“La zona morta” di Stephen King (1979) – RECENSIONE

Il mio rapporto con la scrittura di King non è stato facile. All’inizio non ho apprezzato il suo modo di scrivere. Forse per l’età, in quanto ho letto il suo primo romanzo intorno ai quindici/sedici anni; forse perché i miei gusti letterari erano ancora indefinibili. Ricordo che in quei due romanzi che lessi, la trama veniva lasciata sospesa nel vuoto, lasciando al lettore libera immaginazione. All’epoca, provai molto fastidio per questo ma, ripensandoci, è un modo per coinvolgere il lettore in prima linea. Troppo spesso gli autori, talvolta accecati dall’amore nei confronti della propria creatura, dimenticano il loro interlocutore, componente tutt’altro che secondaria. Senza un seguito di lettori un libro è condannato all’oblio. Dunque con romanzi non “tradizionalmente conclusivi” egli può prefigurarsi nella mente il proprio finale sulla base delle proprie convinzioni, della propria cultura e della propria concezione della storia.
Ma La zona morta – insieme ad altri romanzi come Le Creature del buio o L’incendiaria, di cui vi parlerò in seguito – mi ha fatta ricredere e nel prossimo paragrafo vi spiegherò perché.

La zona morta: la mia recensione…

La storia recensita in questo articolo è un romanzo del 1979, intitolato La zona morta, capolavoro sull’introspezione che illustra come un percorso di malattia cambia la vita a un uomo, diventando l’occasione per scoprire meglio sé stessi.
Johnny è uomo semplice. Insegna alle superiori e, forte nell’ironia, conquista Sarah, donna sfiduciata per la sua ultima esperienza con il genere umano. Il loro è un legame maturo, che nasce tra una riunione e una pausa pranzo, ma quando è pronto a trasformarsi in amore, Johnny subisce un grave incidente stradale e finisce in coma per quattro anni. Al suo risveglio, si ritrova con una nuova sensibilità, diventando capace di cose inenarrabili.

In quegli anni cambiano molte cose. Il padre, esasperato dal fanatismo religioso della moglie, arriva a sperare che muoia e Sarah si costruisce la vita tradizionalista di ogni donna borghese, con accanto un uomo che punta a diventare l’avvocato più rinomato d’America. Eppure quegli anni saranno necessari a creare quella zona morta nella sua mente, prezzo ultimo da pagare per quella capacità extrasensoriale che Johnny respingerà con tutte le sue forze. Eppure sarà grazie a quel potere psionico che Johnny vivrà l’ora di passione tanto agognata con la sua Sarah.

La nuova facoltà del protagonista, la telepatia, getta un ponte sull’insensibilità odierna dell’uomo. È uno specchio sui retroscena della politica più sporca, che si maschera di finto buonismo e ironia, ma in realtà è fatta di corruzione e criminalità. Greg Stillson è il colletto bianco per antonomasia. Un uomo privo di scrupoli che non prova tenerezza neanche di fronte a un amico a quattro zampe. Un uomo venuto dalla miseria ma che, entrato in politica, ha dimenticato le sue origini. Vigliacco da assumere degli “strozzini” per intimorire ogni suo nemico. Così, quando Johnny gli stringerà la mano, vedrà il futuro ne suoi occhi e sarà costretto a prendere una decisione che gli costerà ogni cosa. Forse, perfino la vita.

Alexandra Romano

“Ragazzi della tempesta” di Elle Cosimano (2020) – RECENSIONE

Ragazzi della tempesta mi ha presa in modo insolito e del tutto singolare. Per la prima volta ci ho messo tempo a entrarci dentro, masticare le emozioni e gli scenari che essa evocava. Una delle cose che più mi ha colpita dell’autrice è la ricercatezza di ogni più piccolo dettaglio, valida palestra per ogni potenziale scrittore. Dalla Cosimano ho appreso che niente è banale nella narrativa e che anche la cosa più semplice non va trascurata. Un’espressione, un oggetto, una scena. La trama è così squisitamente originale e satura di elementi affascinanti, da essere sempre più intrigante mano che si avanza nella lettura.

Ragazzi della tempesta: la mia recensione…

Le colonne portanti di Ragazzi della tempesta sono le stagioni, portavoci di storie ed emozioni irripetibili, che hanno plasmato anche la loro vita oltre la morte. Eh sì, perché così come la Primavera incarna la rinascita nel mese di marzo, è anche simbolo di morte nel periodo più caldo dell’anno: l’Estate.

La storia si articola su una catena di eventi fatti di lotte e conquiste, desideri e aspirazioni, nelle quali s’intravede il sottile rinvio alle conquiste umane. Colonialismo, Grande guerra. Fleur, la Primavera, è costretta a uccidere Jack, l’Inverno, per prendere il predominio nel mese di marzo. Julio però, l’Estate, la uccide ogni anno a giugno. Avvenente, affascinante, passionale. Così come l’Inverno e la Primavera iniziano a deteriorarsi man mano che le giornate si allungano, anche l’Estate va incontro alla fine e il predatore è Amber, l’Autunno. Jack, infine, uccide Amber.

Un altro dettaglio interessante è che a ogni nuova stagione, le precedenti ritornano nel sottosuolo, in camere di stasi – delle “batterie” che le ricaricano – prima di risvegliarsi. Alla fine del periodo dominante, a ogni stagione è assegnato un punteggio all’interno di una classifica. Questo punteggio è fondamentale per il suo risveglio, perché al di sotto di un certo valore le stagioni vengono terminate.

Un sistema progettato a regola d’arte, non è così?
Purtroppo no. Il tempio della vita realizzato da Cronos, il Dio del tempo, è suscettibile di attacchi. Una delle sue fondamenta è divieto di congiungimento tra le stagioni. Proprio quello che accade tra Jack e Fleur. Jack, da sempre innamorato di Fleur, decide di salvarla dalla sua situazione di svantaggio nella classifica portando il caos. Inizierà così una ribellione che cercherà di ribaltare ogni pilastro dell’edificio messo in piedi da Cronos.

Alexandra Romano

“Io, Robot” di Isaac Asimov (1950) – RECENSIONE

  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
  3. Esso deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Capostipite del connubio perfetto tra uomo e tecnologia, emozione e opzione, Asimov ha concepito una trama fonte di riflessione sul progresso tecnologico. La singolarità tecnologica, la nuova corsa allo spazio, rischia di renderci “biologicamente obsoleti”, trasformando macchine e applicazioni nella forma di vita dominante. Il romanzo è strutturato in nove storie interconnesse da un unico filo conduttore che ci consente di interrogarci sul senso dell’esistenza dei robot. Trama intrigante e scorrevole, a tratti quasi vicina a un saggio, perché assume lo scopo di farci interrogare sulla tecnologia. Quanto si evolverà? Ci supererà in quando esseri dominanti sulla terra o conviverà al nostro fianco fungendo da spalla destra?

Io, Robot : la mia recensione

La storia del legame tra una bambina e un robot

Il romanzo si apre con una storia di una bambina, Gloria, e la sua dolce amicizia con Robbie, un robot sociale creato per scopi relazionali. Asimov riesce a raggiungere, con l’eleganza delle sue parole, anche i sentimenti più genuini di una bambina nei confronti di un congegno elettronico. Eppure, in quel robot c’è qualcosa di più. Malgrado le continue ramanzine e i tentativi di sua madre di separarla dal suo amico di silicio, nessuno riuscirà a spezzare questo “legame”. Perché Robbie è in grado di provare emozioni come ogni essere vivente e il suo destino non è certo in una fabbrica di cemento. Antesignano dei robot odierni, intelligente, empatico, Robbie avverte i pericoli e le emozioni dell’uomo. Emerge inoltre anche il sentimento del tempo del Novecento, fatto della paura della disoccupazione, causata dall’introduzione di macchine che, in realtà, hanno la finalità di emanciparlo dai lavori più stancanti. Ma siamo davvero sicuro che, con il progredire della ricerca, avremo sempre tutto sotto controllo?

Speedy: un robot speciale

Questa storia invece è l’emblema di uno dei principali archetipi della fantascienza novecentesca, nonché la conquista dello spazio, di nuovi universi, in questo caso Mercurio. Due scienziati vengono inviati per effettuare delle operazioni di aggiusto su Speedy, uno dei robot più intelligenti progettati e lanciati nello spazio, in quanto capace di controllare una stazione spaziale. I due scienziati non riusciranno però facilmente nella loro impresa. Speedy uscirà fuori controllo e saranno costretti a cercarlo per diverso tempo, rischiando anche la vita a causa delle elevate temperature su Mercurio. I due uomini saranno pertanto costretti ad affidarsi alla potenza, un po’ rudimentale, di due grandi robot industriali. In realtà, però, uno dei due è più intelligente di quanto si possa pensare. Questi ci riporta all’androide dickiano presente in “Do Androids Dream of Electric Sheep?”, che si interroga sul senso del propria esistenza, e comprende di essere stato creato con uno specifico fine.

Uno degli aspetti che più mi hanno colpita è la considerazione, dell’autore, dei robot come degli esseri pensanti, capaci di provare sentimenti. Asimov, insieme a Dick, ha anticipato anni e anni prima i progressi della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, inscenando storie che hanno come protagonisti esseri empatici, dotati di iniziativa personale e simboleggianti anche il superamento dei confini. Ancora oggi diverse persone sono scettiche nei confronti del progresso tecnologico, ignorando i vantaggi in termini umani e sociali a cui esso potrebbe condurre, ma qual è la linea sottile che separa umano da inumano? Quali potrebbero essere le conseguenze di un mondo in cui la tecnologia diventa protagonista indiscussa della scena?

Alexandra Romano