ZAFFIRO, il richiamo dei Ventusmarin (Alexandra Romano) – 1° estratto

Anche dietro a un’apparente e semplice routine può celarsi il più profondo dei misteri. Talvolta, gli stereotipi sono dei veli che sanno camuffarci a perfezione per stare al mondo, ma non bisogna tralasciare neanche il più minuscolo dei dettagli. Uno sguardo, una mera sensazione, e tutto può cambiare, perché la persona più limpida, in realtà, può essere la più ambigua. È un po’ quello che succede a Ginevra che, sin da bambina, si pone sempre le stesse domande, senza riuscire a rispondersi, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Zaffiro, il richiamo dei Ventusmarin – Capitolo 21

La guardia stacca un terzo di biglietto e finalmente entro in pieno clima concertistico. Il merchandising di questo cantante è molto psichedelico. A quanto pare ama le fiamme, cosparge ogni cosa di blu e gli piace il rock, visto il richiamo allo stile di alcune band nuvoloso illuminato da scie di un color blu elettrico. Per un attimo le vedo muoversi. Strofino gli occhi e torno a guardarle. Si muovono ancora! Ti prego, fa che non sia il preavviso di una visione. Per favore. Occupo ogni minimo centimetro di spazio tra le persone. Devo raggiungere il bagno il prima degli anni ottanta. Il suo nuovo album si chiama Luci nel buio, la copertina dipinge la scena di un cielo possibile. Mi scuso con qualcuno per aver ascoltato uno stralcio di conversazione, e prego di non ricevere qualche ceffone. Mi ricompare l’episodio delle scie che ho visto a Marechiaro, con Riccardo, seguito da un viaggio sull’acqua scura della notte. Non riesco a capire cos’è che mi trasporta con tanta velocità. Eppure, sento di muovermi allo stesso ritmo del vento, che soffia sulle onde. Il mare si agita al passaggio di una stella cadente, arricciando la sua superficie, che crea una schiuma bianco latte. L’unico bagliore di luce. Di colpo rivedo la fila del bagno, e la prima porta aperta. Mi ci infilo senza pensarci, lasciandomi alle spalle le ramanzine di una donna sui cinquanta. Sono stata scorretta, lo so, ma se mi sono fregata la tavolozza è per un buon motivo. Ne beneficeremo tutti. Inserisco il chiavistello nel gancio e mi siedo sul water, con i piedi tesi contro la porta, che termina qualche metro più su delle caviglie. Accidenti, sarà diff… oddio, eccola che arriva, la seconda visione. Inspiro a fondo e mi asciugo la fronte con la carta igienica. Non doveva succedere. Non stasera. L’emicrania sta già imprecando nella testa. Un conato di vomito mi piega in due. Mi alzo e sollevo subito la tavoletta. Non posso più vivere così. Il brusio di voci inizia a scemare, diventando sempre più debole, e l’improvvisa comparsa di una torre di ghiaccio cancella ogni sintomo. Sono su una specie di lago gelido, anche se oserei definirlo più una piazza, visto il contorno di varie costruzioni vetrate. Accanto a me c’è una fontana, con l’acqua ferma al suo flusso quando le temperature erano alte.
Dove sono?
La torre è composta da tre piani, ognuno decorato ai bordi con della polvere argentata. La roccia di cui è fatta ha un colore atipico, tendente al blu, così come il ghiaccio che pende dai piani. Muovo altri passi avanti e mi si annebbia la vista. Prima vedo tutto offuscato, poi nero, insieme al suono crescente del trambusto del bagno. In un baleno mi ritrovo a terra accanto al water.
Cinque colpi furiosi alla porta bastano a issarmi. Tolgo il chiavistello e la spalanco, senza neanche comprendere cosa sia appena successo.

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E se avessi fatto quel sogno non a caso? Se qualcuno stesse cercando di comunicarmi qualcosa? Forse ciò che vedo a un riscontro reale?
Queste sono le domande che Ginevra si pone, sin da bambina, senza riuscirsi a dare una risposta, ogni volta che trasmigra verso un luogo atipico. Un continente dove è forte l’eco di voci provenienti dal mare, dove la spiaggia è ricoperta di cristalli di ghiaccio ed è assente ogni traccia della specie umana. Forse ciò che vede non è un caso? Forse qualcuno sta cercando di comunicarle qualcosa? Una spiacevole sorpresa ne sarà la conferma e il primo passo che le consentirà di fare luce sul suo mistero, ma forse… era meglio non sapere.

Le leggende della tigre (Nicolai Lilin) – RECENSIONE

Le leggende della tigre di Nicolai Lilin è l’intreccio perfetto tra fantasy e mitologia, mistero e scoperta di luoghi atipici, con l’aggiunta di racconti avvincenti che si riallacciano alle storiche tradizioni dei popoli “ghiacciati”. Aneddoti arricchiti dal calore del camino, all’interno di una delle classiche abitazioni siberiane, le zaimki, mentre fuori impreca vyuga: una delle tempeste più violente della Siberia. Essa comincia con un vortice di aria ghiacciata, che solleva mulinelli carichi di neve a fiocchi grossi, e pare che i cacciatori autoctoni sappiano predirne l’arrivo:

“Il segnale più chiaro di un’imminente tempesta lo sanno i sottili ramoscelli di pino, che di solito si trovano in abbondanza nella parte bassa dell’albero. I cacciatori li guardano e capiscono se devono tornare alle loro case in tempo per non essere sorpresi dalla bufera. Durante una buona giornata di sole questi ramoscelli sono dritti, cercano di estendersi il più possibile per ricevere almeno un po’ di luce. Appena l’albero avverte nell’aria i primi anche più insignificanti cambiamenti, i ramoscelli cominciano a piegarsi leggermente verso l’alto, e con l’avvicinarsi della tempesta si ritirano verso il tronco, stringendosi contro di lui. Se insieme a questi segni senti cantare il ciuffolotto, aspettati una tempesta forte e lunga.”

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Le storie che più mi hanno colpita de “Le leggende della tigre”…

In questo romanzo ho ritrovato le radici dell’umanità, un piccolo riferimento, anche se invisibile, alle tribù. Il tepore del fuoco, la sua capacità di attrarre più menti attorno a sé e creare la giusta atmosfera per le narrazioni, rinvia a un altro elemento centrale in questa storia, l’oralità: predecessore di tutte le forme di comunicazione. Mentre l’anziano cacciatore raccontava dell’amore tormentato di Aiabala, o del bambino di sale, era come se accanto ai protagonisti ci fossi stata anche io. Uno dei punti forti di Lilin è proprio nella descrizione. L’autore riesce a far immedesimare il lettore al punto di fargli avvertire i brividi della neve, lo stupore dei due veterinari dinanzi a quelle storie…

Aibala e Haram…

Il racconto della Principessa tatuata consente di carpire parte della sofferenza che le antiche convenzioni hanno determinato negli esseri umani, definendo quale fosse l’amore ideale. L’impossibilità di potersi congiungere con il proprio amato, che spinge Aibala a farsi uccidere, senza poterlo comunque vivere, spiega quanto l’amore fosse il risultato di regole o interessi sottesi alle grandi famiglie. La storia del mercante mi ha fornito invece lo spunto per riflettere sul contesto globale attuale, sempre più pervaso da interessi economici e politici contrastanti. Il mercante, soprannominato Haram, che nella lingua degli Yakuti significa “avaro”, fa comprendere quanto l’umanità abbia talvolta perseguito l’infelicità o realizzato una mera utopia. L’unica cosa che faceva fibrillare Haram, tra l’altro anche il suo unico scopo nella sua vita, era l’idea di possedere tutto l’oro dell’universo. Quando si imbatte in una foresta con i suoi carri muniti di schiavi, conosce la figlia del lago, che gli offre la possibilità di diventare eterno e possedere l’intero mondo. Egli non esita ad accettare l’offerta e da quel giorno insegue il suo irraggiungibile fine.

Il gesto del mercante è, secondo me, emblematico della natura umana. Per questo, può essere una delle chiavi di lettura per comprendere le ripercussioni attuali che sta avendo sul pianeta. L’uomo si è fatto persuadere dalla concezione dell’essere dominatore, al punto da farsi divorare all’interno. Ha colonizzato terre, violando le libertà e i diritti di chi le abitava. Ha sfruttato all’estremo le risorse che natura possiede, senza badare neppure alle conseguenze che ogni sua azione può determinare nella natura. E “Le leggende della tigre” potrebbe essere una valida guida per farci render conto di quanto, l’uomo, abbia rovinato il pianeta.

Le Creature del buio di Stephen King (1987) — RECENSIONE

Partiamo dicendo che mai e poi mai avrei pensato di leggere un libro tanto lungo e a tratti complesso, se non lo si legge giorno dopo giorno. Forse, detto da un’amante della scrittura, può suonare un po’ anomalo che libri che superano le 300/400 pagine le (gli) trasmettono una certa “oppressione”. Eppure è così. O almeno, lo era. Perché dopo anni ho sfatato un mito, una delle piccole paure che mi porto dentro da qualche tempo.
Ho amato prima la scrittura e poi la lettura, benché il mio primo libro sia nato dall’ispirazione ad una saga, oltre che da un’esperienza di vita dolorosa. Ricordo, ancora, quando mi consigliavano dei romanzi, tra i banchi di scuola, e provavo quell’angoscia, quell’ansia all’idea di non riuscire a concluderli. Poi, un giorno, a quindici anni, sono entrata in una libreria e sono rimasta colpita dalla trama della saga di Becca Fitzpatrik sugli angeli caduti e i Nephilim. Da lì, ho iniziato ad appassionarmi del mondo fantasy, del tempo magico che popola le atmosfere dark e della capacità di creare aneddoti unici da una mente all’altra. Se ricordo bene, quando ero al terzo volume della saga, è nata l’idea per il mio primo romanzo, così come l’amore per la lettura.

RECENSIONE: Le Creature del buio di Stephen King (1987)

Ad oggi, che cerco di leggere il più possibile, malgrado impegni di studio e di scrittura, posso dire che alla lettura devo tanto. E anche a Le creature del buio, di Stephen King, che è stato un altro “passo intellettuale” importante, se così vogliamo chiamarlo. In questo romanzo ho colto sia l’ironia dello scrittore, che mitiga i momenti più tetri, e anche la difficoltà della nostra esistenza. Talvolta siamo costretti a compiere delle scelte cruciali, che possono condizionare anche gli affetti.
Haven, una cittadina poco conosciuta del Maine, va improvvisamente incontro a un destino che non ha scelto, ma che per qualche motivo inspiegabile deve affrontare. Durante la consueta passeggiata con il suo cane, Patrik, Bobbi Anderson si imbatte in un oggetto misterioso, a malapena visibile. Ad ogni riflesso del sole quella piccola lastra d’acciaio brilla come l’argento luccicante. All’apparenza sembra un semplice oggetto, misterioso nella sua latenza, ma capace di catturare la mente di Bobbi, che inizia a passare intere giornate a scavare. Ore e ore a tentare di ipotizzare cosa diavolo nasconda la terra di tanto occulto da non poterlo mostrare. Intanto, un amico di vecchia data, Jim Gardner, da sempre innamorato di lei, arriva a casa sua e scorge un cambiamento nella sua salute, di gran lunga peggiorata dall’ultima volta.

Entrambi si ritroveranno imbrigliati in una faccenda che supera i limiti delle capacità umane quando, dopo giorni di scavi, scoprono cos’è l’oggetto occulto: un’astronave. Un luogo popolato da esseri viventi che provengono da un altro pianeta, i Tommyknoker, e che nel tempo provocherà radicali mutamenti psico-fisici negli abitanti di Haven. Infatti, la cittadina comincia ad essere popolata da acquirenti di batterie, di cavi elettrici, e di magliette con una strana scritta per sostituire i vestiti umettati di sangue. Le comunicazioni con l’esterno vengono drasticamente ridotte, fino a scomparire, mentre in prossimità dell’astronave ogni marchingegno elettronico sembra incepparsi. Nei dintorni dell’astronave qualunque uomo perde sangue, complice l’aria irrespirabile, che per ogni sfortunato avventore in quella foresta implica l’uso di una maschera d’ossigeno. La mutazione sarà tanto grande da modificare il regolare modo di comunicare tra gli abitanti, che iniziano a parlarsi con la mente, ad essere sempre più telepatici.

Il mio parere…

Nell’opera di King ho colto delle sfumature dickiane, riguardo il modo di comunicare, man mano che la trama si evolve e diventa sempre più intricata. Ho sempre amato queste particolarità dell’essere umano, la telepatia… l’empatia! Se ci siamo evoluti è stato proprio grazie a quest’ultima particolarità. Mi si strugge il cuore quando Bobbi soffre, quando cerca di proteggere Gardner che, suo modo, non vuole sapere ragione e resta. Resta fino a quando la situazione peggiora al punto da divenire tragica e implicare l’uccisione della persona che si ama. Bobbi subisce un’evoluzione enorme, dall’inizio fino alla fine del libro, e devo dire, un po’ mi ha fatto pena la sua situazione. Altro tratto peculiare dell’opera è l’aver creato un ambiente dalle parvenze reali, cosa in cui King è un maestro, e secondo me leggere tante pagine ne è valsa la pena. Molti romanzi di fantascienza necessitano di un adeguato spazio per dar concretezza alle scene, ai personaggi, all’ambientazione in primis.

Infine, ho trascorso qualche mese a leggere questo racconto, e mi ci sono affezionata al punto che quando l’ho terminato ho provato una certa nostalgia. Insomma, è stato il mio compagno di viaggio, di vacanze… Consiglio vivamente Le Creature dei Buio a chi, come me, ama l’horror, i differenti modi di comunicare e le lunghe imprese per scoprire un mistero.

Alexandra Romano

“The Cavern”, l’emozione di una notte in una città magica: Liverpool

Un biglietto di sola andata, una valigia colma di sogni, e la voglia di vivere un’avventura. Così Andrea, studente di biologia e qualche volta anche chimico improvvisato, aveva scelto di trascorrere i giorni successivi al suo esame di fine sessione. Dopo tanti caffè, conditi con l’amaro di un litigio, e le carezze dei raggi di una stella che di notte si lasciava abbindolare dall’eleganza dello spazio, cedendo il suo posto alla luna, era finalmente partito per Liverpool. È vero, lì nessuno cresceva i suoi piccoli lieviti con l’intento di sfornare la migliore regina dei Tribunali, la pizza Margherita.

Lì, nessuna città era sorta ai piedi di un vulcano gentile dove, insieme, la città si specchiava nel mare ogni pomeriggio, generando delle sfumature atipiche, tanto da far brillasse le acque d’argento. Le città inglesi preferivano adornarsi di mistero e magia. Non tutte avevano il mare, ma proponevano uno stile urbanistico originale, che s’intonava a perfezione con il fenomeno meteorologico più frequente, le nuvole, e una brezza leggera che carezzava ogni costruzione. L’atmosfera atipica dei suoi pub spazzava via ogni possibile alone di nostalgia. In quei luoghi la musica veniva venerata come una dea, ancor più di quanto accadesse in uno stadio o un palasport. Chi la praticava era un artista con la A maiuscola.

La sua prima meta sarebbe stata Liverpool, un po’ per il motivo noto a ogni turista che decide di avventurarsi nei meandri di questa cittadina, i Beatles, nati proprio all’interno del Cavern Club (“il pub delle caverne”). Poi perché avrebbe voluto percorrere una specie di sentiero nel Regno Unito, alla scoperta delle città più conosciute e non.
L’aeroporto di Liverpool, denominato “John Lennon”, la diceva lunga sul legame che la musica aveva con quella città. A pochissimi metri da lì, alloggiava il famoso “Yellow submarine”, che aveva dato il nome ad una canzone dei Beatles. Poi c’era il Mersey, un fiume più vivace di una peste.

Il vento che spirava lungo le sue rive aveva l’irruenza di un libeccio, ma non solo, manifestava quasi l’intento di comunicare qualcosa. Era come se quel cumulo di aria fosse mosso dalle volontà di qualche spirito che aveva ancora delle questioni in sospeso con quella città, visto che i dintorni del museo erano pieni zeppi di monumenti costruiti in onore dei caduti. Molti di loro avevano protetto le mura di Liverpool con il loro sangue, affrontando l’orrore della guerra; altri, con vivo coraggio avevano sfidato l’ira implacabile di una tempesta in mezzo all’oceano e avevano contribuito al successo del suo commercio marittimo. Insomma, in quelle raffiche, tanto vigorose da spostare un corpo di qualche metro, si coglievano delle sensazioni particolari. Sensazioni che non si fermavano ad un po’ di pelle anserina, perché aspiravano ad arrivare dentro, carpire le pareti emotive di una persona.

Andrea camminava circondato dai movimenti di quelle anime in pena, e d’un tratto approdò alle statue dei suoi primi idoli. I Beatles. Anche quegli ammassi di bronzo erano insoliti, era come se ci fosse un’alchimia a renderli vitali. I tratti somatici, per qualche istante, animavano l’illusione di essere in grado di emanare l’anima dei Fab Four. E magari l’avrebbero fatto, ma non in quel momento. Non dinanzi agli occhi di tutti, come se fosse stata una cosa normale, o un evento gettato lì per caso. Quei corpi sarebbero brillati quando, un giorno, chiunque si trovasse in quella zona avrebbe compreso appieno lo spirito rock dei quattro ragazzi che avevano scaraventato le note della musica contro il mondo. E da quel giorno il mondo non era stato più lo stesso.

Intanto, un turista di provenienza orientale si era piazzato accanto a John Lennon e aveva cacciato il suo ultimo modello di Iphone, dissolvendo la contemplazione di Andrea, che proseguì la sua esplorazione, con in mente la prossima meta. Erano poco più che le sette di sera, e tra le strade inglesi aleggiava il classico profumo calorico, delizioso, di Fish and chips, a cui cedette subito e si infilò nel primo ristorante di passaggio, lungo la Paradise Street. Ne ordinò una porzione ricoperta di pizzicante salsa alla paprika, e si mise comodo su una panca in legno color ciliegio. Diede uno sguardo alle prime foto scattate nel capoluogo della Merseyside e rimase stupido di quanto la naturalezza, a volte, non merita alcun intervento umano. Perché intaccare un quadro già perfetto di per sé? Perché rischiare di rovinare l’armonia tra gli elementi, o di attribuire delle sfumature che alterano l’intensità di quel momento?
«Hi guys! Here’s your Fish and chips, I wish you a good dinner.»
Andrea tradusse in testa le parole che voleva dirgli il più in fretta possibile, le assemblò e gli rispose: «Hi! Thank you, see you late.»
Affondò il coltello nella crosta granulosa del pane, e staccò un pezzo di eglefino. Il tenero profumo emanato da quel vapore, che seguiva il flusso irregolare di una spirale, gli provocò una nota di piacere tra lo stomaco e il petto. Tutto ciò era solo il prologo di una serata che si sarebbe dimostrata più emozionante di quanto non lo fosse già. Quando i suoi passi giunsero all’inizio della Matthew Street, si ritrovò in un piccolo tempio della musica. Stentava quasi a crederci, malgrado non avesse nessun filtro che potesse ingannarlo: i suoi occhi erano ammaliati dal carattere di quel quartiere.

Ogni cunicolo era occupato da uno strumento che s’intonava a perfezione con le voci dei passanti, o dalle note di un ugola che pareva avesse la dote innata per il jazz. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. E lo era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni . L’unica capace di darne un’impronta concreta. Non appena raggiunse il Cavern Club, ebbe la dimostrazione definitiva di ciò che sentiva. La Wall of fame che aveva visto lungo i mattoni della Matthew Street lì era raddoppiata, se non triplicata. Le firme autentiche, alcune a malapena visibili, testimoniavano la presenza remota di artisti che erano stati lì anni e anni prima. E Andrea non riusciva a controllare l’emozione che gli accalorava ogni zona del corpo. Sfiorò la Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare.
Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica , l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. parete di mattoni rossi per sincerarsi che tutto fosse reale. E lo era.

Quel locale era forse uno dei pochi luoghi capaci di assoggettare qualcuno o qualcosa alle proprie intenzioni, inibendo anche l’abitudine odierna di curiosare sui social. Non sapevi neppure su cosa o quale scorcio soffermarti, data la sua maestosità, la scelta era determinata dalle melodie. Era immenso, e per questo ospitava anche più di un concerto, poi, il suo essere sottoterra restituiva piena credibilità al nome dell’insegna. Furono le note di Hey Jude a decidere per Andrea che, prima di catapultarsi nella mischia, fece tappa presso il banco che offriva una discreta scelta di birre. Optò per una tipica Newcastle Brown, e le sue aspettative assunsero nuovamente le dimensioni di un granello di sabbia. Quel mix di sapori, fatto di un velo di cioccolato e qualche pizzico di caffè, sembrava pura poesia.

Una poesia particolare, un po’ atipica nel suo genere più classico, che s’intonava a perfezione con l’animo rock del Cavern.

Alexandra Romano

In ritorno da Caselle in Pittari

Cara Rondine,

Sono ormai passati due giorni dal mio ritorno da Caselle; l’aria fresca dalla collina contornante il borgo; la piccola bottega creativa di Jepis, un ragazzo in gamba che è riuscito ad affermarsi pur restando nel Cilento, ed è forse l’angolo in cui ho lasciato un pezzo in più del mio cuore.

Sai, ogni notte si dormiva poco, davvero poco per le mie abitudini, o meglio, quelle che cerco di mantenere. Quando io e te parlavamo la sera, al telefono, i minuti tendevano a trasformarsi in ore tanto impercettibilmente che in un baleno sforavamo l’orario. E le ore le ho sforate alla grande lì a Caselle. Ti dirò, in quegli occhi semichiusi ci ho rivisto la stanchezza del ritorno dai concerti, che tu tendevi a negare, spacciando uno sbadiglio per una smorfia, o ancora quando non smettevi di guardarmi dritto negli occhi, e le tue pupille dilatate mi davano l’idea dell’immenso.

Sto crepando di sonno e di ansia, il ritorno non mi è stato d’aiuto, mi riporta agli ultimi giorni vissuti in attesa di una speranza che sbocciasse, ma poi… appassita, perché hai finalmente spiccato il volo verso la pace eterna. Sai, provo un po’ di invidia a immaginarti lì, per la prima volta in vacanza in un posto più lontano della luna, magico, indefinibile, e che nessuno di noi può ancora vedere. Spero ci siano un sacco di cassate e sfogliatelle, altrimenti, non si potrà definire paradiso, specie per te.

Sai,

venerdì sarà un giorno importante per me e vorrei tanto che ci fossi. Mi manca il tuo brava piccolina!, o semplicemente dirti con gioia ed entusiasmo devo raccontarti una bella notizia. Sai, quella ferita non smette mai di sanguinare anche quando, per sbaglio, parlo di te e le lacrime non mi sfiorano il viso. Ci pensa il cuore a piangere, e ti assicuro, è il più gran dolore che abbia mai provato in vita mia. Un po’ come la sensazione di In ritorno da Caselle in Pittariquando ti schizza l’olio bollente sulla pelle, o di quando stai affettando il pane e per sbaglio affetti anche parte della tua carne, o ancora… ancora un corno! Il dolore che si prova quando qualcuno, per una ragione o per un’altra, è dovuto partire con un biglietto di sola andata, non è descrivibile. Secondo me, neanche il più grande poeta o artista al mondo potrà mai riuscirci. E’ un’emozione tanto forte da penetrarti fin dentro l’anima, imprimertela, facendole assumere una forma diversa. Però, ogni tanto, ci pensa Violacqua a distrarmi. L’altro giorno si è persa per le scale e nel recuperarla, ha usato il mio stomaco come trampolino di lancio verso la porta di casa. Quella bastarda mi ha fatto uscire pure il sangue! Ma le voglio bene lo stesso.

A parte gli scherzi, a parte le parole e le mezze realtà, una notte di queste, vieni a trovarmi. Ci facciamo una lunga chiacchierata e poi ritorni nel tuo nuovo continente. Voglio raccontarti un sacco di cose, di novità, e sapere anche cosa ne pensi. Ho bisogno di confrontarmi con te sulle scelte della mia vita. Fremo dalla voglia di raccontarti le piccole soddisfazioni che di volta in volta raggiungo, mai paragonabili ad un tuo ritorno senza più lasciarci.

Alexandra Romano

Viaggio tra le terre del Cilento: “Fumiere ‘e salute”

Fumiere e’ salute

Veng da a’ Terra,
da a’ natura selvaggia.
Song fumiere ‘e salute,
na carezz dint ‘e purmone,
da o’ lavor addivent pariato,
na ricchezz pè ogne stagion.

Song riest ‘e sapor,
vierno e paur,
a’ risorsa ca tutt po’ fa nascere
e ca senza suspett toccn ‘e cumpar.
Cu ‘mme o’ gran ven chiu bbuono,
e mentre sant’Antonio o’ n’dora
io o’ faccio crescere fort comme a’ nu tuon.

Tenn paur ‘e me pcché ricn ca teng o’ culor du spuòrco,
è overo, o’ vient mio nun ‘e chillu ‘e na ros,
ma è l’addor ca manna esistenza.
È l’aria ca smov ‘e fronne
e’ a’ sustanza che ienghie a’ terra.

Alexandra Romano


Fumiere e’ salute di Alexandra Romano, interpretata da Vincenzo Moretti.

Cara Rondine, è passato un po’ da quando non ci vediamo, sai, mi mancano le tue ali nere che luccicavano nel cielo, immergendosi nei miei occhi, e il contatto con il tuo candido respiro. Credo che inciderò di nuovo l’inchiostro sulla pelle, ma questa volta brucerà un po’ di più, non so se lasciarti nel cuore o prendere un pezzo di te e tenerlo anche con quella mia parte che posso toccare. Se lo farò, scriverò sul cuore proprio quella frase che tanto sentivo, che tanto amavamo… Adesso sono qui, un po’ più vicina a te, e c’è aria secca come non ne vedevo da tempo. A Quarto l’umidità ti penetra fin dentro alle ossa, cavolo! La cervicale non ne può proprio più. La testa, ormai, collega il profumo della menta all’Oki. Quanti stereotipi, mi verrebbe da dire… ci fermiamo alla superficie, all’immediatezza di qualche attimo fuggente o all’intonazione errata di una corda vocale.

A Caselle in Pittari invece, il sole riscalda le ombre e la gente condisce il caffè con la spontaneità. Infatti, mercoledì siamo andati al campo, e abbiamo riunito gli ingredienti per formare l’aia e coltivare le imperfezioni. Le imperfezioni sono il nome che diamo, sulla base dei pregiudizi, alle sfumature della spontaneità. Ricordo quella sera, al bar, quando mi versai il caffè addosso. Tutti mi guardarono di traverso perché ridevo come una matta, tu però non proferisti parola, mi sfiorasti il mento e mi dicesti solo ti voglio vedere così per tutta la vita. Poi però, sempre questa vita che tanto volevi, mi ha condotta a Caselle e mi ti ha fatto riscoprire in un chicco di grano. Il vento ha trasportato un granello di farina dal chicco al cielo, così ho alzato gli occhi e ho capito. Grazie.

Quel giorno, tirava aria fresca dai campi dorati in lontananza, una fila di tinozze e voci melodiose imprecava oltre la fitta muraglia di pietre, e qualcuno dall’alto carezzava il cielo e si sforzava di avvicinarsi a noi, toccandoci con la viva forza del pensiero. Perché quando si cambia pelle non ci si può abbracciare. Le anime però, lo sappiamo beneio e te, se vogliono, il motivo di fondersi lo trovano perché non hanno alcuna materia a vincolarle.

Preparazione dell’aia per il Palio del grano.

In mezzo alla natura riscopriamo le nostre radici, percependo il valore della vita, arriviamo all’incomprensibile. Qualunque cosa suscettibile ai nostri sensi è memoria che ci attraversa, ci tocca dentro e ci lascia le sue impronte. Materia viva a contatto con altra materia viva, che si fondono in un perenne rimbalzo di emozioni.

Quel giorno andammo in campagna, e forse lo spirito di Van Gogh decise di regalarci un pezzo di paradiso. A me, ha regalato molto di più… C’erano un angolo dorato per darci la ricchezza, una manciata di verde per restituirci la fiducia nel domani e gocce di vita vissuta fino a un attimo prima. O’ fumiere (letame) e’ salute è legna che arde la terra, il resto di un’esistenza per la quale tanto ci siamo battuti e continuiamo a batterci tutt’ora. È la nostra storia, è il presente che mentre viene scritto diventa eternità.
È un’estratto di vita che in sé, contiene l’essenza per un ritorno, una fusione tra anime indipendentemente dalla loro collocazione

Alexandra Romano

Traduzione:


Vengo dalla Terra,
dalla natura selvaggia.
Sono fumiere di salute,
una carezza dentro i polmone,
dal lavoro divento pariato,
una ricchezza per ogni stagione.

Sono resto di sapori,
inverno e paura,
la risorsa che può far nascere tutto
e che i compari toccano senza sospetto.
Con me il grano viene più buono,
e mentre sant’Antonio lo indora
io lo faccio crescere forte come un tuono.

Hanno paura di me perché dicono che ho il colore dello sporco,
è vero, il mio profumo non è quello di una rosa,
ma è l’odore che trasmette esistenza.
È l’aria che smuove le foglie
è la sostanza che nutrie la terra.

Verso la verità: un amore indissolubile oltre ogni limite

Abbassai lo sguardo. «Ma quando ci lascerà in pace?…».

«Amore mio, non disperare. Troveremo una soluzione», mi accarezzò le guance, e mi diede un bacio sulla fronte.

«Oh, amore mio sono le dieci e trenta, domani abbiamo scuola, cioè, ho scuola… dovrei… andare».

«Va’ pure – sorrisi sperando di rassicurarlo – Io sto meglio».

«Amore, non mi fido a lasciarti qui, tutta sola».

«Ci sono stata due notti, non posso starci una terza?»

Mi fissò per un attimo. Mi baciò, e se ne andò. Provai a dormire e, data la stanchezza, crollai dopo meno di due minuti. Iniziai a fare un sogno. Ero in un immenso campo di girasoli, esistevano solo i girasoli, il cielo, la terra ed io. Improvvisamente sentii degli strani rumori nel sogno, come tuoni, mentre il sogno stava dissolvendosi sempre di più. Mi svegliai, poiché anche nella realtà sentii dei rumori. Non riuscivo a capirli inizialmente, dopo intuii che non erano esattamente rumori: era il suono di passi per il corridoio. L’ospedale era completamente deserto e buio, avvertii che non era qualcosa di pericoloso. Un istante dopo… Mark.


«Che ci fai qui?», gli domandai colta alla sprovvista.

«Ti amo!», si precipitò accanto a me.

«Anche io, ma cosa succede? Perché non sei ancora a casa?».

«Non potevo».

«Non potevi cosa?».

«Lasciarti di nuovo sola».

«Ma starò bene vedrai, è anche tardi».

«Non mi interessa, io non me ne vado», disse con fermezza.

Ti prego, portami via: portami a vivere

Ti prego portami via, questo mondo fa sempre più paura e i bambini smettono di sorridere. I bambini soffrono per la mancanza di amore, patiscono la fame con il loro corpo sempre più esile. 

Ti prego portami via, dove esiste un mondo fatto di umanità, dove gli attentati non sono all’atto del giorno e non c’è bisogno di accendere il telegiornale. Portami dove esiste solo comprensione e il termine “violenza” non è mai stato pronunciato. Dove a una pistola viene sostituita un cuore di peluche, delicato come l’empatia.

Ti prego portami via, in un mondo dove si vanno a comprare i fiori non per portarli su una tomba ma per significare un gesto d’affetto. Portami dove regalare una rosa nasce da un desiderio solamente spontaneo, e mai in seguito ad un litigio o una malattia. Dove non bisogna essere iscritti ai social per sentirsi meno soli e i rapporti sono fisici e non virtuali, simulati.

Ti prego portami via, dove il riscaldamento globale è solo un fattore naturale e la gente non scappa per vivere meglio in un posto che non le appartiene. Dove gli alberi non si abbattono e l’aumento del livello del mare è solo un fattore positivo per il ripristino di aree scomparse, siccitose. Dove i fiori non appassiscono e la pioggia non corrode la terra. Un mondo fatto di equilibrio tra uomo e natura, in cui chiunque può fare ciò che vuole a discapito di niente e nessuno.

Ti prego portami via, dove il bene non viene barattato con i soldi e l’amore ha un peso. Dove le donne vengono rispettate e hanno uguali diritti, perché poco le distingue dagli uomini. Dove gli animali non vengono trattati come futili oggetti privi di sentimento, perché anche un corpo fatto di tanto pelo ha un’anima. La sola, a non essere mai contaminata. In una società fatta di silenzi e incomprensioni, lo sguardo di un cane può comunicare molto più di una frase di conforto.
Portami in una società dove conta ciò che si è dentro e non come si appare, o ciò che si vuole far credere di essere. Dove si da un peso ai sentimenti.

Ti prego portami via, dove chiunque è libero di vivere la vita che vuole, inseguire i propri sogni senza condizionamenti. In un posto dove fare della propria passione il proprio lavoro non è quasi un’aberrazione, e lo si può fare senza dover patire anni di sofferenze.
Prendimi per mano e portami via, portami a vivere.

Alexandra Romano

A volte: le passioni, in qualche modo, ci salvano

A volte, penso che le persone, la forza, se la facciano uscire grazie ad aspetti del loro carattere che neanche sapevano di avere.
A volte, mi chiedo, come si riesca a trovare la determinazione in momenti tanto critici: la grinta di non mollare, di continuare a seguire il proprio sogno. È difficilissimo non arrendersi quando sembra che tutto il mondo ti si stia rivoltando contro e l’unica cosa su cui puoi far leva sono le tue ambizioni. Te stessa.

Secondo me le passioni, in fondo, ci salvano. Ci salvano quando abbiamo voglia di spaccare tutto, di abbandonare, dissolverci… Ho scritto nei momenti peggiori della mia vita, alcuni che pensavo non avrei mai superato, e poi  ora sono qui. Con dei momenti, ogni tanto, che mi sembrano insuperabili e degli altri che mi sembrano passeggeri. Ma in fondo tutto si supera: è solo questione di tempo, è solo questione di testa.

Ed è sbagliato incolpare sempre se stessi, specie se uno sbaglio è connesso anche ad una persona che non ci ha compreso, che ci ha graffiato l’anima. A volte, sbagliamo a credere troppo negli altri, riponendo in loro più di quanto faremmo normalmente: le illusioni, come sosteneva Nietzsche, sono ciò di cui l’uomo si nutre per poter vivere. Ma se avvertiamo sensazioni dentro di noi, come campanelli di allarme, non dobbiamo ignorarle.

Anche in questo penso che le passioni siano la nostra protezione: ciò che ci fa emozionare nella maniera più autentica e che se sappiamo coltivare, esplorare dentro noi stessi, saranno sempre il nostro punto di forza. Per godere di una passione basta viverla e lasciarsi trasportare, senza paura, perché è un po’ come il sangue che ci scorre nelle vene: ci fa vivere.

Grazie scrittura per avermi dato tanto e farmi dare tanto.

Alexandra Romano

Stasera: una presentazione che resterà nel cuore

Stasera, a Telese, non è stata una serata come le altre: c’è stato qualcosa, nell’aria, che andava oltre l’hic et nunc. Stasera si è percepita un’atmosfera di unione, amore, come se fossimo tra amici davanti ad un camino. Ho vissuto emozioni che mi hanno fatto sentire viva come non mai, dopo diverso tempo.

Ricordo la mia prima presentazione in assoluto: ero emozionatissima e mi tremava tutto il corpo, volevo dare il meglio di me, eppure avevo tanta paura. Temevo di non piacere, di non appassionare o che magari non ci sarebbe stato quasi nessuno. Poi, la sala si è riempita al punto di vedere gente in piedi. Ognuno lì, per me. E non sarebbe potuta esistere cosa più bella.

IL MIO PUZZLE
Come dico sempre, ogni persona che mi segue è come un pezzo del mio puzzle, insostituibile.
Non esiste fare tutto un insieme senza alcuna differenza, perché è proprio questo a rendere ciascuno di noi unico, con un proprio valore. Ogni giorno, vedo quel mio puzzle crescere, modificarsi, a volte sul punto di ricostruirsi, ma non scomparire. Siano due pezzi o trenta.

stasera

Ho già affrontato ostacoli, di diverse dimensioni, eppure non sono mai riuscita a cambiare strada, neanche quando stavo per farlo: il mio cuore, il mio corpo, me lo impedivano. E in fondo, l’ho sempre saputo che non sarei riuscita a dare il massimo altrove. Incontrerò sicuramente altre difficoltà, magari più grandi, magari più piccole, ma sarò più forte. Il mio posto è qui. Senza la mia passione, manca la parte più importante di me. E stasera, a Telese, se n’è aggiunta un’altra.

STASERA…

Il tempo si è fermato entrando in quella dimensione magica, atemporale che è il coinvolgimento: niente orologi, niente ansie. E’ stato come un sogno: un mix di emozioni mi hanno invaso il cuore e lì resteranno per sempre. Non potrò dimenticare questa atmosfera, come pure quella di quando sono stata a Melito, in una scuola dove c’era una platea di ragazzi, entusiasmati e attenti a ciò che avevo da raccontare. La sensazione è inspiegabile, forse, solo chi è artista può provarla: vedere qualcuno, davanti a te, che sorride per ciò che hai prodotto, è come una piccola conferma che ciò che stai facendo ha un senso, anche al di fuori di te.

stasera
Stasera, come allora, tutto era nell’essenza del vivere. Vedere recitare delle parti del mio libro dalla bravissima e dolcissima Esthe, vedere occhi che credevano davvero in me, che mi avevano compresa fino in fondo… ha acceso una luce speciale nel mio cuore.

Quella luce mi ha fatto capire che le emozioni vanno vissute, fino in fondo. Spesso lasciamo che il dolore passi, si esprima in tutti i suoi aspetti, ma non facciamo altrettanto con la parte opposta. La trattiamo in maniera più superficiale, anche inconsapevolmente, vivendola di meno. Invece, se quell’emozione necessita di più tempo per esprimersi, dobbiamo concederglielo. Altrimenti, la felicità breve o inesistente di cui parliamo, si concretizza per davvero: ma la felicità esiste! Ed è nella semplicità delle più piccole emozioni.

Grazie Telese, sei stata speciale. E oggi il mio articolo è tutto dedicato a te.

Alexandra Romano

 

 

(Partendo da destrastasera il sindaco di Telese Pasquale Carofalo, l’autrice
Alexandra Romano, la presentatrice Angela Di 
Lonardo e l’organizzatore dell’iniziativa
Antonio Alterio).