Le leggende della tigre di Nicolai Lilin è l’intreccio perfetto tra fantasy e mitologia, mistero e scoperta di luoghi atipici, con l’aggiunta di racconti avvincenti che si riallacciano alle storiche tradizioni dei popoli “ghiacciati”. Aneddoti arricchiti dal calore del camino, all’interno di una delle classiche abitazioni siberiane, le zaimki, mentre fuori impreca vyuga: una delle tempeste più violente della Siberia. Essa comincia con un vortice di aria ghiacciata, che solleva mulinelli carichi di neve a fiocchi grossi, e pare che i cacciatori autoctoni sappiano predirne l’arrivo:

“Il segnale più chiaro di un’imminente tempesta lo sanno i sottili ramoscelli di pino, che di solito si trovano in abbondanza nella parte bassa dell’albero. I cacciatori li guardano e capiscono se devono tornare alle loro case in tempo per non essere sorpresi dalla bufera. Durante una buona giornata di sole questi ramoscelli sono dritti, cercano di estendersi il più possibile per ricevere almeno un po’ di luce. Appena l’albero avverte nell’aria i primi anche più insignificanti cambiamenti, i ramoscelli cominciano a piegarsi leggermente verso l’alto, e con l’avvicinarsi della tempesta si ritirano verso il tronco, stringendosi contro di lui. Se insieme a questi segni senti cantare il ciuffolotto, aspettati una tempesta forte e lunga.”

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Le storie che più mi hanno colpita de “Le leggende della tigre”…

In questo romanzo ho ritrovato le radici dell’umanità, un piccolo riferimento, anche se invisibile, alle tribù. Il tepore del fuoco, la sua capacità di attrarre più menti attorno a sé e creare la giusta atmosfera per le narrazioni, rinvia a un altro elemento centrale in questa storia, l’oralità: predecessore di tutte le forme di comunicazione. Mentre l’anziano cacciatore raccontava dell’amore tormentato di Aiabala, o del bambino di sale, era come se accanto ai protagonisti ci fossi stata anche io. Uno dei punti forti di Lilin è proprio nella descrizione. L’autore riesce a far immedesimare il lettore al punto di fargli avvertire i brividi della neve, lo stupore dei due veterinari dinanzi a quelle storie…

Aibala e Haram…

Il racconto della Principessa tatuata consente di carpire parte della sofferenza che le antiche convenzioni hanno determinato negli esseri umani, definendo quale fosse l’amore ideale. L’impossibilità di potersi congiungere con il proprio amato, che spinge Aibala a farsi uccidere, senza poterlo comunque vivere, spiega quanto l’amore fosse il risultato di regole o interessi sottesi alle grandi famiglie. La storia del mercante mi ha fornito invece lo spunto per riflettere sul contesto globale attuale, sempre più pervaso da interessi economici e politici contrastanti. Il mercante, soprannominato Haram, che nella lingua degli Yakuti significa “avaro”, fa comprendere quanto l’umanità abbia talvolta perseguito l’infelicità o realizzato una mera utopia. L’unica cosa che faceva fibrillare Haram, tra l’altro anche il suo unico scopo nella sua vita, era l’idea di possedere tutto l’oro dell’universo. Quando si imbatte in una foresta con i suoi carri muniti di schiavi, conosce la figlia del lago, che gli offre la possibilità di diventare eterno e possedere l’intero mondo. Egli non esita ad accettare l’offerta e da quel giorno insegue il suo irraggiungibile fine.

Il gesto del mercante è, secondo me, emblematico della natura umana. Per questo, può essere una delle chiavi di lettura per comprendere le ripercussioni attuali che sta avendo sul pianeta. L’uomo si è fatto persuadere dalla concezione dell’essere dominatore, al punto da farsi divorare all’interno. Ha colonizzato terre, violando le libertà e i diritti di chi le abitava. Ha sfruttato all’estremo le risorse che natura possiede, senza badare neppure alle conseguenze che ogni sua azione può determinare nella natura. E “Le leggende della tigre” potrebbe essere una valida guida per farci render conto di quanto, l’uomo, abbia rovinato il pianeta.