Un biglietto di sola andata, una valigia colma di sogni, e la voglia di vivere un’avventura. Così Andrea, studente di biologia e qualche volta anche chimico improvvisato, aveva scelto di trascorrere i giorni successivi al suo esame di fine sessione. Dopo tanti caffè, conditi con l’amaro di un litigio, e le carezze dei raggi di una stella che di notte si lasciava abbindolare dall’eleganza dello spazio, cedendo il suo posto alla luna, era finalmente partito per Liverpool. È vero, lì nessuno cresceva i suoi piccoli lieviti con l’intento di sfornare la migliore regina dei Tribunali, la pizza Margherita.

Lì, nessuna città era sorta ai piedi di un vulcano gentile dove, insieme, la città si specchiava nel mare ogni pomeriggio, generando delle sfumature atipiche, tanto da far brillasse le acque d’argento. Le città inglesi preferivano adornarsi di mistero e magia. Non tutte avevano il mare, ma proponevano uno stile urbanistico originale, che s’intonava a perfezione con il fenomeno meteorologico più frequente, le nuvole, e una brezza leggera che carezzava ogni costruzione. L’atmosfera atipica dei suoi pub spazzava via ogni possibile alone di nostalgia. In quei luoghi la musica veniva venerata come una dea, ancor più di quanto accadesse in uno stadio o un palasport. Chi la praticava era un artista con la A maiuscola.

La sua prima meta sarebbe stata Liverpool, un po’ per il motivo noto a ogni turista che decide di avventurarsi nei meandri di questa cittadina, i Beatles, nati proprio all’interno del Cavern Club (“il pub delle caverne”). Poi perché avrebbe voluto percorrere una specie di sentiero nel Regno Unito, alla scoperta delle città più conosciute e non.
L’aeroporto di Liverpool, denominato “John Lennon”, la diceva lunga sul legame che la musica aveva con quella città. A pochissimi metri da lì, alloggiava il famoso “Yellow submarine”, che aveva dato il nome ad una canzone dei Beatles. Poi c’era il Mersey, un fiume più vivace di una peste.

Il vento che spirava lungo le sue rive aveva l’irruenza di un libeccio, ma non solo, manifestava quasi l’intento di comunicare qualcosa. Era come se quel cumulo di aria fosse mosso dalle volontà di qualche spirito che aveva ancora delle questioni in sospeso con quella città, visto che i dintorni del museo erano pieni zeppi di monumenti costruiti in onore dei caduti. Molti di loro avevano protetto le mura di Liverpool con il loro sangue, affrontando l’orrore della guerra; altri, con vivo coraggio avevano sfidato l’ira implacabile di una tempesta in mezzo all’oceano e avevano contribuito al successo del suo commercio marittimo. Insomma, in quelle raffiche, tanto vigorose da spostare un corpo di qualche metro, si coglievano delle sensazioni particolari. Sensazioni che non si fermavano ad un po’ di pelle anserina, perché aspiravano ad arrivare dentro, carpire le pareti emotive di una persona.

Andrea camminava circondato dai movimenti di quelle anime in pena, e d’un tratto approdò alle statue dei suoi primi idoli. I Beatles. Anche quegli ammassi di bronzo erano insoliti, era come se ci fosse un’alchimia a renderli vitali. I tratti somatici, per qualche istante, animavano l’illusione di essere in grado di emanare l’anima dei Fab Four. E magari l’avrebbero fatto, ma non in quel momento. Non dinanzi agli occhi di tutti, come se fosse stata una cosa normale, o un evento gettato lì per caso. Quei corpi sarebbero brillati quando, un giorno, chiunque si trovasse in quella zona avrebbe compreso appieno lo spirito rock dei quattro ragazzi che avevano scaraventato le note della musica contro il mondo. E da quel giorno il mondo non era stato più lo stesso.

Intanto, un turista di provenienza orientale si era piazzato accanto a John Lennon e aveva cacciato il suo ultimo modello di Iphone, dissolvendo la contemplazione di Andrea, che proseguì la sua esplorazione, con in mente la prossima meta. Erano poco più che le sette di sera, e tra le strade inglesi aleggiava il classico profumo calorico, delizioso, di Fish and chips, a cui cedette subito e si infilò nel primo ristorante di passaggio, lungo la Paradise Street. Ne ordinò una porzione ricoperta di pizzicante salsa alla paprika, e si mise comodo su una panca in legno color ciliegio. Diede uno sguardo alle prime foto scattate nel capoluogo della Merseyside e rimase stupido di quanto la naturalezza, a volte, non merita alcun intervento umano. Perché intaccare un quadro già perfetto di per sé? Perché rischiare di rovinare l’armonia tra gli elementi, o di attribuire delle sfumature che alterano l’intensità di quel momento?
«Hi guys! Here’s your Fish and chips, I wish you a good dinner.»
Andrea tradusse in testa le parole che voleva dirgli il più in fretta possibile, le assemblò e gli rispose: «Hi! Thank you, see you late.»
Affondò il coltello nella crosta granulosa del pane, e staccò un pezzo di eglefino. Il tenero profumo emanato da quel vapore, che seguiva il flusso irregolare di una spirale, gli provocò una nota di piacere tra lo stomaco e il petto. Tutto ciò era solo il prologo di una serata che si sarebbe dimostrata più emozionante di quanto non lo fosse già. Quando i suoi passi giunsero all’inizio della Matthew Street, si ritrovò in un piccolo tempio della musica. Stentava quasi a crederci, malgrado non avesse nessun filtro che potesse ingannarlo: i suoi occhi erano ammaliati dal carattere di quel quartiere.

Ogni cunicolo era occupato da uno strumento che s’intonava a perfezione con le voci dei passanti, o dalle note di un ugola che pareva avesse la dote innata per il jazz. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. E lo era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni . L’unica capace di darne un’impronta concreta. Non appena raggiunse il Cavern Club, ebbe la dimostrazione definitiva di ciò che sentiva. La Wall of fame che aveva visto lungo i mattoni della Matthew Street lì era raddoppiata, se non triplicata. Le firme autentiche, alcune a malapena visibili, testimoniavano la presenza remota di artisti che erano stati lì anni e anni prima. E Andrea non riusciva a controllare l’emozione che gli accalorava ogni zona del corpo. Sfiorò la Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare. Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica, l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. Le mura erano una Wall of fame degli artisti che avevano ricamato l’arte lungo quella strada, donandole qualcosa di eterno, che le attribuiva un’aura particolare.
Era una magia che percorreva il territorio ultra colorato della musica , l’unica in grado di varcare i luoghi più bui e più profondi delle nostre emozioni. L’unica capace di darne un’impronta concreta. parete di mattoni rossi per sincerarsi che tutto fosse reale. E lo era.

Quel locale era forse uno dei pochi luoghi capaci di assoggettare qualcuno o qualcosa alle proprie intenzioni, inibendo anche l’abitudine odierna di curiosare sui social. Non sapevi neppure su cosa o quale scorcio soffermarti, data la sua maestosità, la scelta era determinata dalle melodie. Era immenso, e per questo ospitava anche più di un concerto, poi, il suo essere sottoterra restituiva piena credibilità al nome dell’insegna. Furono le note di Hey Jude a decidere per Andrea che, prima di catapultarsi nella mischia, fece tappa presso il banco che offriva una discreta scelta di birre. Optò per una tipica Newcastle Brown, e le sue aspettative assunsero nuovamente le dimensioni di un granello di sabbia. Quel mix di sapori, fatto di un velo di cioccolato e qualche pizzico di caffè, sembrava pura poesia.

Una poesia particolare, un po’ atipica nel suo genere più classico, che s’intonava a perfezione con l’animo rock del Cavern.

Alexandra Romano