La battaglia delle tre corone (Kendare Blake) – RECENSIONE

La battaglia delle tre corone è il primo capitolo di una saga, ideata da Kendare Blake, che ha scalato le classifiche del New York Times. Composto da un misto intrecci, misteri e sorprese, il romanzo si struttura secondo tre particolari punti di vista (in terza persona), che sono quelli delle tre regine novelle, Katharine, Arsinoe e Mirabella, delle quali solo una sopravvivrà: colei che salirà al trono. Separate alla nascita e spedite dritte in tre località differenti, ognuna di loro ha un potere, una specie di “forza”, che la contraddistingue dalle altre. La prima è un avvelenatrice, abituata sin dalla tenera età a ingerire grandi quantità di bacche di belladonna e altri frutti velenosi per diventare la degna erede della stirpe degli Arron. La seconda, invece, è capace di far sbocciare ogni tipo di fiore (o almeno dovrebbe essere così), anche se pare che il suo dono tardi a manifestarsi al meglio, e quindi farà affidamento spesso alla magia comune. La terza è un’elementale, in grado di generare violente tempeste, uragani e di far divampare le fiamme fin sopra il cielo.
Ognuna è costretta a conoscere i suoi pretendenti, potenziali re-consorti dell’isola, ma ogni incontro ha delle ripercussioni tutt’altro che scontate.

La battaglia delle tre corone: Katharine

Katharine è la regina di Greaversdrake, il palazzo reale degli Arron, gli avvelenatori più rinomati del regno. Sin dalle prime righe de La battaglia delle tre corone ho intravisto in questa regina una delle possibili chiavi di interpretazione che rinvia al dramma dell’anoressia, delle convenzioni sociali. Katharine è giovane, sempre più esile, e ogni volta che ingurgita enormi quantità di veleno, il suo corpo diventa via via più pallido, emaciato dagli sforzi. Eppure, tutta quella sofferenza a cui è costretta per tenere alto il nome della stirpe la fa apparire tanto fine ed elegante, nonostante il suo animo si tramuterà poi in quello più spietato pur di conquistare il trono. L’improvvisa morte del suo re-consorte, durante la loro prima notte di nozze, farà comprendere al lettore che il suo corpo è diventato più velenoso di un fungo di campagna.

La battaglia delle tre corone: Arsinoe

Arsinoe invece, come già detto, è la regina della natura, della meglio nota località di “Wolf Spring”, nonostante sin da giovane non abbia mai manifestato appieno il suo potere. È un caso o forse c’è qualche lato nascosto della sua personalità, del suo corpo che ancora deve scoprire? Di rado è riuscita a far sbocciare qualche rosa, raggiungendo mai i livelli di abilità della sua “sorella” d’infanzia, Jules, al suo fianco sempre e comunque. È grazie alla sua alchimia con la natura e gli animali che Arsinoe potrà dimostrare, durante la notte del banchetto, di avere una qualche influenza sul suo famiglio (in realtà in simbiosi con Jules). In perenne attesa per il ritorno del suo Joseph, Jules possiede un dono molto particolare e potente, la cui intensità è stata tenuta a bada da uno specifico marchio.

La battaglia delle tre corone: Mirabella

Mirabella infine, la favorita tra le sue sorelle – almeno all’inizio – è la regina forse in più stretta simbiosi con la natura. Dalle sue mani trapela l’elettricità necessaria a scatenare un fulmine nel cielo, o la giusta energia in grado di originare una violenta tempesta. La più forte eppure la più sensibile tra tutte, dopo Arsinoe, quasi disposta a sacrificare se stessa pur di evitare la morte della sorella Arsinoe. Ma Mirabella è anche la più affascinante delle regine, e la sua bellezza sarà l’elemento che metterà in crisi i rapporti delle sue sorelle con i loro futuri re-consorte. Innamorata di un ragazzo che non può avere, Mirabella accetta di sposarsi con Bill, ormai convinto della morte di Arsinoe ad opera di Katharine, ma non sa ancora cosa le riserverà il futuro.

Tanti intrighi, intrecciati alla perfezione all’interno di una trama che scorre fluida e misteriosa, e un numero indefinibile di particolari azzeccati, incastrati tanto bene come i pezzi di un puzzle che fanno da cornice, ma finiscono poi per avere ognuno un suo ruolo di primo piano, a una storia affascinante e originale.

Alexandra Romano

Philip Dick: la fantascienza come espressione di aspetti repressi dalla società umana

La capacità di immedesimarsi nell’altro, la comprensione dei sentimenti e i dolori che affliggono una persona a noi vicina. Le emozioni, quelle belle e quelle “brutte”, anche se penso che un giudizio di valore sulla capacità di provare brividi piacevoli o torsioni di stomaco che danno un senso alle nostre esperienze sia sbagliata. L’empatia, una sola parola, ma che racchiude in se miriadi di significati, esperienze e sensazioni, è il nostro più grande dono. E Dick lo aveva intuito alla perfezione già agli albori della sua carriera, tanto da dedicare ad essa interi libri, riflessioni e anche idee divaganti che, se guardiamo più a fondo, simboleggiano i confini dell’esistenza.
Philip Dick è uno degli scrittori più influenti del XX secolo, è stato capace di esprimere i sentimenti, le frustrazioni e i desideri delle generazioni di intera epoca. La beat generation, la cultura lisergica, gli bi-alfabetizzati (sia fonetici che televisivi), ma anche gli emarginati. I drogati, gli psicotici diventano protagonisti, seppur destinati ad una fine tragica, individui che lottano per appropriarsi della propria libertà. Infatti, Dick esplora l’utilizzo della droga con uno sguardo avulso dal filtro dell’apparenza scoprendo quanto l’abuso di stupefacenti corrisponda a una situazione umana precaria. L’uomo viene al mondo senza conoscere qual è il suo vero scopo, perché da un momento all’altro la sua vita può finire senza un’adeguata giustificazione, ed è totalmente inetto del suo percorso biologico. L’uso di stupefacenti e l’eccesso di sostanze psicotrope corrisponde al tentativo di appropriarsi a quella intelligenza complessiva che in natura gli è sottratta.

Cyborg, esistenze sintetiche e intelligenze sovrumane

I cyborg, esseri mutanti, metà organici e metà inorganici, rappresentano proprio ciò che c’è oltre quel confine. Quando l’uomo supera se stesso e inizia a produrre qualcosa che presenta la particolarità di superare alcuni dei suoi limiti. La capacità di calcolo, una volta esclusivo appannaggio dell’uomo, è oggi specifica dell’intelligenza artificiale. Basti pensare che ci sono operazioni che ormai deleghiamo ai nostri dispositivi, senza neanche compiere più lo sforzo di tentare, fallire e riprovare. L’uomo arriva creare degli esseri nei quali inocula una memoria artificiale, fatta di falsi ricordi e increduli affetti, che caratterizzano un po’ tutti gli esseri tecnologici. Gli androidi messi in scena da Philip Dick sono un altro simbolo della finitezza della nostra esistenza, programmati per adempiere a dei fini specifici. Nel momento in cui però sorgono le prime domande sulla propria esistenza, che non corrispondono ad una risposta automatica ad un input, ecco che diventano quanto più simili al colui che li ha creati. È un po’ ciò che accade in Blade Runner, tratto dal famosissimo romanzo di Dick: Do androids dream of The electric sheep. Nonostante le storie profondamente riflessive, struggenti inventate dall’autore, egli nutre ancora una speranza: l’amore. Per Philip Dick l’unica salvezza per l’uomo è condividere la propria sofferenza con quella altrui, immedesimarsi nell’altro e cooperare per il benessere reciproco.

I simulacri (1964) di Philip Dick

Ne I simulacri Dick immagina uno scenario, ad oggi non troppo lontano, di quello che potrebbe essere il futuro che ci attende. Un mondo che sopravvive sui frammenti di una realtà che non esiste più, che si confonde nella finzione, surrogato della plastica, unica vera materia destinata a permanere nel tempo. Un presidente degli Stati Uniti che non esiste. Una donna, sua moglie, molto più vecchia di ciò che appare e ben diversa da ciò che il pubblico è abituato a vedere. Infine, uno dei personaggi che più colpisce della trama, è il pianista psicocinetico Richard Kongrosian, che vive una sensazione sofferta di distacco con il proprio corpo, con la propria personalità. Per lui il destino non ha riservato uno scenario luminoso, e con un ultimo tragico evento la sua persona sarà totalmente stravolta.

In senso inverso (1967) di Philip Dick

Un altra opera, considerata tra i capolavori della fantascienza, è In senso inverso, pubblicata nel 1967, che propone un totale stravolgimento di prospettiva. La morte viene considerata un processo reversibile, dal quale si può tornare indietro, rinascendo, a differenza della nascita, priva di un vissuto alle spalle. Il primo “rinato”, Sebastian Hermes, diventa il capostipite di una ditta deputata alla riesumazione dei morti dalle loro tombe. Sigarette fumate a partire dalle cicche. L’atto del cibarsi non più fatto della nutrizione e dell’ingerimento, ma da profondi spasmi dell’intestino che portano a rimettere. Non ci si rade più, la peluria della pelle e i baffi vengono attaccati sulla pelle. Solo una mente stravagante come quella di Dick avrebbe potuto concepire un romanzo nel quale l’intero processo biologico viene stravolto, dando una voce al dolore della perdita per qualcuno.

I giocatori di Titano (1963) di Philip Dick

In questo romanzo invece, l’autore mette a fuoco quello che sarà il futuro abitato dalla tecnologia, e lo fa sempre in una chiave distopica. Le macchine intelligenti, quelle che noi tutti conosciamo e che oggi circolano liberamente nella nostra intimità, sorvegliano i protagonisti nella loro vita di tutti i giorni. I mezzi di comunicazione e le macchine, quali automobili e farmacie smart, hanno acquisito una propria esistenza al punto di ribellarsi con i propri utenti. Molti giocano a Bluff, un gioco di gruppo che accoppia in modo sempre diverso gli individui, e che si servono della telepatia per aggirare le mosse dell’altro. Questo giorno attrae anche i vug, esseri deformi e quasi spaventosi, dotati di una telepatia spiccata, che hanno invaso la Terra. I giocatori di Titano racconta il disorientamento degli anni Sessanta, e rappresenta anche un romanzo atemporale, in grado di anticipare le fattezze di un futuro dove l’uomo è sempre più sottomesso agli esseri da lui creati, in primis le tecnologie.

Alexandra Romano

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Le leggende della tigre (Nicolai Lilin) – RECENSIONE

Le leggende della tigre di Nicolai Lilin è l’intreccio perfetto tra fantasy e mitologia, mistero e scoperta di luoghi atipici, con l’aggiunta di racconti avvincenti che si riallacciano alle storiche tradizioni dei popoli “ghiacciati”. Aneddoti arricchiti dal calore del camino, all’interno di una delle classiche abitazioni siberiane, le zaimki, mentre fuori impreca vyuga: una delle tempeste più violente della Siberia. Essa comincia con un vortice di aria ghiacciata, che solleva mulinelli carichi di neve a fiocchi grossi, e pare che i cacciatori autoctoni sappiano predirne l’arrivo:

“Il segnale più chiaro di un’imminente tempesta lo sanno i sottili ramoscelli di pino, che di solito si trovano in abbondanza nella parte bassa dell’albero. I cacciatori li guardano e capiscono se devono tornare alle loro case in tempo per non essere sorpresi dalla bufera. Durante una buona giornata di sole questi ramoscelli sono dritti, cercano di estendersi il più possibile per ricevere almeno un po’ di luce. Appena l’albero avverte nell’aria i primi anche più insignificanti cambiamenti, i ramoscelli cominciano a piegarsi leggermente verso l’alto, e con l’avvicinarsi della tempesta si ritirano verso il tronco, stringendosi contro di lui. Se insieme a questi segni senti cantare il ciuffolotto, aspettati una tempesta forte e lunga.”

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Le storie che più mi hanno colpita de “Le leggende della tigre”…

In questo romanzo ho ritrovato le radici dell’umanità, un piccolo riferimento, anche se invisibile, alle tribù. Il tepore del fuoco, la sua capacità di attrarre più menti attorno a sé e creare la giusta atmosfera per le narrazioni, rinvia a un altro elemento centrale in questa storia, l’oralità: predecessore di tutte le forme di comunicazione. Mentre l’anziano cacciatore raccontava dell’amore tormentato di Aiabala, o del bambino di sale, era come se accanto ai protagonisti ci fossi stata anche io. Uno dei punti forti di Lilin è proprio nella descrizione. L’autore riesce a far immedesimare il lettore al punto di fargli avvertire i brividi della neve, lo stupore dei due veterinari dinanzi a quelle storie…

Aibala e Haram…

Il racconto della Principessa tatuata consente di carpire parte della sofferenza che le antiche convenzioni hanno determinato negli esseri umani, definendo quale fosse l’amore ideale. L’impossibilità di potersi congiungere con il proprio amato, che spinge Aibala a farsi uccidere, senza poterlo comunque vivere, spiega quanto l’amore fosse il risultato di regole o interessi sottesi alle grandi famiglie. La storia del mercante mi ha fornito invece lo spunto per riflettere sul contesto globale attuale, sempre più pervaso da interessi economici e politici contrastanti. Il mercante, soprannominato Haram, che nella lingua degli Yakuti significa “avaro”, fa comprendere quanto l’umanità abbia talvolta perseguito l’infelicità o realizzato una mera utopia. L’unica cosa che faceva fibrillare Haram, tra l’altro anche il suo unico scopo nella sua vita, era l’idea di possedere tutto l’oro dell’universo. Quando si imbatte in una foresta con i suoi carri muniti di schiavi, conosce la figlia del lago, che gli offre la possibilità di diventare eterno e possedere l’intero mondo. Egli non esita ad accettare l’offerta e da quel giorno insegue il suo irraggiungibile fine.

Il gesto del mercante è, secondo me, emblematico della natura umana. Per questo, può essere una delle chiavi di lettura per comprendere le ripercussioni attuali che sta avendo sul pianeta. L’uomo si è fatto persuadere dalla concezione dell’essere dominatore, al punto da farsi divorare all’interno. Ha colonizzato terre, violando le libertà e i diritti di chi le abitava. Ha sfruttato all’estremo le risorse che natura possiede, senza badare neppure alle conseguenze che ogni sua azione può determinare nella natura. E “Le leggende della tigre” potrebbe essere una valida guida per farci render conto di quanto, l’uomo, abbia rovinato il pianeta.

Le Creature del buio di Stephen King (1987) — RECENSIONE

Partiamo dicendo che mai e poi mai avrei pensato di leggere un libro tanto lungo e a tratti complesso, se non lo si legge giorno dopo giorno. Forse, detto da un’amante della scrittura, può suonare un po’ anomalo che libri che superano le 300/400 pagine le (gli) trasmettono una certa “oppressione”. Eppure è così. O almeno, lo era. Perché dopo anni ho sfatato un mito, una delle piccole paure che mi porto dentro da qualche tempo.
Ho amato prima la scrittura e poi la lettura, benché il mio primo libro sia nato dall’ispirazione ad una saga, oltre che da un’esperienza di vita dolorosa. Ricordo, ancora, quando mi consigliavano dei romanzi, tra i banchi di scuola, e provavo quell’angoscia, quell’ansia all’idea di non riuscire a concluderli. Poi, un giorno, a quindici anni, sono entrata in una libreria e sono rimasta colpita dalla trama della saga di Becca Fitzpatrik sugli angeli caduti e i Nephilim. Da lì, ho iniziato ad appassionarmi del mondo fantasy, del tempo magico che popola le atmosfere dark e della capacità di creare aneddoti unici da una mente all’altra. Se ricordo bene, quando ero al terzo volume della saga, è nata l’idea per il mio primo romanzo, così come l’amore per la lettura.

RECENSIONE: Le Creature del buio di Stephen King (1987)

Ad oggi, che cerco di leggere il più possibile, malgrado impegni di studio e di scrittura, posso dire che alla lettura devo tanto. E anche a Le creature del buio, di Stephen King, che è stato un altro “passo intellettuale” importante, se così vogliamo chiamarlo. In questo romanzo ho colto sia l’ironia dello scrittore, che mitiga i momenti più tetri, e anche la difficoltà della nostra esistenza. Talvolta siamo costretti a compiere delle scelte cruciali, che possono condizionare anche gli affetti.
Haven, una cittadina poco conosciuta del Maine, va improvvisamente incontro a un destino che non ha scelto, ma che per qualche motivo inspiegabile deve affrontare. Durante la consueta passeggiata con il suo cane, Patrik, Bobbi Anderson si imbatte in un oggetto misterioso, a malapena visibile. Ad ogni riflesso del sole quella piccola lastra d’acciaio brilla come l’argento luccicante. All’apparenza sembra un semplice oggetto, misterioso nella sua latenza, ma capace di catturare la mente di Bobbi, che inizia a passare intere giornate a scavare. Ore e ore a tentare di ipotizzare cosa diavolo nasconda la terra di tanto occulto da non poterlo mostrare. Intanto, un amico di vecchia data, Jim Gardner, da sempre innamorato di lei, arriva a casa sua e scorge un cambiamento nella sua salute, di gran lunga peggiorata dall’ultima volta.

Entrambi si ritroveranno imbrigliati in una faccenda che supera i limiti delle capacità umane quando, dopo giorni di scavi, scoprono cos’è l’oggetto occulto: un’astronave. Un luogo popolato da esseri viventi che provengono da un altro pianeta, i Tommyknoker, e che nel tempo provocherà radicali mutamenti psico-fisici negli abitanti di Haven. Infatti, la cittadina comincia ad essere popolata da acquirenti di batterie, di cavi elettrici, e di magliette con una strana scritta per sostituire i vestiti umettati di sangue. Le comunicazioni con l’esterno vengono drasticamente ridotte, fino a scomparire, mentre in prossimità dell’astronave ogni marchingegno elettronico sembra incepparsi. Nei dintorni dell’astronave qualunque uomo perde sangue, complice l’aria irrespirabile, che per ogni sfortunato avventore in quella foresta implica l’uso di una maschera d’ossigeno. La mutazione sarà tanto grande da modificare il regolare modo di comunicare tra gli abitanti, che iniziano a parlarsi con la mente, ad essere sempre più telepatici.

Il mio parere…

Nell’opera di King ho colto delle sfumature dickiane, riguardo il modo di comunicare, man mano che la trama si evolve e diventa sempre più intricata. Ho sempre amato queste particolarità dell’essere umano, la telepatia… l’empatia! Se ci siamo evoluti è stato proprio grazie a quest’ultima particolarità. Mi si strugge il cuore quando Bobbi soffre, quando cerca di proteggere Gardner che, suo modo, non vuole sapere ragione e resta. Resta fino a quando la situazione peggiora al punto da divenire tragica e implicare l’uccisione della persona che si ama. Bobbi subisce un’evoluzione enorme, dall’inizio fino alla fine del libro, e devo dire, un po’ mi ha fatto pena la sua situazione. Altro tratto peculiare dell’opera è l’aver creato un ambiente dalle parvenze reali, cosa in cui King è un maestro, e secondo me leggere tante pagine ne è valsa la pena. Molti romanzi di fantascienza necessitano di un adeguato spazio per dar concretezza alle scene, ai personaggi, all’ambientazione in primis.

Infine, ho trascorso qualche mese a leggere questo racconto, e mi ci sono affezionata al punto che quando l’ho terminato ho provato una certa nostalgia. Insomma, è stato il mio compagno di viaggio, di vacanze… Consiglio vivamente Le Creature dei Buio a chi, come me, ama l’horror, i differenti modi di comunicare e le lunghe imprese per scoprire un mistero.

Alexandra Romano