Scegliere: una delle nostre più grandi forme di libertà

Le nostre origini: un piccolo assaggio di come siamo fatti

All’inizio della nostra vita, siamo molto propensi a condividere, a voler fare le cose insieme, e non è una caratterista che in età adulta scompare del tutto. Studi scientifici dimostrano quanto l’uomo sia un animale sociale, nato per comunicare: se provassimo a vivere in uno stato di isolamento, soprattutto nei primi anni di vita, resisteremmo a stento. La corroborazione intersoggettiva, l’avere conferma da altri individui in merito alla nostra esistenza, è una cosa importantissima. Ma anche riuscire a costruire intorno a sé una storia, perché fondamentalmente siamo ciò che raccontiamo di noi: per questo, dovremmo scegliere degli ottimi ingredienti per creare la narrazione di noi stessi. E’ questo e nient’altro a determinare la nostra immortalità o meno.

Ancora non basta però, perché l’uomo ha enormi potenzialità, che esistono soprattutto grazie al cervello di cui è dotato. Le cosiddette subordinate ipotetiche, ovvero, delle soluzioni alternative che vede in ogni situazione poiché il suo cervello non è mai fermo solo all’hic et nunc. Ed è da qui che forse parte il nostro dovere a scegliere, il nostro diritto. Purtroppo però, nella scelta, spesso siamo soli. La vita umana non è tutta rose e fiori, fatta di affetto e abbracci, oggigiorno soprattutto. Si parla perfino di terrorismo, omicidi: l’uccisione di noi stessi!
Ma non discostiamoci dall’argomento: ci saranno momenti della nostra vita in cui avremo tante persone accanto, e altri in cui ci sentiremo un po’ più soli.

LA MIA RIFLESSIONE

Alla fine impari, impari a vedertela da sola, a non contare più su nessuno, per delusione o per altro, perché così deve essere. Perché in fondo, è importante sapersela vedere per sé. Perché le persone scompaiono, si modificano, arrivano, vanno, vengono, oppure cercano di restare ma siamo noi a farle andare via… e intanto siamo qui, noi stessi, gli unici artefici del nostro destino. Che grande responsabilità eh? Forse la più grande che possiamo mai avere durante tutta la nostra vita, essere autori del nostro star male o del nostro sta bene, di una felicità mancata o di una lacrima in meno.

Alla fine impari a non chiedere più aiuto, a prendere delle decisioni, autonomamente. Forse giuste, forse sbagliate, ma intanto le prendi. Tutti, costantemente, durante la nostra vita siamo costretti a scegliere. Un altro aspetto importante e difficile dell’uomo: non nasciamo eterocostretti, eppure, dobbiamo autocostringerci.
Parliamo tanto di legittimità, libertà, quando poi tutto questo, alle volte non esiste. Non siamo liberi, per il semplice fatto che non possiamo scegliere di “non scegliere”, essere neutrali: in un modo o nell’altro, dovremo sempre prendere una decisione con il rispettivo carico di responsabilità.
Qualunque cosa accada, che sia la più bella o la più brutta, per quanto possono consigliarci, siamo sempre noi. Noi e nessun altro. Ed è importante imparare a scegliere, perché è forse l’unica vera libertà che abbiamo.

Sarebbe bello se con noi ci fosse qualcuno in ogni momento, anche il più difficile, che ci aiuti a farlo. Invece non sempre accade, perché la vita va così. Anche la persona che più vorrebbe starci vicino, noi stessi, può capitare che non può esserci.
E comunque sia, siamo sempre noi ad agire, siamo sempre noi a decidere… ed è da tante scelte che impariamo sempre di più a “vivere”.

Forse è per questo che quando abbiamo capito tante cose, il nostro ciclo è giunto al termine. Perché la vita è un’esperienza meravigliosa, irripetibile e non va sprecata.

Alexandra Romano

La vita è un’extrasistole da forte emozione

ADRENALINA

Tutto magico, tutto si trasforma e niente non ha un suo peso, una sua rilevanza. Un treno, un orario e una giornata può cambiare così, senza neppure accorgersene. Nella vita, le cose più belle sono quelle che arrivano per caso, quelle che non si riescono oppure non si possono raccontare. Già, chi non ci dice che negli abissi di ognuno di noi venga serbata la nostra felicità, il nostro piccolo e immenso tesoro. Una dimensione adattata al nostro corpo, al nostro cuore, ma al contempo enormemente stupenda. Anche alla persona più triste, più “sfortunata” prima o poi capiterà il momento, il giorno o l’anno più bello in tutta la sua vita. Anche il minuto o il secondo, perché gli attimi di meraviglia non sono quantificabili in uno spazio di tempo definito o in un luogo esatto della terra. Il luogo può essere nel cuore, nell’anima o in un rapido flash.

Esistono i fulmini a ciel sereno, le tempeste… ma esiste anche il sole in una giornata prevista come nuvolosa, il sole che irrompe così violentemente come un palpito indomabile.
Una semplice stretta di mano può cambiarci la giornata, il sorriso delle persone che amiamo oppure l’interruzione del vento freddo sulla spiaggia. Forse, potremmo paragonare la nostra vita al mare, all’oceano… così immenso, così capace di rigenerarsi ad ogni dì.

RESPIRA: LA VITA è COME IL MARE, VIVILA!”

Un paragone simile, oltre che ad essere una metafora e ad avere la sua consistenza, ha anche una certa correlazione con le nostre origini. La nostra vita infatti, in un’epoca passata era strettamente legata alla religione e alla natura. Un famoso sociologo tedesco, Norbert Elias, parlava di coinvolgimento (in una fase successiva, com’è noto, avrebbe avuto luogo una forma di distacco; nonostante oggi si parli anche di ri-coinvolgimento nelle nostre stesse tecnologie).

Dunque, la vita è come un soffio di vento, l’increspatura delle onde marine, le correnti fredde in mezzo all’acqua tiepida e il caldo tepore del sole… la vita è una giornata di sole. Rilassa, solleva, brucia, sfinisce, rigenera, illumina. Molte cose, a volte, sono così belle al punto da stimolare la nostra mente e superare la soglia del reale. Diventano quasi immaginarie ad un certo punto, che non riusciamo davvero più a crederci. E spesso, sono questi i più genuini attimi di felicità, mascherati nella veste di una persona o un evento.

Alexandra Romano

L’impatto dei social network sulla comunicazione odierna

Quanto i social network hanno inciso sul nostro modo di comunicare? Quanto hanno contribuito ad abbattere, realmente, le distanze che ci separano gli uni dagli altri?

È da un po’ che abbiamo perso il coraggio di guardarci negli occhi, o se lo facciamo, lo facciamo con qualche filtro. I social network costituiscono il “filtro protettivo” per eccellenza: grazie ad essi, diciamo ciò che da vicino diremmo con difficoltà.
Non riusciamo per un attimo a discostarci dal ruolo che ci hanno assegnato, che ci Siamo assegnati: è come se la cosa ci intimorisse. Quando conosciamo qualcuno indossiamo, tra le tante, la maschera più bella che abbiamo. Ma non siamo noi.

Attenersi al senso comune è condizione necessaria per vivere all’interno della società: è la nostra certezza che una precisa realtà, quella della vita quotidiana, esiste come data ed auto-evidente. Se ciò non fosse così, staremmo sempre a dubitare, a ridefinire ogni cosa… Eppure, una posizione statica ci impedisce di giungere ad una piena comprensione dell’altro. Per dirla insieme a José Ortega y Gasset, lo sguardo passivo, limitato alla superficie, non ci farà mai percepire a fondo le emozioni di un’altra persona.
L’uomo si è evoluto grazie alla sua empatia, alla sua propensione alla socialità… aspetti che oggi sembrano essere trascurati.

VERSO UNA COMUNICAZIONE SIMULATA
In origine, il termine “rete sociale” indicava un insieme di individui, connessi tra di loro da legami sociali. Oggi invece, è considerata un luogo di “incontro virtuale”: già qui si intravede un cambiamento nell’immaginario collettivo.

Trattando la comunicazione odierna, potremmo rifarci ai videogiochi. Prendiamo in esempio Temple run: probabilmente, nessuno penserebbe che sia la stessa cosa giocare fisicamente o virtualmente. Il giocatore, le voci, i rumori, una caduta o un salto… ogni cosa che vediamo o sentiamo deriva da un’elaborazione elettronica. Ciò nonostante, è come se la stessimo vivendo, è come se fossimo noi quella persona che corre, cade o vince. Quel pizzico di adrenalina che proviamo nel giocare è dettato dal nostro coinvolgimento e da una serie di elementi riprodotti che simulano l’esperienza reale.

Eppure, non è la prima volta che viviamo alle dipendenze di qualcosa: sono tre le diverse fasi storiche (mitologiche) in termini di coinvolgimento-distacco, che hanno segnato il nostro immaginario. In antichità, l’essere umano era profondamente coinvolto nella natura e nel trascendente (mito magico-religioso); in una seconda fase, ha avuto luogo una forma di distacco, in cui l’uomo ha iniziato a dominare la natura e si è reso autonomo dal trascendente (mito della macchina); infine, sarebbe avvenuto una sorta di ri-coinvolgimento, ma questa volta nelle tecnologie che egli stesso ha creato (mito dell’informazione).

Una fonte del problema parte da qui: siamo arrivati a vedere in un medium il nostro “migliore amico”, perché in fondo, lo utilizziamo per fare quasi ogni cosa. Certo, non ci consente di “toccare” una persona, di percepire uno stato d’animo o di vivere realmente.

A parte questo, oggi siamo completamente “immersi”, come sosteneva McLuhan, nelle nostre tecnologie e in particolare nei social network, tanto da non accorgercene più. La mattina, appena svegli, reputiamo normale andare subito su Facebook. È normale commentare sadicamente i post di una persona con cui abbiamo litigato, anziché incontrarla e chiarire. Lo è anche condividere quasi tutto quello che facciamo… Tutta questa “normalità”, per certi versi, ci sta solo allontanando dagli altri.

SOLIPSISMO O TELEPATIA?
William James, nei suoi Principi di Psicologia, assumendo il reciproco isolamento delle coscienze come un dato della condizione umana, affermò che i problemi comunicativi si originano dalla segretezza di alcune esperienze. Il suo pensiero è ben delineato da due concetti, espressione della nostra individualità: la telepatia (coniato da Myers nel 1882) e il solipsismo.

Il primo è la capacità di percepire pensieri, paure o emozioni di un’altra mente, senza l’utilizzo dei sensi. La dottrina del solipsismo invece, fu formulata da James nel 1874, ed è basata sulla completa sfiducia in tutto quello che è al di fuori di se stessi (definita anche come una “dottrina incomunicabile sull’incomunicabilità”). È in questo periodo che nascono i timori per una comunicazione fallita, il senso di abbandono causato da un allentamento dei rapporti sociali.

Facebook, potremmo dire, incarna entrambi i concetti. Ad esempio, vorremmo parlare di un problema qualunque, ma non troviamo il coraggio per farlo. Così pubblichiamo un post, che in parte può far “capire” il nostro stato d’animo, a chi magari, oltre ad essere empatico, ha anche una spiccata intuizione. A questo punto, sorge una domanda spontanea: da dove nasce l’empatia, poiché in quel post manca qualunque tratto della nostra personalità? Magari dalla nostra propensione naturale alla comunicazione, in quanto, un completo isolamento determinerebbe la fine della nostra stessa specie?

C’è poi da considerare che non tutti scelgono di parlare, confidarsi o fare intuire minimamente il loro stato d’animo. Benché costituiscano una forma di disseminazione, allo stesso tempo, sembra che i social network abbiano dato vita a nuovi fantasmi. Il loro problema intrinseco è l’alienazione comunicativa (il post può essere separato dal suo contesto originario e da chi l’ha scritto); l’assenza di fisicità, che da sempre si tenta di riprodurre in ogni media, ma non ci è ancora riuscito nessuno.

I social network alimentano anche il solipsismo, perché se ci riflettiamo un secondo, non stiamo interagendo l’uno con l’altro: siamo soli davanti ad uno schermo (o un qualunque dispositivo), che se non ci consentisse di vedere e sentire, non parleremmo più di comunicazione.

Siamo nell’era della simulazione, dove quasi ogni azione sociale e interazione sono – sia da un punto di vista percettivo che sensoriale – rivolte, mediante protesi, verso una realtà simulata (che spesso non ha corrispondenze con la realtà fisica). Potremmo osare dicendo che questa è anche l’era dell’ipocrisia, perché cosa ci garantisce una comunicazione autentica, se non soprattutto il guardarci negli occhi? Chi ci assicura che oltre lo schermo ci sia la persona che immaginiamo?

CONCLUSIONE: SIAMO ANCORA IN TEMPO?

Secondo McLuhan ogni tecnologia è un’estensione meccanica dell’uomo: in questo modo, lo influenza e lo domina. Per tale motivo, è importante conoscerle all’inizio ed essere consapevoli degli effetti potenziali, perché una volta stabilizzate diventano parte integrante della società.

L’idea, ormai sedimentata, di avere con noi un dispositivo che ci permette di comunicare in ogni momento, da un lato ci rasserena, ma al contempo fa decrescere la comunicazione. Ci si concentra di meno sugli incontri che avvengono oltre quel dispositivo, e molto di più sui contatti virtuali. O meglio, sul “mistero” di tali contatti.

Nasciamo con un cervello programmato per le interazioni, abbiamo creato un linguaggio per poterle iniziare, inventiamo tecnologie per connetterci a distanza e da vicino (almeno in origine) … insomma, tutto questo dovrebbe farci sentire più vicini, più solidali e disponibili l’uno per l’altro. Invece, ci muoviamo dalla parte opposta.

Forse, il problema scaturisce dal fatto di non sentire nostra la comunicazione odierna, in quanto vittime inconsapevoli di un’ideologia che ci propone termini stereotipati (come gli “amici” su Facebook), che raramente hanno riscontro nella realtà.
È bellissimo pensare di comunicare quando si vuole, dove si vuole e subito, ma ciò dev’essere un motivo per abbattere le barriere tra di noi, non per erigerne delle nuove.
Perché se i mezzi di comunicazione limitano la comunicazione stessa, a cosa servono?

Alexandra Romano
(Alcuni estratti della tesina preparata per l’esame in Comunicazione e processi culturali, tenutosi nel mese di luglio 2018 – Foto di Alexandra Romano)

Giudicare: la voce di chi poco vede

Nella vita ho imparato, sulla base delle esperienze, che esistono diversi tipi di persone. La prima cosa però, è che ho capito che non bisogna mai giudicare, in quanto, non godiamo di una posizione privilegiata o superiore agli altri: siamo fatti della stessa pasta. Credo possa farlo qualcuno che vive lassù, e ci osserva di giorno in giorno. In seguito, sono arrivata a classificarle, ipoteticamente, in due grandi macro categorie.

Ci sono quelle persone che restano in disparte, che parlano poco e intervengono solo quando hanno una forte idea alle spalle. Quelle persone che amano silenziosamente, introverse, che si esprimono poco. Tanto timide da non riuscire a parlare con qualcuno di un problema, o farsi avanti con chi piace loro. Però è ancora più bello quando una persona del genere comincia a confidarsi con noi, a condividere con noi le sue paure, il suo tempo. Ci fa sentire davvero speciali.
E poi ci sono i cosiddetti “protagonisti”, con le idee “radicate da secoli”, la cui parola è ancora più sicura dell’evidenza. Le persone contro cui non si può dissentire perché difficilmente ammetteranno di sbagliare. Parlano tanto, fanno poco e giudicano all’infinito.

Ed è triste come cosa, perché secondo me bisogna ammettere i propri sbagli, o meglio, affermare le proprie convinzioni senza sotterrare quelle degli altri. Perché tutti dobbiamo poterci esprimere, ad un livello reciproco.
Ogni tanto mi capita di avere delle certezze, ma cerco sempre di partire da prove empiriche, dati. Non mi si fraintenda, ma, e credo debba essere così, che per poter affermare pienamente una qualunque cosa, bisogna avere delle fondamenta alla base. In questo modo, potremmo dire a chi ci dice “non è vero”, “non è così”… che le nostre non sono solo parole, o convinzioni effimere.

Un po’ come giudicare senza sapere, e anche se sappiamo, nel caso di una persona, non sarà mai abbastanza per poter esprimere la nostra opinione. Ogni persona, ogni vita è diversa dall’altra e proprio per questo non si può giudicare. O meglio, non si dovrebbe. Non sappiamo perché a partire da una nostra azione, s’innesca una reazione in un’altra persona; non sappiamo perché una persona agisce in un determinato modo; non sappiamo perché una persona Vive in un determinato modo. Al massimo possiamo esprimere un pensiero, un’idea, magari basandoci su come questa persona ha vissuto con noi, in un arco di tempo. Per il resto, credo sia sbagliato.

Giudicare fa male

Secondo me, e forse posso affermarlo senza presunzione, giudicare, è sbagliato a prescindere. Noi non viviamo per far commentare agli altri ciò che facciamo, ciò che pensiamo, le nostre situazioni. E forse, i deboli sono proprio loro. E’ così brutto giudicare, se pensiamo che ogni situazione che vivono gli altri potremmo viverla noi, in quanto appartenenti alla stessa specie. Insomma, parlino pure, quanto vogliono, ma una cosa è parlare e una cosa è vivere. Le parole degli altri non devono influenzarci, non devono spingerci a fare una cosa piuttosto che un’altra. Spesso, si vive condizionati dalle conseguenze, dai giudizi, e non è così che deve andare. Perché si finisce per vivere una vita che non è la nostra. Viviamo e basta, facciamolo in questo preciso istante, e già vedremo come una parte di quell’ansia che tanto ci affligge, diventerà più leggera.

Alexandra Romano

Lettera alla mia Neapolis: una mattina diversa dalle altre

Questa mattina ho guardato Napoli con occhi diversi, insoliti. Non mi sentivo io, o forse lo ero più di quanto pensassi. Forse, avevo messo a tacere quella parte di me che ogni giorno mi distrae da tante cose, quella parte razionale senza cui non riuscirei a lavorare, svolgere i miei compiti.
Questa mattina forse potrebbe essere stata l’ultima.
Forse, l’ultima mattina di profumi di pizza rubati ai vicoli antistanti una piazza.
Forse l’ultima di sguardi suggestivi, mai scorti prima per troppa disattenzione, per troppi “dato per scontato”, o per futile indifferenza.

L’ultima mattina di un dolce al volo, squisito, forse non gustato secondo il proprio desiderio, tra le pasticcerie di una realtà fatta di scugnizzi, gente che va a lavorare, turisti, artisti di strada… Tra le vie dei migliori profumi e dei cibi più pregiati. Sì, perché a Napoli se ci nasci non puoi andartene senza scrivere per giorni, senza pensare quanto lasci. Se a Napoli ci vivi, difficilmente te ne vai, anzi, non te ne vai: il tuo cuore resta qui.

Forse, potrebbe essere l’ultima mattina tra le vie di una Napoli storica, sofferente, ma che con la sua grande ricchezza dona artisti rari, senza mai perdere qualche tassello. Artisti con la brama di emergere, di fare musica, scultura o quel che sia, per amore di quell’arte e non per guadagnare.
L’ultima mattina tra pasticcerie, pizzerie, friggitorie che emanano profumi introvabili altrove. Il profumo del caffè, del mare lungo Mergellina, della carta stampata di un vecchio libro a Port’Alba o a San Biagio Dei Librai. Le librerie odierne non potrebbero mai competere con quello che si respira in queste vie: storia, cultura, sentimento…

L’ultima mattina priva di indifferenza, quotidianità, tipicità. Perché forse il più grande errore, a Napoli, è la sbadataggine: non si può essere impassibili in una città come questa. Non si può stare qui senza provare il minimo brivido.
Una mattina unica, che dona raggi di sole ad una città splendente già di per sé, che illuminano anche il mio cuore, ma non lo riscaldano, non oggi. Dietro a quella luce si nasconde un briciolo di nostalgia, malinconia, o… un po’ di più.

CIAO NAPOLI…

L’ultima mattina di ciò che scontato è sempre stato, ma che in realtà non è. Di cose accorte, constatate, vissute sotto pelle così intensamente. L’ultima idea dell’inizio di una quotidianità persa nei giorni, che sarebbe potuta essere stupenda, ma avrebbe ostacolato una passione che è impossibile non seguire.
Napoli non ti dimenticherò mai, e ogni volta che potrò, ritornerò.

Alexandra Romano

Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa – Pt.2

Capitolo 8  –  Un tramonto speciale

Quando ci separammo da quel bacio infinito, io ero distesa su di lui. Sentivo il suo respiro profumato su di me, il suo sapore era ancora nella mia bocca e non mi dispiaceva affatto. Guardavamo il cielo illuminato dalle splendenti stelle, era un dipinto bellissimo. Dopo un po’, abbassò lo sguardo.

«Cosa pensi?», gli domandai in modo scaltro.
Aprì la bocca ma la richiuse subito. Riprovò e disse: «A Steaven…», disse con tono basso ed esausto. «Steaven?».
«Sì. Questa sera tornerà a richiedermi i soldi e non ho il totale», disse disperato.
Giusto, mi aveva ricordato ciò che dovevo fare. Me ne ero dimenticata, e adesso era il momento giusto. Dovevo entrare in scena, mettere da parte la timidezza e l’imbarazzo, e farmi coraggio. «I…», mi bloccai. “Cavolo riprova!” mi dissi in mente – «Io… posso aiutarti».
«No schianto, non voglio per nessuna ragione al mondo, seppur valida, esporti al pericolo».

Aprii la borsa e presi i soldi. «Questi ti bastano?».
«No tesoro, non posso accettare soldi da te».
«Prendili e basta – esitai – l’ho fatto per te».
«Dove li hai presi?».
«Doti personali», sorrisi. Gli avvicinai il denaro facendogli cenno di prenderlo. Lo prese, contò, e me lo ridiede subito.
«Cavolo! Non posso ASSOLUTAMENTE accettare», disse impassibile.
«Ti prego… prendili», dissi teneramente con un velo di tristezza.
«Tesoro, posso farcela da solo», mi accarezzò il viso e mi guardò negli occhi. «Credimi», disse cercando di essere convincente, anche se ciò mi fece rabbrividire, e mi provocò un enorme senso di dispiacere che mi contorse lo stomaco. Dopo poco, sembrò contorcermi anche gli altri organi presenti nel corpo.

Abbassai lo sguardo, e poi mi voltai verso il mare. Per qualche minuto, il silenzio prese il sopravvento e mi sentii leggermente affliggere dalla paura delle conseguenze.
«Voglio aiutarti», dissi con voce tremolante.
Mi sfiorò i capelli e feci per girarmi da un’altra parte. Non volevo essere sadica, ma volevo in parte che capisse che accettare soldi da me non equivaleva ad approfittarsene, ma a rendermi felice per averlo aiutato. Si avvicinò al mio orecchio e mi scostò i capelli. «Non voglio farti correre pericoli», mi sussurrò mostrando parte della premura che provava.
«Ma che rischi posso correre dandoti degli stupidi soldi! Non significa approfittare di me, ma rendermi felice per averti aiutato», dissi leggermente esasperata.
Esitò. «E va bene… accetterò i tuoi soldi», mi sorrise teneramente.
«Posso darti…?», gli porsi la somma. Allungò la mano e li prese.

Mi abbracciò all’istante dopo aver depositato il denaro in una delle sue tasche.
Era uno di quei momenti da immortalare. Cominciavo a stare davvero bene con lui, e… ad innamorarmi. E speravo che fosse lo stesso per lui. Mi sentivo fiera di me per averlo aiutato. «Non approfitterò mai di te, ricordalo sempre – esitò – non saprò mai come sdebitarmi», mi diede un bacio sulla guancia.

Non ero mai stata così felice fino a quando non era entrato lui nella mia vita, non avevo mai ‘amato’ fino a quel momento.

[Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa.]

Svegliamoci dal grande male dell’indifferenza: basta un salto

Di recente, mi è capitato di vivere, anche se indirettamente, una brutta esperienza.
Ero ad un concerto, ci stavamo divertendo tutti: cantavamo, ballavamo, ridevamo… D’un tratto però, una persona che era accanto a me, ha iniziato a sentirsi male. Tremava, il suo volto s’impallidiva sempre di più, fino a quando non è svenuta. La folla attorno a lui aumentava ogni frazione di secondo, chiunque si chiedeva cosa fosse successo, come si sentiva questa persona: c’è stato anche chi ha creduto fosse una farsa!
Passato quell’attimo iniziale di “panico”, insomma, di qualcosa che andasse a interferire con le normali aspettative di tutti noi, è tornato tutto dove stava, all’indifferenza. Questo mi ha fatto capire quanto, ormai, due volte su tre conti solo il consumismo. La materialità a danno del valore che attribuiamo alla vita.

PROVIAMO A TRASFORMARE LA SUPERFICIALITà IN UN SINONIMO DELLA CONSISTENZA

La gente si accorge di te solo quando sei al limite, o… capita il peggio.
È così difficile, mi chiedo, riconoscere un favore o un semplice gesto? Siamo diventati talmente vuoti, al punto che l’importante è usufruire di una cosa, sfruttarla e basta. Se ringraziamo, quella stessa persona ci guarda in maniera ambigua.
Se stai male dentro nessuno lo vede, non riescono ad andare oltre la tua pelle, i tuoi occhi. Poi i social network, che hanno contribuito a storcere un contatto diretto… elidendo la possibilità di guardarci senza un medium, di toccarci. Non sono anticonformista, ma l’evoluzione è sia un bene che un male, se non opportunamente guidata.

Oggi vediamo solo il corpo, l’anima è nascosta, e forse, in questo mondo ormai “pericoloso” è meglio.
D’altronde, da soli non si può stare. Potremmo provarci per un periodo, magari anni, ma alla fine emerge, emerge l’impossibilità di avere un cuore sempre stanco, sempre ferito e chiuso alle occasioni. Non dipendiamo dagli altri, sappiamo vivere anche da soli, sappiamo costruire le fondamenta per impedire che la nostra persona crolli se una mano tesa diventa un riflesso.

Ma senza l’affetto, prima o poi anche la persona più vanitosa, flemmatica o più “forte”, crolla. È quel minimo di zucchero che ci addolcisce il caffè, e quel pizzico di sale per dare il giusto condimento alla nostra vita. Bisognerebbe trovare un equilibrio tra ogni cosa, perché continueremo a farci del male a vicenda, a rincorrerci per fare la pace, a sbagliare, ad amare, ad insistere in ciò per cui viviamo. Equilibrio è la parola che ci vorrebbe in ogni cosa, costanza, ma soprattutto attenzione.
Attenzione sia alle piccole che alle grandi cose.

Svegliamoci una volta per tutte, sia dal male dell’indifferenza che della superficialità: non solo con gli altri, ma anche nei confronti di noi stessi. Troviamo questa maledetta forza per essere quello che siamo, lottare per quello che ci fa palpitare, aldilà delle delusioni, delle paure o delle incomprensioni. Troviamo il coraggio di essere noi stessi, anche in un mondo sempre più povero di autenticità!

Alexandra Romano

Narrare: il verbo che trasuda l’umanità

“Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.”
(Gustave Flaubert)

Avete mai pensato, dopo essere andati a prendere un caffè, di trascriverlo su un foglio? Non importa se eravate soli o in compagnia, se quello che avete scritto non fosse necessariamente riferito a quella bevanda fumante dal colore deciso, ma ad un semplice pensiero.
Avete scritto, narrato.
Ed è un po’ quello che facciamo ogni giorno, anche quando scriviamo la lista della spesa o inviamo un sms: perfino quando siamo indecisi dinanzi ad un vestito!

Diverse ricerche dimostrano quanto ciò sia fondamentale per la nostra stessa esistenza, tant’è che il racconto che ci costruiamo attorno, è un po’ ciò che resterà quando non esisteremo più, materialmente. Insomma, quando continueremo a vivere “narrativamente”.
Il racconto di noi stessi ci dà una stabilità se, per un attimo, voltiamo lo sguardo indietro o facciamo un passo in avanti.

“Viviamo di narrazioni, ogni giorno”

Narrare è fondamentale per chi scrive, per chi riesce ad esprimersi, a sfogarsi e a sorridere con la scrittura. Lo fa chi scrive una lettera d’amore o è fermo ad aspettare lo squillo di un telefono.
Narrare è importantissimo per ogni tipo di creatività. Anche i musicisti lo fanno, certo, non con le parole, ma con le note che scorrono in una melodia.
Chiunque costruisce racconti ogni giorno, percorrendo strade, storie, minuti, pensieri, emozioni… elementi che si aggiungono alla nostra biografia e la rendono consistente. La nostra vita: stupenda nella sua unicità. Un percorso emozionante, instabile, bello, ogni tanto brutto e ogni tanto gioioso, ma che non ci è possibile ripetere.

Le narrazioni entrano in scena anche quando conosciamo qualcuno, nel momento in cui iniziamo a parlargli del nostro passato. Oppure mentre stiamo vivendo un’esperienza, unica, come la vita, nel suo verificarsi. Per quanto potremmo provare a ricrearla, cercando lo stesso luogo, magari la stessa persona, lo stesso orario: vivremo atmosfere diverse.
Narriamo anche quando pensiamo, durante una canzone o un’ora di una giornata: se andremo a riascoltarla o a ricordare quel momento, in noi, si riaccenderà il bagliore e la nostalgia di quel pensiero.

Quando cominciamo a parlare di qualcuno, a raccontare, forse è il momento in cui ci accorgiamo di tenerci, di provare qualcosa. Quando parliamo tra noi e noi, ci rendiamo conto di molte cose, di un problema da risolvere o un’azione da fare. Perché narrare in fondo, è un po’ ciò attorno a cui ruotano le nostre fondamenta.

Alexandra Romano

Un passo indietro: e se fossimo negli anni ottanta?

Ieri

A volte mi domando come vivevano le persone negli anni ottanta, anni, che io amo per molteplici aspetti. Ne amo la musica, i drive in, i grandi saloni letterari, le feste mega galattiche con la musica dance.

Adoro le foto in bianco e nero, i mazzi di rose inaspettati sotto al portone di casa, e avrei amato terribilmente scrivere in quell’epoca. Quegli anni che per me, sono un po’ i più belli della storia.
Adoro quell’epoca perché si dà più peso ai sentimenti, alle emozioni, al senso della vita in ogni sua parte. Oggi siamo troppo distratti, corriamo, ci stressiamo tanto per niente.

Tante volte mi dico “se avessi potuto scegliere, avrei voluto nascere negli anni settanta od ottanta”, e lo penso davvero. Certo, anche quell’epoca avrà avuto i suoi pro e i suoi contro, ma tutto è fatto in questo modo.

Mi piacerebbe scrivere molto di più sull’argomento, ma, per quanto posso averlo conosciuto per “narrazioni”, per quanto possa essermi appassionata, ahimè, l’esperienza è incomparabile. Ci sarà sempre qualcosa che sfugge, e che magari non saprò mai.

“Il grande Duemila”

Ribadisco, come sempre, che le mie sono semplici considerazioni, pensieri sulla base di quello che sento e non ho alcuna pretesa. La maggior parte di quello che scrivo proviene dal reale e dalle mie esperienze. E dunque, oggi siamo più vicini, siamo tutti connessi e attraverso i social possiamo prendere parte alla vita degli altri, anche quando non siamo con loro. Cosa che, prima, pensavamo fosse impossibile. Al contempo però, siamo più soli, siamo più distanti e meno espressivi. C’è più difficoltà per affermarsi nel campo della musica o della scrittura, una grande sottovalutazione dell’arte in ogni sua parte.

A volte, mi immagino a scrivere il mio primo libro con una penna stilografica, anziché un computer. E devo dire, ci sono quasi arrivata: l’ho scritto con una penna normale, su un quaderno, tra i banchi di scuola e la scrivania di casa, poi, ovviamente l’ho trascritto al pc. Non è un caso per chi lo pensasse: malata cronica del cartaceo e dei libri!

A volte, immagino un mondo in cui l’editoria è il mercato prevalente, privo di ogni ostacolo, e chiunque sogna di scrivere riesce a realizzare quello che vuole, senza soffrire troppo. Anche chi vuole realizzare qualcosa che non appartiene a questo mondo.

Prima non eravamo così avanzati a livello tecnologico, eppure, per diversi aspetti si viveva meglio, anzi, si Viveva. Già, perché per quanto navigare, “conoscere” qualcuno con un approccio “virtuale” possa essere intrigante, divertente, non va bene. Non ci si vede più.

Le persone vanno vissute, l’approccio fisico non può e non potrà mai competere con “un’idea”.

Alexandra Romano

Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa

Capitolo 8  –  Un tramonto speciale

«Ehi, ho trovato un posticino carino».
«Dove?».
«Laggiù», indicò la fine della spiaggia alla nostra sinistra, dove vi era qualche scoglio impiantato in maniera casuale, ma che sembrava fatto di proposito dalla natura, perché attribuiva alla spiaggia un certo sfarzo. Inimitabile. Dopo una passeggiata, ci sedemmo lì.

«Il tramonto. Lo voglio guardare con te», mi sussurrò soavemente.
Gli sorrisi, ed intanto mi ricordai che avevo ancora una “missione” da svolgere: dargli i soldi ma non sapevo come cacciare fuori l’argomento. In un momento così bello… Decisi di rimandare a dopo.

«Una sera di queste suonerò con un gruppo, si chiama“Extreme Rock”, ti andrebbe di venire?».
«Beh… non so, ti farò sapere».
«Tu cosa? Tu proprio niente, tu vieni». Non avevo altra scelta: dovevo. Dovevo e volevo. Però avrei dovuto escogitare un piccolo piano per il rientro. «E magari se riesco, ti farò cantare qualcosa».
«Oh guarda… il sole sta per tramontare», cambiai argomento.
«Vieni. Avvicinati», mi avvicinai.

Appoggiò delicatamente la mia testa sul suo petto. «Voglio che tu senta il mio cuore». E cominciò ad accarezzarmi. Ero in un momento di intenso piacere, di intensa dolcezza. Via via, stava diventando qualcosa di molto forte.
«Sai… molte volte mi fermo a guardare il mare, da solo, e penso ad un sacco di cose, ad esempio che ho sempre desiderato guardarlo con qualcuno. E non mi sarei mai aspettato di guardarlo con qualcuno di così interessante. Non sapevo quanto fosse bello. Con te».

Arrossii. «È bello perché ci sei tu», mi accoccolai su di lui.
«Dai tesoro… non sono io lo schianto che attualmente si ritrova avvolto dalle braccia di un comune essere umano», d’accordo, stavo per collassare. Non riuscivo quasi a parlare. «Hai qualcosa di speciale, che ancora non sono riuscito a capire… – esitò – Ma che dico: tu sei speciale!».
«Grazie. – dissi compiaciuta – Sei un ragazzo stupendo».

Mi girò lentamente il viso verso il suo, e mi guardò negli occhi. «Sai che hai degli occhi bellissimi?», mi guardò intensamente.
«Anche tu. I tuoi sono… meravigliosi», poi continuammo a fissarci in silenzio. I suoi occhi andavano dai miei alle mie labbra. Pian piano cominciò ad accarezzarmi.
«A che ora devi rientrare?».
«Quando voglio», risposi rilassata.
«Mm…», disse sensualmente.

Continuò a fissarmi avvicinandosi alle mie labbra lentamente, sentivo il suo calore sempre più vicino, il suo respiro. Sfiorò soavemente le sue labbra con le mie, e cominciò a divorarmi in un bacio passionale, tanto da farmi venire i brividi peggio di prima. «Lo sai che mi fai impazzire?» mi sussurrò; poi continuò a baciarmi fervidamente, provocando in me una forte dose di endorfine. Sentivo tutta la sua sicurezza quando mi baciava; quando stavo con lui tutto spariva: pensieri, idee, impegni… qualunque cosa al di fuori di lui.

[La verità sulle origini di Saylor Green ~ capitolo 9]