Narrare: il verbo che trasuda l’umanità

“Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.”
(Gustave Flaubert)

Avete mai pensato, dopo essere andati a prendere un caffè, di trascriverlo su un foglio? Non importa se eravate soli o in compagnia, se quello che avete scritto non fosse necessariamente riferito a quella bevanda fumante dal colore deciso, ma ad un semplice pensiero.
Avete scritto, narrato.
Ed è un po’ quello che facciamo ogni giorno, anche quando scriviamo la lista della spesa o inviamo un sms: perfino quando siamo indecisi dinanzi ad un vestito!

Diverse ricerche dimostrano quanto ciò sia fondamentale per la nostra stessa esistenza, tant’è che il racconto che ci costruiamo attorno, è un po’ ciò che resterà quando non esisteremo più, materialmente. Insomma, quando continueremo a vivere “narrativamente”.
Il racconto di noi stessi ci dà una stabilità se, per un attimo, voltiamo lo sguardo indietro o facciamo un passo in avanti.

“Viviamo di narrazioni, ogni giorno”

Narrare è fondamentale per chi scrive, per chi riesce ad esprimersi, a sfogarsi e a sorridere con la scrittura. Lo fa chi scrive una lettera d’amore o è fermo ad aspettare lo squillo di un telefono.
Narrare è importantissimo per ogni tipo di creatività. Anche i musicisti lo fanno, certo, non con le parole, ma con le note che scorrono in una melodia.
Chiunque costruisce racconti ogni giorno, percorrendo strade, storie, minuti, pensieri, emozioni… elementi che si aggiungono alla nostra biografia e la rendono consistente. La nostra vita: stupenda nella sua unicità. Un percorso emozionante, instabile, bello, ogni tanto brutto e ogni tanto gioioso, ma che non ci è possibile ripetere.

Le narrazioni entrano in scena anche quando conosciamo qualcuno, nel momento in cui iniziamo a parlargli del nostro passato. Oppure mentre stiamo vivendo un’esperienza, unica, come la vita, nel suo verificarsi. Per quanto potremmo provare a ricrearla, cercando lo stesso luogo, magari la stessa persona, lo stesso orario: vivremo atmosfere diverse.
Narriamo anche quando pensiamo, durante una canzone o un’ora di una giornata: se andremo a riascoltarla o a ricordare quel momento, in noi, si riaccenderà il bagliore e la nostalgia di quel pensiero.

Quando cominciamo a parlare di qualcuno, a raccontare, forse è il momento in cui ci accorgiamo di tenerci, di provare qualcosa. Quando parliamo tra noi e noi, ci rendiamo conto di molte cose, di un problema da risolvere o un’azione da fare. Perché narrare in fondo, è un po’ ciò attorno a cui ruotano le nostre fondamenta.

Alexandra Romano

Un passo indietro: e se fossimo negli anni ottanta?

Ieri

A volte mi domando come vivevano le persone negli anni ottanta, anni, che io amo per molteplici aspetti. Ne amo la musica, i drive in, i grandi saloni letterari, le feste mega galattiche con la musica dance.

Adoro le foto in bianco e nero, i mazzi di rose inaspettati sotto al portone di casa, e avrei amato terribilmente scrivere in quell’epoca. Quegli anni che per me, sono un po’ i più belli della storia.
Adoro quell’epoca perché si dà più peso ai sentimenti, alle emozioni, al senso della vita in ogni sua parte. Oggi siamo troppo distratti, corriamo, ci stressiamo tanto per niente.

Tante volte mi dico “se avessi potuto scegliere, avrei voluto nascere negli anni settanta od ottanta”, e lo penso davvero. Certo, anche quell’epoca avrà avuto i suoi pro e i suoi contro, ma tutto è fatto in questo modo.

Mi piacerebbe scrivere molto di più sull’argomento, ma, per quanto posso averlo conosciuto per “narrazioni”, per quanto possa essermi appassionata, ahimè, l’esperienza è incomparabile. Ci sarà sempre qualcosa che sfugge, e che magari non saprò mai.

“Il grande Duemila”

Ribadisco, come sempre, che le mie sono semplici considerazioni, pensieri sulla base di quello che sento e non ho alcuna pretesa. La maggior parte di quello che scrivo proviene dal reale e dalle mie esperienze. E dunque, oggi siamo più vicini, siamo tutti connessi e attraverso i social possiamo prendere parte alla vita degli altri, anche quando non siamo con loro. Cosa che, prima, pensavamo fosse impossibile. Al contempo però, siamo più soli, siamo più distanti e meno espressivi. C’è più difficoltà per affermarsi nel campo della musica o della scrittura, una grande sottovalutazione dell’arte in ogni sua parte.

A volte, mi immagino a scrivere il mio primo libro con una penna stilografica, anziché un computer. E devo dire, ci sono quasi arrivata: l’ho scritto con una penna normale, su un quaderno, tra i banchi di scuola e la scrivania di casa, poi, ovviamente l’ho trascritto al pc. Non è un caso per chi lo pensasse: malata cronica del cartaceo e dei libri!

A volte, immagino un mondo in cui l’editoria è il mercato prevalente, privo di ogni ostacolo, e chiunque sogna di scrivere riesce a realizzare quello che vuole, senza soffrire troppo. Anche chi vuole realizzare qualcosa che non appartiene a questo mondo.

Prima non eravamo così avanzati a livello tecnologico, eppure, per diversi aspetti si viveva meglio, anzi, si Viveva. Già, perché per quanto navigare, “conoscere” qualcuno con un approccio “virtuale” possa essere intrigante, divertente, non va bene. Non ci si vede più.

Le persone vanno vissute, l’approccio fisico non può e non potrà mai competere con “un’idea”.

Alexandra Romano

Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa

Capitolo 8  –  Un tramonto speciale

«Ehi, ho trovato un posticino carino».
«Dove?».
«Laggiù», indicò la fine della spiaggia alla nostra sinistra, dove vi era qualche scoglio impiantato in maniera casuale, ma che sembrava fatto di proposito dalla natura, perché attribuiva alla spiaggia un certo sfarzo. Inimitabile. Dopo una passeggiata, ci sedemmo lì.

«Il tramonto. Lo voglio guardare con te», mi sussurrò soavemente.
Gli sorrisi, ed intanto mi ricordai che avevo ancora una “missione” da svolgere: dargli i soldi ma non sapevo come cacciare fuori l’argomento. In un momento così bello… Decisi di rimandare a dopo.

«Una sera di queste suonerò con un gruppo, si chiama“Extreme Rock”, ti andrebbe di venire?».
«Beh… non so, ti farò sapere».
«Tu cosa? Tu proprio niente, tu vieni». Non avevo altra scelta: dovevo. Dovevo e volevo. Però avrei dovuto escogitare un piccolo piano per il rientro. «E magari se riesco, ti farò cantare qualcosa».
«Oh guarda… il sole sta per tramontare», cambiai argomento.
«Vieni. Avvicinati», mi avvicinai.

Appoggiò delicatamente la mia testa sul suo petto. «Voglio che tu senta il mio cuore». E cominciò ad accarezzarmi. Ero in un momento di intenso piacere, di intensa dolcezza. Via via, stava diventando qualcosa di molto forte.
«Sai… molte volte mi fermo a guardare il mare, da solo, e penso ad un sacco di cose, ad esempio che ho sempre desiderato guardarlo con qualcuno. E non mi sarei mai aspettato di guardarlo con qualcuno di così interessante. Non sapevo quanto fosse bello. Con te».

Arrossii. «È bello perché ci sei tu», mi accoccolai su di lui.
«Dai tesoro… non sono io lo schianto che attualmente si ritrova avvolto dalle braccia di un comune essere umano», d’accordo, stavo per collassare. Non riuscivo quasi a parlare. «Hai qualcosa di speciale, che ancora non sono riuscito a capire… – esitò – Ma che dico: tu sei speciale!».
«Grazie. – dissi compiaciuta – Sei un ragazzo stupendo».

Mi girò lentamente il viso verso il suo, e mi guardò negli occhi. «Sai che hai degli occhi bellissimi?», mi guardò intensamente.
«Anche tu. I tuoi sono… meravigliosi», poi continuammo a fissarci in silenzio. I suoi occhi andavano dai miei alle mie labbra. Pian piano cominciò ad accarezzarmi.
«A che ora devi rientrare?».
«Quando voglio», risposi rilassata.
«Mm…», disse sensualmente.

Continuò a fissarmi avvicinandosi alle mie labbra lentamente, sentivo il suo calore sempre più vicino, il suo respiro. Sfiorò soavemente le sue labbra con le mie, e cominciò a divorarmi in un bacio passionale, tanto da farmi venire i brividi peggio di prima. «Lo sai che mi fai impazzire?» mi sussurrò; poi continuò a baciarmi fervidamente, provocando in me una forte dose di endorfine. Sentivo tutta la sua sicurezza quando mi baciava; quando stavo con lui tutto spariva: pensieri, idee, impegni… qualunque cosa al di fuori di lui.

[La verità sulle origini di Saylor Green ~ capitolo 9]

Maggio: un mese che unisce i profumi della primavera alle linee del cuore

“Quei giorni di maggio quando tutto è suggerito, e niente ancora soddisfatto.”
(Francis King)

“Maggio” deriva dal termine latino Maius. C’è chi sostiene che la sua etimologia risalirebbe ad un’antica figura della mitologia romana, Maia, dea della fecondazione e del risveglio della natura in primavera.
Nella religione cristiana invece, è il mese delle cerimonie: il periodo in cui molti bambini ricevono, per la prima volta, la comunione. Il periodo in cui tante coppie fanno uno dei grandi passi, dei meravigliosi passi: unirsi in matrimonio.

Per la natura è il mese dei profumi, dei frutti gustosi e delle giornate più lunghe, più vicine all’infinito: forse, proprio per questo molti si sposano.
Così esplosivo e folle da darci speranze, voglia di iniziare, continuare o rialzarci. Ci dà lo slancio giusto per provare a superare i confini dell'”impossibilità”.
Maggio porta con sé l’incertezza del domani, e anche del meteo!
Una canzone dei Pooh recitava “tempo per un caffè, piove addosso che maggio è!”, in effetti, quanti giorni ci sono sembrati un “preavviso invernale”, tanto da essere pronti a scartare il costume dall’abbigliamento, preparare un tè caldo di pomeriggio o cacciare gli addobbi natalizi? Forse, in quest’ultima frase ho un po’ esagerato, ma è il succo di tutto.

La nostra vicinanza con l’incertezza di maggio

Maggio è il mese del dubbio, delle attese o delle chiamate inaspettate.
Il mese dell’elaborazione, degli esami. Insomma, il tempo esprime un po’ come ci sentiamo dentro: ci sono giorni pieni di luce, in cui sentiamo di dare tutto quello che possiamo, abbiamo bisogno di farlo, ci sentiamo talmente pieni di vita e creatività. I giorni in cui speriamo di ottenere, prima o poi, ciò per cui viviamo.

Ci sono poi quelli più nuvolosi, durante i quali abbiamo l’ansia del futuro, temiamo che i nostri sogni non si realizzino o che un esame vada male. Abbiamo paura che, al sopraggiungere di un nuovo giorno, potremmo perdere qualcosa o qualcuno di molto caro.

Maggio è speciale, può segnare la nascita di un nuovo amore, all’ombra di un tramonto; o un traguardo che può cambiare la nostra vita.
Ed è forse vicino a noi più di quanto possiamo immaginare: noi, che viviamo di alterità e perplessità.

Alexandra Romano

Maschera: un filtro che non ci consente di essere.

E se la mattina ci svegliassimo e gettassimo la maschera, “indossando” chi siamo veramente? Già, se eliminassimo quel fottuto specchio che ci consente di truccare ciò che siamo, ciò che magari di più bello abbiamo: i nostri difetti. Anche quelli arricchiscono i nostri lati migliori.
Un po’ come due metà che insieme formano il tutto. Un po’ come un fiore, una rosa, a cui non rinunceremmo per il costo del spine.

E anche noi siamo fatti di “rose” e di “spine”, e senza le nostre imperfezioni tutto diventerebbe monotono: non ci sarebbe più il bisogno di sperimentare, provare, migliorare.

Se la mattina ci svegliassimo e pensassimo a migliorare qualcosa di noi, ad essere noi stessi, piuttosto che arricchire quella maschera che non ci consente di vivere, ma apparire.
Anziché togliere le spine, dovremmo cercare di trovare una sorta di armonia con esse.
Sarebbe bello se saltassimo direttamente a ciò che faremo una volta fuori casa, comportandoci nella naturalezza più assoluta.

Siamo diventati la maschera che indossiamo

Abbiamo perso il coraggio di guardarci negli occhi, o se lo facciamo, lo facciamo con un qualche filtro. Non riusciamo per un attimo a discostarci dal ruolo che ci hanno assegnato, che ci Siamo assegnati: è come se la cosa ci intimorisse. Quando conosciamo qualcuno indossiamo, tra le tante, magari la maschera più bella che abbiamo. Nulla di più.
Ma non siamo noi.

Gli incontri, nel mondo “ultra tecnologico”, hanno finito per disintegrarsi della loro importanza: più che avvicinarci, ci allontanano. Non sarà capitato a pochi di aver cambiato il giudizio o le intenzioni con una persona, dopo averla incontrata “al buio”.
A volte, preferiamo rimanere al “rapporto online”, per evitare di restare “delusi” dalle nostre aspettative. Oppure troviamo nuovi motivi per erigere altre barriere tra di noi.
Insomma, l’essere umano è nato per complicarsi la vita: se non è continuamente in bilico tra i se e i ma, non riesce ad alimentare il suo cervello. E lo dimostrano anni e anni di ricerca scientifica.

Parlare è bellissimo, il linguaggio è forse uno dei doni più grandi che abbiamo ricevuto. Personalmente, non potrei vivere senza una chiacchierata o una parola spiaccicata su un foglio.
Non sprechiamo così ciò che dovrebbe essere un privilegio.

Alexandra Romano

La pregnanza del nostro passato

Le società antiche si basavano su un tempo ciclico, talvolta ripetitivo, rievocando sempre il passato. Il tempo per loro era immaginato come una ruota. Sostenevano che creare una frattura con il passato significava rompere l’armonia, mettere a rischio loro stessi. E forse è un po’ così anche per noi, che per quanto possiamo dire di aver chiuso completamente con una parte di noi, in realtà non lo abbiamo mai fatto. Quella parte ha determinato, in qualche modo, ciò che siamo oggi.

Se le società arcaiche facevano di tutto per ricordare più eventi possibili, al punto di inventare degli esercizi mnemonici, ci sarà un motivo. E se ci pensiamo, ogni volta che ci chiedono di noi, di presentarci, sì, iniziamo dicendo cosa facciamo nella vita magari per professione, citiamo le nostre passioni, ma prendendo sempre un pezzetto di passato. È inevitabile.

Il passato non è effimero, insignificante. Se abbiamo avuto una delusione, questa si conserva nella nostra forza attuale, magari diventando uno sprono, ricordandoci che non dobbiamo arrenderci di fronte a quella difficoltà. Se abbiamo sorriso, il ricordo, la causa che ce lo ha procurato potrebbe manifestarsi di nuovo nel presente, magari in un periodo torvo, malinconico. E non credo possa farci male.

Spesso, quando ci chiedono di raccontare un’esperienza passata, magari triste, è come se immaginassimo di non averla mai vissuta. Proviamo un senso di repulsione quasi istantaneo. Se invece, per un attimo ci distaccassimo dal cosiddetto “senso comune”, potremmo comprendere come e quanto sia stata significativa. Perché magari ci ha consentito di modificare, cogliere uno o più aspetti di noi che possono essere migliorati.

Dobbiamo accettare il passato nella sua integrità, perché è la nostra essenza. I ricordi sono parte di noi, come i pilastri lo sono per i palazzi. Il nostro “Io” è tale perché ha un vissuto.

Alexandra Romano

La verità sulle origini di Saylor Green ~ capitolo 9

«Moltissimi anni fa, sulla terra alloggiavano delle persone che avevano un compito molto importante: salvare gli altri esseri umani. Ogni anno veniva fatto un rito, considerato sacro per i vostri antenati che consisteva nell’unire due anime speciali.
Quest’ultime provenivano da un loro mondo, ed ognuna di loro aveva un dono. Una di queste è la tua: hai il dono di percepire il futuro; e quindi eventi, persone, tempo, luoghi… Queste anime, come la tua, si insediano nel corpo di qualunque essere umano al momento della nascita».

«Come si consumava questo rito?».

«Era un processo molto complesso poiché richiedeva molta attenzione – continuò – Gli antenati si riunivano di notte, in un faggeto o una foresta, e cominciavano ad accendere un fuoco. Un enorme fuoco che doveva oltrepassare i settanta metri in su di altezza, poiché si pensava che da lì in poi si giungesse vicino alle anime.

Il regno delle anime-dono si trovava in cielo, tra i primi strati. Proseguendo con il rito, una volta superati i settanta metri di altezza, si evocavano due anime alla volta. Si evocavano più volte, e si credeva che dopo un po’ giungessero nella fiamma e cominciassero a fondersi. Passato un po’ di tempo, successivamente, nelle fiamme si gettava una soluzione mescolata con petali di rose rosse (ridotti allo stato liquido), la quale avrebbe dato il via all’unione eterna delle due anime. Poi se ne gettavano dosi infinitamente maggiori con i petali allo stato solido, fino a spegnere questo fuoco sacro. Una volta ridotti completamente in cenere i petali, il legame era nato ed era indissolubile».

«Perché tutto questo?».

«Perché secondo la loro tradizione il legame era sacro, difatti utilizzavano il rosso perché è anche sinonimo di forte, indissolubile».

«Quindi sta dicendo che ciò che posseggo non è casuale?»

«No».

«E… quale sarebbe l’anima con la quale sono unita da sempre?».

«L’anima che possiede il dono della velocità e dell’avvertire pericoli lontanissimi».

«Dov’è?».

«Non lo so, ma prima o poi siete destinati ad incontrarvi, ammesso che tu non l’abbia già incontrata».

[Capitolo 9, pagine 58-59]

“Sei forte, ce la farai.”

Sei forte, ce la farai.
Quante volte sarà capitato a chiunque di sentirsi dire questa frase, quando anche l’apparenza lasciava intuire tutt’altro. E quante volte ancora, ve l’avranno detto quando il vostro destino, il vostro cuore era appeso ad un filo esile.

L’essere umano dovrebbe essere amico, empatico con i propri simili: gli animali proteggono la loro specie e noi invece? Continuiamo a farci del male, a farci la guerra, da sempre, preferendo una pistola ad un abbraccio di riconciliazione. Continuiamo ad essere indifferenti, o magari talmente distratti da non riuscire a scorgere una lacrima o una crepa al cuore.
È così anche nell’amicizia, in amore soprattutto… ci facciamo sempre così male, e poi iniziamo a disprezzarlo senza sapere che in realtà, l’Amore è una miscela di forti emozioni che due persone alimentano insieme. E se sapessimo alimentarlo e curarci di esso ogni giorno, probabilmente riusciremmo a coglierne la vera essenza. Ma non capiterà mai, anzi, forse ogni tanto accade, ed è quando non possiamo più alimentarlo.

Siamo fatti male. Ci rendiamo conto del valore di una persona quando il sole è tramontato, capiamo di amare qualcuno dopo mille litigi, dopo averlo allontanato: quando rischiamo di perderlo.
E in cosa allora siamo forti? Forte dovrebbe essere chi, al primo impatto, è risoluto. Chi riesce a resistere davanti a una tragedia. E anche la persona più insensibile perde sé stessa se le strappano ciò a cui tiene di più.

Forse però, in qualcosa lo siamo. Siamo forti nel resistere contro chi cerca di deviarci un percorso, nel voler perseguire un obiettivo nonostante le innumerevoli difficoltà.
Siamo forti quando proteggiamo ciò che è unito a noi quanto il nostro corpo. Quando continuiamo ad amare qualcuno, a provarci, nonostante tutto ci da un motivo per non sperarci.

Le persone forti, sono forti a modo loro.

Alexandra Romano

Dove sono nata: più di una semplice città.

Sono nata in una città nella quale se splende il sole proviamo tutti a sperare; se c’è il sole c’è ancora la possibilità di un sorriso, un miracolo. Se c’è il sole, è molto più di una bella giornata.

Sono nata in una città nella quale, ogni angolo è poesia. Si parte dalla variabilità di piatti squisiti fino ad arrivare agli artisti di strada, ai compositori, agli studenti… Una quantità immensa di cibo ma non perché si sprechi: per spiegare le tante storie e i tanti luoghi che hanno concorso a formare la città. Quale miglior modo se non attraverso i piatti che li rappresentano?
Ma il vero “miglior modo” per valorizzare il cibo, una zona degna di essere chiamata città (e Napoli lo è), è offrirlo a chi, quel piatto tanto profumato e tanto gustoso non può permetterselo. Valorizza la città colui che dona un pezzo della sua pizza margherita con mozzarella fumante ad un senzatetto; chi accoglie uno straniero come se fosse nella sua seconda casa, facendogliela amare in ogni suo pregio (e naturalmente, anche difetto).

Sono nata in una città magica, piena di leggende, e non pensate alla superstizione che quello è un altro paio di maniche, ma a quanto dev’essere incantevole vivere in una metropoli che offre storia, arte e anche un pizzico di fantasia: l’ingrediente prediletto di un sognatore, o chiunque voglia allontanarsi per un attimo dalla quotidianità. Per chi lotta per realizzare un sogno, ottenere un obiettivo che esige un minimo di distacco dalla realtà.

Il punto principale però, è che la mia non è solo una città, anche perché il posto in cui sono nata è un po’ tutto. Esagero? Non credo, e penso di poterlo affermare, senza un briciolo di presunzione. Perché? Qui, ogni strada, ogni scorcio e ogni frammento di natura, fa sì che la tua mente si riempia di qualcosa che riesci a trasformare in arte, anche se non lo fai per mestiere o per passione. Tutta la bellezza naturale che prospera fin dove può, dà forza a chi si scoraggia e sollievo ad un ammalato. Basta rivolgersi un solo istante verso il mare, per godere di un minimo di allegria, o per sentirsi ricchi.

Alexandra Romano

Un coriandolo speciale. Prossima fermata: l’eternità.

Ho trovato un coriandolo nella borsa. Toccandolo, guardandolo, nella testa mi sono riaffiorate quelle sere, quei momenti di forte emozione… Ho ricordato gli ultimi versi della canzone che raccontava la fine, triste e stupenda, la sporadica e meritata fine di un colosso storico. I Pooh. Il gruppo della mia vita, la mia medicina giornaliera ed eterna.
La liscia e sottilissima carta di quel coriandolo luccicante, è come il tasto di un replay, il replay più bello della mia vita.

Ho rivisto quel momento, quel magico e commovente istante. La batteria che si carica, il suo ritmo che diviene sempre più rapido, impetuoso. I cuori che cominciano a palpitare, lo stomaco a contrarsi, le lacrime pronte a stillare… La forza nel rinunciare ad ogni emozione cupa per godersi quegli ultimi minuti di felicità, prima che ritornino a fiorire. Prima che vadano via per sempre e divengano storia.

“Fammi cantare ancora una canzone,
prima che sia domani.”
“E balliamo l’ultimo valzer
Regaliamoci il meglio di noi.”

E poi pouf!
Lo stadio, il palazzetto dello sport si adorna di coriandoli bianchi e argentati.
Sguardi di visi umettati di lacrime, occhi rossi come tramonti, che si incrociano. Si comprendono grazie ad un feeling spontaneo, speciale. Piccoli sguardi rivolti al cielo stellato, quasi come per ringraziare della fortuna di averli conosciuti, di averli ascoltati, incontrati, di aver avuto l’occasione di essere lì… o per immaginarsi soli, nella quiete più totale, distaccarsi per un attimo dal caos e pensare a quello che è successo.

Mani che si toccano, si stringono per il dolore e la gioia messe insieme. Per la nostalgia che non è finito solo un evento, ma una storia lunga cinquant’anni.
Una storia “convenzionalmente” finita, perché fino a quando un ricordo nasce, muove qualcosa dentro di noi ogni giorno, non è effettivamente ricordo e neppure storia, ma Vita. Nel passato c’è solo la parte fisica: le emozioni restano nella memoria.

Ho trovato un coriandolo nella borsa, ho trovato il sogno di una vita, vissuto e mai finito di agognare.

Alexandra Romano
(Scritto nel 13/08/2017)