta reputavamo quasi impossibile… è il mondo, l’uomo fa sempre più paura. Si è sempre più persi nel lucro, nella vanità, nell’apparenza e soprattutto nella superficialità.
Com’è possibile che l’importanza della vita venga talvolta così sgretolata? Com’è possibile che ciò di più prezioso che abbiamo, il nostro più grande dono venga dato via in questo modo, senza peccato? Com’è possibile che in un giorno nel mondo succedono mari di disastri, eppure, continuiamo a non fare niente? Apriamo solo ogni tanto gli occhi, quando qualcuno ci rimette la propria vita, e lo stesso non facciamo niente per evitarne altri! Persone morte così, accartocciate in un auto, come degli oggetti!

E’ un disastro che si sarebbe potuto evitare se ci fosse stata più accortezza, manutenzione, una parola che dovrebbe essere tra quelle d’ordine. Si riempiranno i telegiornali come per ogni altra tragedia, e poi calerà di nuovo il silenzio e l’indifferenza. Abbiamo la cattiva abitudine di rimandare, dare priorità magari a cose futili che hanno poco a che vedere con il rischio, che potrebbero attendere. Le istituzioni devono fare qualcosa, chiunque può farlo, ma basta! Dobbiamo smetterla di svegliarci solo quando muore qualcuno. Quanta gente deve ancora pagare per gli errori di altri?
Questo articolo non è riferito solo a Genova, ma è anche in nome di tutte le tragedie successe e che potrebbero ancora verificarsi se non ci muoviamo. Cerchiamo di cambiare, di provare ad intervenire ma per davvero, una volta per tutte PRIMA e non dopo.

Alexandra Romano

L’impatto dei social network sulla comunicazione odierna

Quanto i social network hanno inciso sul nostro modo di comunicare? Quanto hanno contribuito ad abbattere, realmente, le distanze che ci separano gli uni dagli altri?

È da un po’ che abbiamo perso il coraggio di guardarci negli occhi, o se lo facciamo, lo facciamo con qualche filtro. I social network costituiscono il “filtro protettivo” per eccellenza: grazie ad essi, diciamo ciò che da vicino diremmo con difficoltà.
Non riusciamo per un attimo a discostarci dal ruolo che ci hanno assegnato, che ci Siamo assegnati: è come se la cosa ci intimorisse. Quando conosciamo qualcuno indossiamo, tra le tante, la maschera più bella che abbiamo. Ma non siamo noi.

Attenersi al senso comune è condizione necessaria per vivere all’interno della società: è la nostra certezza che una precisa realtà, quella della vita quotidiana, esiste come data ed auto-evidente. Se ciò non fosse così, staremmo sempre a dubitare, a ridefinire ogni cosa… Eppure, una posizione statica ci impedisce di giungere ad una piena comprensione dell’altro. Per dirla insieme a José Ortega y Gasset, lo sguardo passivo, limitato alla superficie, non ci farà mai percepire a fondo le emozioni di un’altra persona.
L’uomo si è evoluto grazie alla sua empatia, alla sua propensione alla socialità… aspetti che oggi sembrano essere trascurati.

VERSO UNA COMUNICAZIONE SIMULATA
In origine, il termine “rete sociale” indicava un insieme di individui, connessi tra di loro da legami sociali. Oggi invece, è considerata un luogo di “incontro virtuale”: già qui si intravede un cambiamento nell’immaginario collettivo.

Trattando la comunicazione odierna, potremmo rifarci ai videogiochi. Prendiamo in esempio Temple run: probabilmente, nessuno penserebbe che sia la stessa cosa giocare fisicamente o virtualmente. Il giocatore, le voci, i rumori, una caduta o un salto… ogni cosa che vediamo o sentiamo deriva da un’elaborazione elettronica. Ciò nonostante, è come se la stessimo vivendo, è come se fossimo noi quella persona che corre, cade o vince. Quel pizzico di adrenalina che proviamo nel giocare è dettato dal nostro coinvolgimento e da una serie di elementi riprodotti che simulano l’esperienza reale.

Eppure, non è la prima volta che viviamo alle dipendenze di qualcosa: sono tre le diverse fasi storiche (mitologiche) in termini di coinvolgimento-distacco, che hanno segnato il nostro immaginario. In antichità, l’essere umano era profondamente coinvolto nella natura e nel trascendente (mito magico-religioso); in una seconda fase, ha avuto luogo una forma di distacco, in cui l’uomo ha iniziato a dominare la natura e si è reso autonomo dal trascendente (mito della macchina); infine, sarebbe avvenuto una sorta di ri-coinvolgimento, ma questa volta nelle tecnologie che egli stesso ha creato (mito dell’informazione).

Una fonte del problema parte da qui: siamo arrivati a vedere in un medium il nostro “migliore amico”, perché in fondo, lo utilizziamo per fare quasi ogni cosa. Certo, non ci consente di “toccare” una persona, di percepire uno stato d’animo o di vivere realmente.

A parte questo, oggi siamo completamente “immersi”, come sosteneva McLuhan, nelle nostre tecnologie e in particolare nei social network, tanto da non accorgercene più. La mattina, appena svegli, reputiamo normale andare subito su Facebook. È normale commentare sadicamente i post di una persona con cui abbiamo litigato, anziché incontrarla e chiarire. Lo è anche condividere quasi tutto quello che facciamo… Tutta questa “normalità”, per certi versi, ci sta solo allontanando dagli altri.

SOLIPSISMO O TELEPATIA?
William James, nei suoi Principi di Psicologia, assumendo il reciproco isolamento delle coscienze come un dato della condizione umana, affermò che i problemi comunicativi si originano dalla segretezza di alcune esperienze. Il suo pensiero è ben delineato da due concetti, espressione della nostra individualità: la telepatia (coniato da Myers nel 1882) e il solipsismo.

Il primo è la capacità di percepire pensieri, paure o emozioni di un’altra mente, senza l’utilizzo dei sensi. La dottrina del solipsismo invece, fu formulata da James nel 1874, ed è basata sulla completa sfiducia in tutto quello che è al di fuori di se stessi (definita anche come una “dottrina incomunicabile sull’incomunicabilità”). È in questo periodo che nascono i timori per una comunicazione fallita, il senso di abbandono causato da un allentamento dei rapporti sociali.

Facebook, potremmo dire, incarna entrambi i concetti. Ad esempio, vorremmo parlare di un problema qualunque, ma non troviamo il coraggio per farlo. Così pubblichiamo un post, che in parte può far “capire” il nostro stato d’animo, a chi magari, oltre ad essere empatico, ha anche una spiccata intuizione. A questo punto, sorge una domanda spontanea: da dove nasce l’empatia, poiché in quel post manca qualunque tratto della nostra personalità? Magari dalla nostra propensione naturale alla comunicazione, in quanto, un completo isolamento determinerebbe la fine della nostra stessa specie?

C’è poi da considerare che non tutti scelgono di parlare, confidarsi o fare intuire minimamente il loro stato d’animo. Benché costituiscano una forma di disseminazione, allo stesso tempo, sembra che i social network abbiano dato vita a nuovi fantasmi. Il loro problema intrinseco è l’alienazione comunicativa (il post può essere separato dal suo contesto originario e da chi l’ha scritto); l’assenza di fisicità, che da sempre si tenta di riprodurre in ogni media, ma non ci è ancora riuscito nessuno.

I social network alimentano anche il solipsismo, perché se ci riflettiamo un secondo, non stiamo interagendo l’uno con l’altro: siamo soli davanti ad uno schermo (o un qualunque dispositivo), che se non ci consentisse di vedere e sentire, non parleremmo più di comunicazione.

Siamo nell’era della simulazione, dove quasi ogni azione sociale e interazione sono – sia da un punto di vista percettivo che sensoriale – rivolte, mediante protesi, verso una realtà simulata (che spesso non ha corrispondenze con la realtà fisica). Potremmo osare dicendo che questa è anche l’era dell’ipocrisia, perché cosa ci garantisce una comunicazione autentica, se non soprattutto il guardarci negli occhi? Chi ci assicura che oltre lo schermo ci sia la persona che immaginiamo?

CONCLUSIONE: SIAMO ANCORA IN TEMPO?

Secondo McLuhan ogni tecnologia è un’estensione meccanica dell’uomo: in questo modo, lo influenza e lo domina. Per tale motivo, è importante conoscerle all’inizio ed essere consapevoli degli effetti potenziali, perché una volta stabilizzate diventano parte integrante della società.

L’idea, ormai sedimentata, di avere con noi un dispositivo che ci permette di comunicare in ogni momento, da un lato ci rasserena, ma al contempo fa decrescere la comunicazione. Ci si concentra di meno sugli incontri che avvengono oltre quel dispositivo, e molto di più sui contatti virtuali. O meglio, sul “mistero” di tali contatti.

Nasciamo con un cervello programmato per le interazioni, abbiamo creato un linguaggio per poterle iniziare, inventiamo tecnologie per connetterci a distanza e da vicino (almeno in origine) … insomma, tutto questo dovrebbe farci sentire più vicini, più solidali e disponibili l’uno per l’altro. Invece, ci muoviamo dalla parte opposta.

Forse, il problema scaturisce dal fatto di non sentire nostra la comunicazione odierna, in quanto vittime inconsapevoli di un’ideologia che ci propone termini stereotipati (come gli “amici” su Facebook), che raramente hanno riscontro nella realtà.
È bellissimo pensare di comunicare quando si vuole, dove si vuole e subito, ma ciò dev’essere un motivo per abbattere le barriere tra di noi, non per erigerne delle nuove.
Perché se i mezzi di comunicazione limitano la comunicazione stessa, a cosa servono?

Alexandra Romano
(Alcuni estratti della tesina preparata per l’esame in Comunicazione e processi culturali, tenutosi nel mese di luglio 2018 – Foto di Alexandra Romano)

Page one.

Ho iniziato a comporre le prime note dell’anima a 12 anni. I primi scarabocchi della mia espressività, della mia parte più profonda, totalmente inconsapevole che quelle linee imbevute di inchiostro, mi avrebbero condotta all’apertura di un blog. O forse, molto di più.

Non è mai stato niente facile, soprattutto capire che questa era la mia vera strada, la quale poi, certo, avrebbe potuto incrociarne altre, ma questa e nessun’altra doveva essere la principale.
La scrittura, che per me è un modo di vivere, un luogo in cui nessuno ti giudica, dove puoi sentirti a casa, è cresciuta in me lentamente. Lei cresceva e io non me ne rendevo conto. Ho iniziato a scrivere qualche verso, le prime strofe, fino a creare una poesia. Attorno alla prima strada sono nati tanti vialetti, che ho iniziato a percorrere. E così gli aforismi, i romanzi, i miei primi articoli… fino ad arrivare ad oggi che vivo, si può dire, di pane e inchiostro.

Ci tengo a precisare, che anche chi aprirà questo articolo solo per curiosità, mi riempirà di gioia. Scusate il romanticismo, ma se non fossi così, non sarei io.  Il blog sarà strutturato in questo modo: ogni giovedì,  vi romperò le scatole con un post delle undici, che condividerò in ogni dove. Parlerò di vari di argomenti, dalle questioni ambientali a quelle di cuore, dall’alimentazione potrei giungere ai sentimenti, alle emozioni… ci sarà anche un pizzico della mia quotidianità (non intimoritevi, non vi dirò cosa ho mangiato per colazione o se ho portato il cane a spasso!).
Insomma, ho deciso di creare questo mio piccolo spazio sul web,  perché ho voglia di raccontare, raccontarmi… e spero tanto di arrivare ai vostri cuori.

Spero che questa piccola presentazione possa avervi colpito almeno un pochino, tanto da spingervi a ritornare su “L’inchiostro nelle vene”, e perché no, ad iscrivervi.
La prossima settimana uscirà il primo vero articolo, vi aspetto sulle prossime righe della vita.

Alexandra Romano