“The Cavern”, l’emozione di una notte in una città magica: Liverpool

Un biglietto di sola andata, una valigia colma di sogni, e la voglia di vivere un’avventura. Così Andrea, studente di biologia e qualche volta anche chimico improvvisato, aveva scelto di trascorrere i giorni successivi al suo esame di fine sessione. Dopo tanti caffè, conditi con l’amaro di un litigio, e le carezze dei raggi di una stella che di notte si lasciava abbindolare dall’eleganza dello spazio, cedendo il suo posto alla luna, era finalmente partito per Liverpool. È vero, lì nessuno cresceva i suoi piccoli lieviti con l’intento di sfornare la migliore regina dei Tribunali, la pizza Margherita.

Lì, nessuna città era sorta ai piedi di un vulcano gentile dove, insieme, la città si specchiava nel mare ogni pomeriggio, generando delle sfumature atipiche, tanto da far brillasse le acque d’argento. Le città inglesi preferivano adornarsi di mistero e magia. Non tutte avevano il mare, ma proponevano uno stile urbanistico originale, che s’intonava a perfezione con il fenomeno meteorologico più frequente, le nuvole, e una brezza leggera che carezzava ogni costruzione. L’atmosfera atipica dei suoi pub spazzava via ogni possibile alone di nostalgia. In quei luoghi la musica veniva venerata come una dea, ancor più di quanto accadesse in uno stadio o un palasport. Chi la praticava era un artista con la A maiuscola.

La sua prima meta sarebbe stata Liverpool, un po’ per il motivo noto a ogni turista che decide di avventurarsi nei meandri di questa cittadina, i Beatles, nati proprio all’interno del Cavern Club (“il pub delle caverne”). Poi perché avrebbe voluto percorrere una specie di sentiero nel Regno Unito, alla scoperta delle città più conosciute e non.
L’aeroporto di Liverpool, denominato “John Lennon”, la diceva lunga sul legame che la musica aveva con quella città. A pochissimi metri da lì, alloggiava il famoso “Yellow submarine”, che aveva dato il nome ad una canzone dei Beatles. Poi c’era il Mersey, un fiume più vivace di una peste.

Il vento che spirava lungo le sue rive aveva l’irruenza di un libeccio, ma non solo, manifestava quasi l’intento di comunicare qualcosa. Era come se quel cumulo di aria fosse mosso dalle volontà di qualche spirito che aveva ancora delle questioni in sospeso con quella città, visto che i dintorni del museo erano pieni zeppi di monumenti costruiti in onore dei caduti. Molti di loro avevano protetto le mura di Liverpool con il loro sangue, affrontando l’orrore della guerra; altri, con vivo coraggio avevano sfidato l’ira implacabile di una tempesta in mezzo all’oceano e avevano contribuito al successo del suo commercio marittimo. Insomma, in quelle raffiche, tanto vigorose da spostare un corpo di qualche metro, si coglievano delle sensazioni particolari. Sensazioni che non si fermavano ad un po’ di pelle anserina, perché aspiravano ad arrivare dentro, carpire le pareti emotive di una persona.

Andrea camminava circondato dai movimenti di quelle anime in pena, e d’un tratto approdò alle statue dei suoi primi idoli. I Beatles. Anche quegli ammassi di bronzo erano insoliti, era come se ci fosse un’alchimia a renderli vitali. I tratti somatici, per qualche istante, animavano l’illusione di essere in grado di emanare l’anima dei Fab Four. E magari l’avrebbero fatto, ma non in quel momento. Non dinanzi agli occhi di tutti, come se fosse stata una cosa normale, o un evento gettato lì per caso. Quei corpi sarebbero brillati quando, un giorno, chiunque si trovasse in quella zona avrebbe compreso appieno lo spirito rock dei quattro ragazzi che avevano scaraventato le note della musica contro il mondo. E da quel giorno il mondo non era stato più lo stesso.

Intanto, un turista di provenienza orientale si era piazzato accanto a John Lennon e aveva cacciato il suo ultimo modello di Iphone, dissolvendo la contemplazione di Andrea, che proseguì la sua esplorazione, con in mente la prossima meta. Erano poco più che le sette di sera, e tra le strade inglesi aleggiava il classico profumo calorico, delizioso, di Fish and chips, a cui cedette subito e si infilò nel primo ristorante di passaggio, lungo la Paradise Street. Ne ordinò una porzione ricoperta di pizzicante salsa alla paprika, e si mise comodo su una panca in legno color ciliegio. Diede uno sguardo alle prime foto scattate nel capoluogo della Merseyside e rimase stupido di quanto la naturalezza, a volte, non merita alcun intervento umano. Perché intaccare un quadro già perfetto di per sé? Perché rischiare di rovinare l’armonia tra gli elementi, o di attribuire delle sfumature che alterano l’intensità di quel momento?
«Hi guys! Here’s your Fish and chips, I wish you a good dinner.»
Andrea tradusse in testa le parole che voleva dirgli il più in fretta possibile, le assemblò e gli rispose: «Hi! Thank you, see you late.»
Affondò il coltello nella crosta granulosa del pane, e staccò un pezzo di eglefino. Il tenero profumo emanato da quel vapore, che seguiva il flusso irregolare di una spirale, gli provocò una nota di piacere tra lo stomaco e il petto. Tutto ciò era solo il prologo di una serata che si sarebbe dimostrata più emozionante di quanto non lo fosse già. Quando i suoi passi giunsero all’inizio della Matthew Street, si ritrovò in un piccolo tempio della musica. Stentava quasi a crederci, malgrado non avesse nessun filtro che potesse ingannarlo: i suoi occhi erano ammaliati dal carattere di quel quartiere.

Ogni cunicolo era occupato da uno strumento che s’intonava a perfezione con le voci dei passanti, o dalle note di un ugola che pareva avesse la dote innata per il jazz. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. E lo era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni . L’unica capace di darne un’impronta concreta. Non appena raggiunse il Cavern Club, ebbe la dimostrazione definitiva di ciò che sentiva. La Wall of fame che aveva visto lungo i mattoni della Matthew Street lì era raddoppiata, se non triplicata. Le firme autentiche, alcune a malapena visibili, testimoniavano la presenza remota di artisti che erano stati lì anni e anni prima. E Andrea non riusciva a controllare l’emozione che gli accalorava ogni zona del corpo. Sfiorò la Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare.
Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica , l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. parete di mattoni rossi per sincerarsi che tutto fosse reale. E lo era.

Quel locale era forse uno dei pochi luoghi capaci di assoggettare qualcuno o qualcosa alle proprie intenzioni, inibendo anche l’abitudine odierna di curiosare sui social. Non sapevi neppure su cosa o quale scorcio soffermarti, data la sua maestosità, la scelta era determinata dalle melodie. Era immenso, e per questo ospitava anche più di un concerto, poi, il suo essere sottoterra restituiva piena credibilità al nome dell’insegna. Furono le note di Hey Jude a decidere per Andrea che, prima di catapultarsi nella mischia, fece tappa presso il banco che offriva una discreta scelta di birre. Optò per una tipica Newcastle Brown, e le sue aspettative assunsero nuovamente le dimensioni di un granello di sabbia. Quel mix di sapori, fatto di un velo di cioccolato e qualche pizzico di caffè, sembrava pura poesia.

Una poesia particolare, un po’ atipica nel suo genere più classico, che s’intonava a perfezione con l’animo rock del Cavern.

Alexandra Romano

Viaggio tra le terre del Cilento: “Fumiere ‘e salute”

Fumiere e’ salute

Veng da a’ Terra,
da a’ natura selvaggia.
Song fumiere ‘e salute,
na carezz dint ‘e purmone,
da o’ lavor addivent pariato,
na ricchezz pè ogne stagion.

Song riest ‘e sapor,
vierno e paur,
a’ risorsa ca tutt po’ fa nascere
e ca senza suspett toccn ‘e cumpar.
Cu ‘mme o’ gran ven chiu bbuono,
e mentre sant’Antonio o’ n’dora
io o’ faccio crescere fort comme a’ nu tuon.

Tenn paur ‘e me pcché ricn ca teng o’ culor du spuòrco,
è overo, o’ vient mio nun ‘e chillu ‘e na ros,
ma è l’addor ca manna esistenza.
È l’aria ca smov ‘e fronne
e’ a’ sustanza che ienghie a’ terra.

Alexandra Romano


Fumiere e’ salute di Alexandra Romano, interpretata da Vincenzo Moretti.

Cara Rondine, è passato un po’ da quando non ci vediamo, sai, mi mancano le tue ali nere che luccicavano nel cielo, immergendosi nei miei occhi, e il contatto con il tuo candido respiro. Credo che inciderò di nuovo l’inchiostro sulla pelle, ma questa volta brucerà un po’ di più, non so se lasciarti nel cuore o prendere un pezzo di te e tenerlo anche con quella mia parte che posso toccare. Se lo farò, scriverò sul cuore proprio quella frase che tanto sentivo, che tanto amavamo… Adesso sono qui, un po’ più vicina a te, e c’è aria secca come non ne vedevo da tempo. A Quarto l’umidità ti penetra fin dentro alle ossa, cavolo! La cervicale non ne può proprio più. La testa, ormai, collega il profumo della menta all’Oki. Quanti stereotipi, mi verrebbe da dire… ci fermiamo alla superficie, all’immediatezza di qualche attimo fuggente o all’intonazione errata di una corda vocale.

A Caselle in Pittari invece, il sole riscalda le ombre e la gente condisce il caffè con la spontaneità. Infatti, mercoledì siamo andati al campo, e abbiamo riunito gli ingredienti per formare l’aia e coltivare le imperfezioni. Le imperfezioni sono il nome che diamo, sulla base dei pregiudizi, alle sfumature della spontaneità. Ricordo quella sera, al bar, quando mi versai il caffè addosso. Tutti mi guardarono di traverso perché ridevo come una matta, tu però non proferisti parola, mi sfiorasti il mento e mi dicesti solo ti voglio vedere così per tutta la vita. Poi però, sempre questa vita che tanto volevi, mi ha condotta a Caselle e mi ti ha fatto riscoprire in un chicco di grano. Il vento ha trasportato un granello di farina dal chicco al cielo, così ho alzato gli occhi e ho capito. Grazie.

Quel giorno, tirava aria fresca dai campi dorati in lontananza, una fila di tinozze e voci melodiose imprecava oltre la fitta muraglia di pietre, e qualcuno dall’alto carezzava il cielo e si sforzava di avvicinarsi a noi, toccandoci con la viva forza del pensiero. Perché quando si cambia pelle non ci si può abbracciare. Le anime però, lo sappiamo beneio e te, se vogliono, il motivo di fondersi lo trovano perché non hanno alcuna materia a vincolarle.

Preparazione dell’aia per il Palio del grano.

In mezzo alla natura riscopriamo le nostre radici, percependo il valore della vita, arriviamo all’incomprensibile. Qualunque cosa suscettibile ai nostri sensi è memoria che ci attraversa, ci tocca dentro e ci lascia le sue impronte. Materia viva a contatto con altra materia viva, che si fondono in un perenne rimbalzo di emozioni.

Quel giorno andammo in campagna, e forse lo spirito di Van Gogh decise di regalarci un pezzo di paradiso. A me, ha regalato molto di più… C’erano un angolo dorato per darci la ricchezza, una manciata di verde per restituirci la fiducia nel domani e gocce di vita vissuta fino a un attimo prima. O’ fumiere (letame) e’ salute è legna che arde la terra, il resto di un’esistenza per la quale tanto ci siamo battuti e continuiamo a batterci tutt’ora. È la nostra storia, è il presente che mentre viene scritto diventa eternità.
È un’estratto di vita che in sé, contiene l’essenza per un ritorno, una fusione tra anime indipendentemente dalla loro collocazione

Alexandra Romano

Traduzione:


Vengo dalla Terra,
dalla natura selvaggia.
Sono fumiere di salute,
una carezza dentro i polmone,
dal lavoro divento pariato,
una ricchezza per ogni stagione.

Sono resto di sapori,
inverno e paura,
la risorsa che può far nascere tutto
e che i compari toccano senza sospetto.
Con me il grano viene più buono,
e mentre sant’Antonio lo indora
io lo faccio crescere forte come un tuono.

Hanno paura di me perché dicono che ho il colore dello sporco,
è vero, il mio profumo non è quello di una rosa,
ma è l’odore che trasmette esistenza.
È l’aria che smuove le foglie
è la sostanza che nutrie la terra.

Ti prego, portami via: portami a vivere

Ti prego portami via, questo mondo fa sempre più paura e i bambini smettono di sorridere. I bambini soffrono per la mancanza di amore, patiscono la fame con il loro corpo sempre più esile. 

Ti prego portami via, dove esiste un mondo fatto di umanità, dove gli attentati non sono all’atto del giorno e non c’è bisogno di accendere il telegiornale. Portami dove esiste solo comprensione e il termine “violenza” non è mai stato pronunciato. Dove a una pistola viene sostituita un cuore di peluche, delicato come l’empatia.

Ti prego portami via, in un mondo dove si vanno a comprare i fiori non per portarli su una tomba ma per significare un gesto d’affetto. Portami dove regalare una rosa nasce da un desiderio solamente spontaneo, e mai in seguito ad un litigio o una malattia. Dove non bisogna essere iscritti ai social per sentirsi meno soli e i rapporti sono fisici e non virtuali, simulati.

Ti prego portami via, dove il riscaldamento globale è solo un fattore naturale e la gente non scappa per vivere meglio in un posto che non le appartiene. Dove gli alberi non si abbattono e l’aumento del livello del mare è solo un fattore positivo per il ripristino di aree scomparse, siccitose. Dove i fiori non appassiscono e la pioggia non corrode la terra. Un mondo fatto di equilibrio tra uomo e natura, in cui chiunque può fare ciò che vuole a discapito di niente e nessuno.

Ti prego portami via, dove il bene non viene barattato con i soldi e l’amore ha un peso. Dove le donne vengono rispettate e hanno uguali diritti, perché poco le distingue dagli uomini. Dove gli animali non vengono trattati come futili oggetti privi di sentimento, perché anche un corpo fatto di tanto pelo ha un’anima. La sola, a non essere mai contaminata. In una società fatta di silenzi e incomprensioni, lo sguardo di un cane può comunicare molto più di una frase di conforto.
Portami in una società dove conta ciò che si è dentro e non come si appare, o ciò che si vuole far credere di essere. Dove si da un peso ai sentimenti.

Ti prego portami via, dove chiunque è libero di vivere la vita che vuole, inseguire i propri sogni senza condizionamenti. In un posto dove fare della propria passione il proprio lavoro non è quasi un’aberrazione, e lo si può fare senza dover patire anni di sofferenze.
Prendimi per mano e portami via, portami a vivere.

Alexandra Romano

A volte: le passioni, in qualche modo, ci salvano

A volte, penso che le persone, la forza, se la facciano uscire grazie ad aspetti del loro carattere che neanche sapevano di avere.
A volte, mi chiedo, come si riesca a trovare la determinazione in momenti tanto critici: la grinta di non mollare, di continuare a seguire il proprio sogno. È difficilissimo non arrendersi quando sembra che tutto il mondo ti si stia rivoltando contro e l’unica cosa su cui puoi far leva sono le tue ambizioni. Te stessa.

Secondo me le passioni, in fondo, ci salvano. Ci salvano quando abbiamo voglia di spaccare tutto, di abbandonare, dissolverci… Ho scritto nei momenti peggiori della mia vita, alcuni che pensavo non avrei mai superato, e poi  ora sono qui. Con dei momenti, ogni tanto, che mi sembrano insuperabili e degli altri che mi sembrano passeggeri. Ma in fondo tutto si supera: è solo questione di tempo, è solo questione di testa.

Ed è sbagliato incolpare sempre se stessi, specie se uno sbaglio è connesso anche ad una persona che non ci ha compreso, che ci ha graffiato l’anima. A volte, sbagliamo a credere troppo negli altri, riponendo in loro più di quanto faremmo normalmente: le illusioni, come sosteneva Nietzsche, sono ciò di cui l’uomo si nutre per poter vivere. Ma se avvertiamo sensazioni dentro di noi, come campanelli di allarme, non dobbiamo ignorarle.

Anche in questo penso che le passioni siano la nostra protezione: ciò che ci fa emozionare nella maniera più autentica e che se sappiamo coltivare, esplorare dentro noi stessi, saranno sempre il nostro punto di forza. Per godere di una passione basta viverla e lasciarsi trasportare, senza paura, perché è un po’ come il sangue che ci scorre nelle vene: ci fa vivere.

Grazie scrittura per avermi dato tanto e farmi dare tanto.

Alexandra Romano

Un nuovo giorno: animiamoci, senza discriminazioni emotive

Qualche settimana fa, ho letto un articolo su Facebook, e siccome amo la natura, mi ha colpita da subito. C’era scritto come far nascere delle piantine di limone per profumare la casa. Ho seguito le indicazioni, preso una tazzina ed ecco i risultati. A partire da queste piantine, così graziose, che tra un po’ profumeranno anche mi sono venute in mente diverse cose.
Le ho curate di giorno in giorno: quasi ogni sera aprivo la finestra e le annaffiavo. All’inizio, e diversi giorni dopo, ho temuto non nascesse nulla… molte volte mi sono domandata se avessero attecchito. Eppure, ho continuato a sperarci: il giorno al sole e la sera al fresco, con un goccio d’acqua. Ci tenevo a realizzare un piccolo desiderio, che anche se piccolo, mi avrebbe donato un alone di armonia.

E così, è successo che una mattina mi sono accorta di tre germogli. Non potete capire l’emozione, anche se semplice, che ho provato, ma così autentica. In quel momento, nella testa mi è rimbalzato un pensiero: “quante cose non ci stupiscono più, quanto diamo per scontato avere il cibo sulla tavola e quanto sottovalutiamo aspetti, a volte i più importanti, contenuti nelle piccole cose. Quanto è scontato, a priori, che una persona ci risponda ad un messaggio. E se ciò che diamo per scontato non accade, ci innervosiamo.”
Siamo così fuggitivi, attenti a ciò che è ben sofisticato rispetto alla nascita di un fiore o alla corsa di un bambino nel prato, che semplicemente non facciamo proprio più queste cose. Perché le riteniamo inutili, stupide. E intanto, è a partire dalla semplicità che si impara ad apprezzare la vita in ogni suo aspetto. È come se facessimo una discriminazione emotiva. Immaginate un sogno: come potete immaginare di adorarlo se non avete amato prima ogni sua singola parte, ogni piccola meta raggiunta, e dato valore ai sacrifici? Come possiamo pensare di amare qualcuno se non ne apprezziamo anche i difetti: se scegliamo quella persona per il prototipo che vorremmo realizzare e non per quello che è? Ma la cosa più grave è che la natura si sta indebolendo, la stiamo distruggendo e non ce ne curiamo affatto. Mi si spezza il cuore quando sento parlare dello scioglimento dei ghiacciai e della scomparsa di specie viventi. Eppure, se ne parla, neanche troppo vista la situazione, e non si fa nulla…

Anche la pazienza sembra stia diventando una “dote”. Per quanto fragile, per quanto complessa… è importante: non sappiamo più aspettare, e se non otteniamo passiamo ad altro. Probabilmente, se quella piantina non fosse spuntata avrei provato di nuovo, oppure, avrei semplicemente lasciato perdere.
Forse, facciamo fatica a comprendere il vero valore di qualcosa, quanto sia importante per noi, perché siamo abituati alla varietà. Non raggiungiamo un obiettivo, qualunque esso sia? Cambiamo strada, o insistiamo un po’ all’inizio e poi molliamo la presa. Il punto è questo: non ci battiamo più per qualcosa, e forse niente è più davvero così importante rispetto al resto. Ogni cosa è sullo stesso piano delle altre.
Forse, il mondo in cui viviamo non ci dà più la possibilità di conoscere noi stessi al meglio, credere in noi stessi: siamo soprattutto invischiati in un maremoto di relazioni sociali, innovazioni di ogni genere, frenesie, stereotipi…

Non ci sconvolgiamo più, siamo abituati ad accettare le cose così come ci vengono proposte. Non proviamo a mettere sottosopra il mondo. E dovremmo farlo, ogni giorno. Dovremmo animarci per davvero. Con le follie, l’impulsività e la creatività.

Alexandra Romano

Milano e Napoli: differenze reali o solo uno dei tanti stereotipi?

Differenze tra Nord e sud: esistono davvero? E fino a che punto precisamente?
Il motivo di questo articolo lo si si ritrova nel titolo. O forse, nella semplicità più totale della vita, di ciò che caratterizza questo grande e inspiegabile universo sul quale ognuno di noi vive. Lo scopo di questo articolo, è di sminuire o abbattere (almeno in parte) una volta per tutte uno stereotipo quasi antico, lanciato soprattutto su Milano e Napoli. Anche se sarà molto difficile. Spero possa giungere al cuore di quante più persone possibili.

Napoletana di nascita, dopo tanti anni, ho visitato Milano. Certo, il mio è il parere di una turista, un’osservatrice… ma in quel poco che ho visto, posso affermare trovato delle persone simpatiche, un clima accogliente e una cittadina ordinata, piacevole. Di Napoli si parla così tanto, forse, l’unica soluzione è iniziarla a pensare come una forma di invidia per quello che ha. Milano ha l’efficienza, la rapidità delle innovazioni, l’ordine. Ma non ha la pizza e il Vesuvio, che, mi scuso in anticipo con i milanesi, non possono competere con nessun’altra cosa. Napoli ha in sé la bellezza innata di panorami che non si trovano facilmente, ma ahimè, bisogna ammetterlo, la puntualità milanese dei trasporti è ineguagliabile.

Non mi è mai piaciuto esprimere delle preferenze, perché secondo me ogni cosa ha un suo valore, unico. Ma voglio rendere visibile il mio punto di vista, seppure basato su una piccola esperienza, su due grandi città d’Italia.
Il mio obiettivo è far arrivare un messaggio: tutta questa differenza, questo gettare sempre zappate su Napoli o magari continuare a valorizzare il nord è sbagliato. Perché ognuno ha una propria caratteristica, ognuno ha delle proprie potenzialità e delle proprie debolezze.

A Napoli ci vivo, a differenza di Milano, e posso giudicare di più (anche se è sbagliato) e parlare di più. La mattina, quando esco e prendo il treno presto per andare all’università, lungo via Capitelli o Benedetto Croce trovo un mare di volontari e persone che lavorano giornalmente per mantenere la città pulita. Chi si impegna attraverso opere culturali: saloni, caffè letterari, eventi di ogni tipo… Al Gambrinus è nata la pratica del caffè sospeso, estesa poi a tutta l’Europa.

Milano, beh, che dire… per me che amo la scrittura più di me stessa, il fatto che sia la capitale dell’editoria le aggiudica già un pezzo del mio cuore. La fiera, tra le più belle in Italia, se non la prima, viene fatta lì ogni anno. Librerie immense, così come a Bologna… a Napoli invece, beh, c’è un po’ l’emblema dell’editoria storica: Port’Alba, oppure i commercianti che ogni mattina riempiono San Biagio Dei Librai di bancarelle con libri a prezzi modestissimi: una vera e grande opportunità per chiunque di acculturarsi. Un aspetto che fa parte dell’identità partenopea, così come gli artisti di strada, che ne ho visti anche all’interno del Parco Sempione: che ve lo racconto a fare, uno spazio verde smeraldo, un piccolo angolo di paradiso in mezzo ad una grande metropoli. Entri lì e ti sembra di fare un salto dalla città alla campagna, alla storia (il Castello Sforzesco, una delle opere che più amo di Milano).

A Napoli, forse i mezzi non circolano allo stesso modo del nord, è vero, ma la stazione di Toledo è tra le più maestose al mondo (e non lo dico io). Oppure, la funicolare, un mezzo di trasporto tipicamente napoletano che si muove su di una fune e che in pochi minuti può portarti a Mergellina, Corso Vittorio Emanuele o Posillipo e farti capire cosa si intende per “meraviglia”.

A Milano invece, circolano ancora i tram come se fosse ieri. Ne ho presi di notte, guardando le luci della città, delle strade dai finestrini… il rumore stridente delle rotaie. Ed era un’esperienza che ho provato per la prima volta lì. Circolano i tram che ci permettono di fare un salto indietro, in uno dei primi mezzi di comunicazione della storia, ma anche aerei che portano ovunque nel mondo.

Secondo me dovremmo imparare ad abbattere tante convinzioni, tanti pregiudizi… perché ogni città ha i suoi punti deboli e i suoi punti di forza. Che non potranno mai coincidere in quanto realtà uniche e suscitanti emozioni differenti.

Alexandra Romano

La mia più grande passione, il mio modo di vivere: la scrittura

Premessa

C’è chi dice che scrivere sia una sorta di strumento antico donatoci dagli déi, chi invece, che sia una forma di potere perché riesce a salvarci e ad esibire questa salvezza. Non avevo mai pensato di pubblicare un articolo sulla scrittura, nonostante sia un perno nella mia vita. Ma poi ho iniziato a scrivere un pensiero, e da un pensiero sono nate delle frasi, fino ad uno scritto. Tutto, in maniera non progettata. Un po’ come mi è nata questa passione: un giorno come tanti, ma è stato il giorno da cui è iniziato il mio percorso di vita, su tutti i fronti.

Per me scrivere rappresenta una forma di vita agognata, che in realtà non ho scelto, perché lei ha deciso per me quando mi ha fatto provare, la prima volta in assoluto che l’ho incontrata, un’emozione unica e irripetibile.

Scrivere: Il mio punto di vista

Scrivere è tracciare il percorso della propria vita su di una pergamena, con la certezza che quel frammento vissuto non vada perso da una piccola amnesia, rendendolo quasi indelebile. È un po’ come l’elettrocardiogramma del nostro cuore su di un foglio bianco, con tanti piccoli particolari che lo rendono speciale.

Scrivere aiuta a respirare, ad espellere i cattivi pensieri e renderci più liberi, più propensi ad accogliere la positività. Scrivere mi ha insegnato a respirare, meglio, quando ho temuto che il mio respiro svanisse. E oggi sono più forte quando rischio di cedere.

Scrivere è uno sfogo quando si è soli, quando nessuno può aiutarti se non lei: la tua risorsa di vita, ciò che è capace di rendere immortali i tuoi pensieri, i tuoi momenti e le tue emozioni più intense. Ciò che è capace di farti decifrare quello che provi fino a comprenderlo meglio, oppure trovare più facilmente qual è la giusta soluzione ad un problema.

Scrivere è un po’ come vivere, ma senza muoversi. La scrittura ci dà la possibilità di delineare un mondo che forse non c’è, non esiste… ma che possiamo vivere grazie all’immaginazione, grazie alla nostra capacità di astrarci dalla realtà e trasportarci in un mondo costruito a posta per noi. La scrittura rende possibile ogni forma di realtà con a disposizione solo creatività e due semplici strumenti: una penna e un foglio di carta.

Scrivere allenta il peso di sentirsi un punto interrogativo per gli altri, ci consente di esternare una parte, seppure minima, di ciò che ci ferisce e renderlo più leggero o liberarcene.

Si scrive senza pensarci realmente, anche quando si è annoiati, perché forse è una delle migliori vie per esprimerci, come la musica ad esempio.

Si scrive per cercare di dare un senso a quanto proviamo o viviamo. Per non dimenticarlo. Si scrive per comunicare con chi non c’è, intrattenendo rapporti narrativi laddove non si possono intrattenere rapporti dal vivo.

La scrittura è una forma di vita alternativa, un modo di vivere.

Alexandra Romano

I pregiudizi, uno dei nostri filtri, talvolta illusorio, per guadare la realtà

I pregiudizi. Sono i pregiudizi che uccidono i rapporti e precludono le occasioni. Oggi soprattutto è così frequente avere un’idea preconcetta di un qualcosa, sia esso un lavoro o una persona, tanto da stabilire se ciò sia buono o meno. Ma perché non impariamo ad astrarci, qualche volta ad ascoltare senza partire da conclusioni premature? È mai possibile che appena vediamo qualcuno nell’immediato gli piazziamo una didascalia accanto? È mai possibile farsi l’idea di come sia fatta una persona senza neanche parlarle o guardarla in faccia?

Forse, dovremmo imparare più a fare esperienza che non a parlare. Imparare a vivere e non a giudicare.

I pregiudizi fanno sì che la nostra vita sia già preconfezionata, senza alcuna possibilità di sperimentazione o tuttalpiù minima. Ma la vita non è questo perché ci offre sempre l’occasione di conoscerla, di capire che è una delle cose più imprevedibili e sorprendenti… possiamo prevedere, ma non dare per certo quello che accadrà nel giro di un’ora o un anno. Possiamo prevedere il tempo atmosferico, ipotizzare che domani un acquazzone porterà con sé anche raffiche di vento mai viste, e possiamo anche dire che tra qualche secolo la nostra specie si estinguerà, ma appartiene tutto al campo delle incertezze. E così siamo anche noi, le persone lo sono: cambiamo in continuazione, per vivere al meglio, per divertirci…

I pregiudizi inibiscono tutto questo. Sono come un freno che rallenta la nostra evoluzione, impedendoci di modificarci per meglio adattarci alle situazioni. Ma soprattutto vanno a danneggiare alcune delle cose più importanti nella nostra vita: le relazioni. Un’idea preconcetta impedisce ad una persona di presentarsi ai nostri occhi in quanto tale, se non per come vogliamo vederlo noi.

I pregiudizi sono un po’ come una maschera, una patina che pian piano inizia ad offuscare la nostra vita.

Alexandra Romano

Tu non sei la gente: dai a te stessa sempre una seconda chance

Tu non sei la gente: datti sempre una seconda chance, una via d’uscita. Non meriti privazioni, non meriti il limite ad ogni cosa: vivi e non pensare ad altro.

Non dare mai a nessuno più importanza di quanta ne merita, non mettere mai te stessa al secondo posto: perché mettere se stessi prima di ogni altra cosa non è solo sano egoismo, ma realismo. Come possiamo affermare che una persona sia più importante della nostra stessa vita, quando, senza di essa noi non esisteremmo più? Con questo non voglio sminuire i “valori”, ciò a cui diamo importanza, ma dire che la nostra vita viene sempre prima di tutto. Non possiamo essere così poco rispettosi nei nostri confronti: se non siamo capaci di valorizzarci, rispettarci, come possiamo pensare di farlo con qualcuno?

La gente non merita un posto superiore a quello della nostra felicità, che è una delle nostre priorità per vivere bene con noi stessi e con gli altri. La gente non è superiore a ciò che ci rende pieni di vita: le nostre aspirazioni. Non lasciare mai influire qualcuno su i tuoi sogni, non subordinare mai i tuoi desideri a qualcuno e non riporre aspettative che superino la norma in qualcuno. Non è cattiveria, è solo stare con i piedi per terra con la consapevolezza che tutto può cambiare e bisogna dare il giusto peso a cose e persone.

Non fare sì che la gente ti spenga, sgretoli poco a poco la tua personalità in cenere per poi rimodellarla e trasformarla a suo modo: tu sei fatta così, e sei Tu per questo motivo.

Se qualcuno ti ama, ti rispetta. Rispetta i tuoi spazi e le tue esigenze. Serve a poco acconsentire, a parole, a quanto gli/le descrivi. Una persona che ti ama lo fa nella pratica, giorno dopo giorno, con la più sentita delle convinzioni.

Amati, non solo perché nessuno sarà mai disposto a subordinare i suoi più preziosi interessi a te, ma perché non meriti tutto questo. Meriti una persona che ti ami e stia con te, sempre… e chi può esserlo, più di te stessa?

Sorridi e lasciati traforare dalla luce della gioia. Apri le finestre e lascia entrare la più pura serenità: allontanati da tutto ciò che ti oscura e non ti fa sentire così viva.

Dai a te stessa sempre una seconda chance. La meriti, la desideri, puoi averla perché a tutti è concesso sbagliare nella vita. E la vita, ha sempre una seconda opportunità.

Tu non sei la gente, tu sei “Te stessa”!

Alexandra Romano

La vita ci mette alla prova e ci insegna, sempre

La vita ci mette alla prova

Molte volte si sente parlare di sconfitte, cose andate storte, eppure c’è un perché. Sì, perché forse tutto sta nel guardare dalla giusta prospettiva. Non possiamo dire che la vita non ci mette alla prova, anzi, lo fa eccome. Ma quando ciò accade non abbiamo alcun preavviso o la minima possibilità di prevedere il seguito: succede e basta. Senza logiche, senza spiegazioni… quando meno te lo aspetti, quando sei la persona più fragile di questo mondo. E perché proprio quando avremmo bisogno di più conforto? O meglio, perché quando ci mette alla prova, oltre a coglierci il flagranza, ci lascia “abbandonati a noi stessi”?

La vita stessa è la nostra più grande insegnante

Mi è capitato diverse volte di dire e sentir dire “ho tanto bisogno di qualcuno vicino in questo momento ma non c’è nessuno”, “che vita difficile”… insomma, vedere i propri giorni come un turbine di nuvole grigie senza arcobaleno, senza una striscia di cielo azzurro. Ho avuto la sensazione che ogni cosa mi remasse contro, che tutto un vortice di negatività mi stesse inghiottendo, senza un minimo di forza per oppormi.

Ci ho messo un po’ per capire ed arrivare, ad un punto, in cui ho iniziato a pensare che in quel momento forse non era la vita ad andarmi male, non erano i venti opposti o io che procedevo in una direzione che non era la mia… la vita mi ha messo dinanzi ad uno dei tanti esami da affrontare. E non è mai orrenda o bastarda, perché è una maestra che ci insegna ogni cosa, e come ogni maestra che si rispetti è anche rigida.
La vita non è cattiva, piuttosto sono le situazioni o una serie di fattori che incidono in una circostanza. Né la vita né le persone sono da buttare, altrimenti non esisterebbero l’amore, le passioni, il bene… cose che, in un modo o nell’altro, ci salvano.

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Forse, ci lascia soli per farci fortificare in vista di prove e/o situazioni più complicate; forse lo fa perché dobbiamo imparare a cavarcela da soli in quanto individui, perché per quanto uno possa aiutarci siamo sempre noi a decidere e a dover decidere: la vita è Nostra e di nessun altro. Forse arriviamo a toccare il fondo per poi risalire e giungere all’apice. Forse ci separiamo da qualcuno a cui vogliamo tanto bene per poi ricongiungerci e sentirci ancor più vicini di prima. E magari amiamo così tanto lo yin e lo yang perché sono l’emblema di ciò che ci capita: bene e male, due cose così diverse eppure così unite.

Quando ci capita una qualunque cosa, bella o brutta che sia, magari dobbiamo saper interpretare i segnali che la vita ci manda. Altrimenti da una crisi non nascerebbe un fiore o un mondo fatto di gioia ed entusiasmo; altrimenti dopo tanto stare bene non ci spiegheremmo il perché di una fine.

Alexandra Romano