L’amore, il nostro “salto nel vuoto”

Forse amare ci spaventa, ci terrorizza più che mai. Forse lasciarsi andare completamente al cuore è una delle cose che ci fa tremare di più. Strana asserzione? Forse, dal momento che ognuno di noi è spesso alla ricerca perenne di qualcuno che ci renda la persona più felice al mondo, che faccia di noi un nuovo universo: il suo, quello in cui abitare. Ancora un altro forse, poiché sin da piccoli ci inculcano nella testa una forma di amore quasi mitizzata, immaginaria… basti pensare alle tante favole, ai tanti film, ai tanti libri e molto altro ancora che ha fatto dell’amore la sua più grande fonte di ispirazione. O meglio, l’amore forse è un po’ ciò da cui parte la nostra ispirazione alla vita, sì, perché quando quel qualcuno entra a far parte nella nostra vita è come se in noi si ricolorasse tutto, in maniera ancor più vivida.

Ma perché amare ci fa paura, se rappresenta un po’ il nostro superamento del limite, il nostro mondo magico? Se amare significa per noi un qualcosa che ci solleva in alto, ci fa elevare oltre il paradiso allora perché siamo spesso prevenuti?

Abbiamo tanta paura perché amare è l’unica cosa che non ci insegnano a fare e impariamo con qualche errore qua e là; impariamo a spese della nostra pelle, della nostra mente e dei nostri organi; impariamo attraverso i segnali emanati dal nostro corpo, dalla nostra mente… impariamo facendoci male, piangendo, sorridendo, emozionandoci. Eppure, anche se al primo impatto può capitare di non accorgersene o girare più volte lo sguardo dall’altra parte, prima o poi, arriverà un momento. Non si potrà scappare più e si dovranno fare i conti con sensazioni, emozioni, pensieri, paure… eppure, anche se non vogliamo, anche se non possiamo, la vita ci dà segnali in ogni modo. Segnali che se ignorati diventeranno sempre più intensi, fino ad arrivare ad un punto che non si potranno ignorare più. Perché l’amore, quando nasce, è universale, onnipotente… diventa inevitabile.

Alexandra Romano

“Questo mondo corre troppo”

Questo mondo corre troppo e non ci dà il tempo di vivere, o almeno, di farlo con i dovuti tempi. Siamo nell’era in cui tutto scorre velocemente come una corrente marina, o meglio, una cascata: trascina con sé quasi tutto il passato spesso rendendolo dimenticanza, insignificante. Quante volte ci capita di vedere un post su un social e tre secondi dopo subito scompare, catapultato da altri più recenti? Così accade con le news: una notizia importante ha la stessa durata di una riguardante l’intrattenimento. Così accade con i sentimenti: nel mondo social anche essi vengono trasportati con la velocità del vento e celati con il filtro odierno più potente.

Stiamo correndo troppo e questa corsa ci sta accorciando la vita, ci sta smorzando l’anima. Sì, perché diamo meno peso alle cose, ai sentimenti e agli attimi importanti: non ne abbiamo il tempo!
Tutta questa rapidità fa anche sì che ciò che si fa, si dice e si vive sia il più piccolo possibile: chiamate istantanee, post o articoli molto corti, sguardi negli occhi fuggitivi. La maggior parte della nostra vita è dedita alla simultaneità e alla simulazione. Viviamo di verosimiglianza o invenzione, di immagine, ma non più di realtà. Oppure poco. Viviamo ventiquattro ore su ventiquattro su un palcoscenico di dubbia costruzione, senza sapere spesso che parte recitare, qualche ruolo interpretare. Siamo i migliori attori non protagonisti nella vita di persone con cui dovremmo recitare le parti principali.

Oggi, viviamo poco e vediamo tantissimo, o tutt’al più guardiamo. Siamo abituati a viverci la vita ma facendolo a stento. Viviamo con gli altri guardando le loro storie su Instagram, li ascoltiamo leggendo i loro post, ma non è detto che questo avvenga con attenzione. Queste cose sono il mero prodotto di una quotidianità pregna di social e mondi virtuali. Non ho scelto il verbo vedere perché avevo bisogno di un sinonimo: “vedere” non implica quell’attenzione di cui abbiamo bisogno per “guardare”. Spesso, partecipiamo virtualmente alla vita degli altri, ma senza neanche accorgercene. Molto di quello che facciamo è pura abitudine, tanto da dargli poca rilevanza.

I social dovrebbero essere un surrogato, una qualche aggiunta per arricchire le nostre relazioni, il nostro “tenerci in contatto”, ma non sostituire la vita. Certo, grazie ai social siamo molto più vicini quando siamo lontani chilometri; possiamo comunicare nell’immediato… ma non devono diventare sostituti della vita, del vivere.

Alexandra Romano

“Crollo del Ponte Morandi”, una tragedia che speriamo resti unica

Ero su quel ponte l’anno scorso, ci sono passata per andare a Sanremo… ho avuto una piccola tensione in quel momento, che si è attenuata solo una volta superato. Ammetto che non mi sono mai sentita così tanto a mio agio all’idea di essere sospesa nel vuoto e, non per essere pesante, ma diciamocelo la vita è imprevedibile e a chiunque sarebbe potuto succedere. A volte però si cerca di superare le proprie paure, affrontarle per raggiungere uno scopo, e forse è anche quello che ha fatto qualcuno martedì. Ma questa volta, la paura ha avuto la meglio e purtroppo non era infondata (come del resto, non lo sono nella maggioranza dei casi).
Spesso pensiamo, ed è l’unica soluzione per cercare di “vivere sereni”, che una determinata cosa non accade a noi, o meglio, in quel momento non pensiamo neanche lentamente possa capitarci. Eppure, ogni tanto succede.

Penso a chi si è guardato negli occhi per l’ultima volta in cerca di una speranza quasi impossibile, a chi ha guardato per l’ultima volta una persona che magari non era la più importante della sua vita e a chi ha visto tutto senza nessuno accanto. A chi varcava quel maledetto ponte per inseguire un sogno, un amore o un lavoro. Per un viaggio, per una vacanza ottenuta dopo un anno di sacrifici e lavoro. Penso anche a chi l’ha scampata per un pelo, a chi si è visto crollare il mondo davanti e salvarsi, a chi resterà traumatizzato. A chi non ne è uscito vivo e semplicemente si trovava a passare per tornare a casa o per fare un giro. A chi aveva solo qualche anno di vita e ha visto la morte in faccia, troppo presto, ha vissuto uno dei terrori peggiori (non solo a quell’età).
Immagino gli occhi, il cuore a mille, l’immensa incredulità che fosse solo un incubo e invece no! La più brutta delle fini che si possano fare…

Vorrei scrivere di più in merito a queste tragedie, ma credo che mari e mari di parole sarebbero quasi inutili di fronte a tanto. Purtroppo, oggigiorno sta succedendo ciò che una volta reputavamo quasi impossibile… è il mondo, l’uomo fa sempre più paura. Si è sempre più persi nel lucro, nella vanità, nell’apparenza e soprattutto nella superficialità.
Com’è possibile che l’importanza della vita venga talvolta così sgretolata? Com’è possibile che ciò di più prezioso che abbiamo, il nostro più grande dono venga dato via in questo modo, senza peccato? Com’è possibile che in un giorno nel mondo succedono mari di disastri, eppure, continuiamo a non fare niente? Apriamo solo ogni tanto gli occhi, quando qualcuno ci rimette la propria vita, e lo stesso non facciamo niente per evitarne altri! Persone morte così, accartocciate in un auto, come degli oggetti!

E’ un disastro che si sarebbe potuto evitare se ci fosse stata più accortezza, manutenzione, una parola che dovrebbe essere tra quelle d’ordine. Si riempiranno i telegiornali come per ogni altra tragedia, e poi calerà di nuovo il silenzio e l’indifferenza. Abbiamo la cattiva abitudine di rimandare, dare priorità magari a cose futili che hanno poco a che vedere con il rischio, che potrebbero attendere. Le istituzioni devono fare qualcosa, chiunque può farlo, ma basta! Dobbiamo smetterla di svegliarci solo quando muore qualcuno. Quanta gente deve ancora pagare per gli errori di altri?
Questo articolo non è riferito solo a Genova, ma è anche in nome di tutte le tragedie successe e che potrebbero ancora verificarsi se non ci muoviamo. Cerchiamo di cambiare, di provare ad intervenire ma per davvero, una volta per tutte PRIMA e non dopo.

Alexandra Romano

Una sera atipica: potrebbe davvero cambiare tutto all’improvviso?

Capitolo 5

D’un tratto andò via la corrente, misi un giubbotto ed uscii fuori a controllare.
Dopo qualche ora ritornò, ma pochissimo dopo le luci cominciarono a spegnersi ed accendersi velocemente. Il tutto durò qualche minuto. Mi spaventai ed ebbi un brutto presentimento: per un istante percepii il peggio. Mi infilai sotto le lenzuola, ed anche se erano ancora le dieci, mi costrinsi a dormire.
All’improvviso sentii la porta di casa aprirsi. Cominciai a tremare. Era mia madre, allora perché avevo tutta quella trepidazione?

La sentii richiudersi, così decisi di scendere. Aprii con la massima prudenza la porta della mia camera, ed iniziai a scendere a piedi scalzi i primi gradini. Mi nascosi dietro alla ringhiera, ma non riuscii a vedere niente, c’era un silenzio assoluto. Pensai che, forse, fosse stata un’allucinazione, ma continuavo ad avere i brividi. Scesi in salone ed accesi la luce, non trovai nulla di strano, solo un ombrello fuori posto, mi chinai per raccoglierlo quando improvvisamente fui afferrata da dietro. Non riuscii a vedere chi fosse, dato che mi bloccò e mi bendò gli occhi in pochissimo tempo. Rimasi terrorizzata da non riuscire neanche ad urlare. Chiunque fosse incominciò a trascinarmi fuori casa; a giudicare dai passi sembrava un uomo.

«Chi sei?! Lasciami andare! Dove mi stai portando?!», furono le sole parole che uscirono dalla mia bocca con tono elevato e tremolante.
Non ricevetti alcuna risposta.
«Ehi!», continuai urlando. Sentivo che stavo acquisendo forza nella mia voce e nel mio corpo. Mi agitai sempre più, mentre qualcuno mi portava chissà dove ed io non riuscivo a liberarmi.
«Sta’ buona!», sentii la voce rauca e severa di quest’ultimo gridarmi contro.
«Ma chi sei?!», urlai ancora. «Cosa vuoi da me?!».
«Se continui a gridare ti faccio tacere con la violenza!».

Dopo poco più di mezz’ora, giungemmo in un luogo chiuso che non saprei definire, dove sentivo parlare il mio rapitore con un altro uomo.
«È questa la ragazza, giusto?», gli disse il mio rapitore.
«Si, è lei! – rispose l’altro uomo – «Voglio la sua anima!», disse in modo spietato.

[Capitolo 5 – pagine 34/35.]

La violenza non serve: “supervalutiamo” il bene!

“Prima di metter le mani addosso
A chi ti ha solo capito male
Ascolta dentro te stesso”
(…)

Recitava così una canzone dei Pooh nel lontano 2004, il cui titolo, “Ascolta”, è anche quello dell’album. Penso che in questi tre versi ci sia tutto: poesia, umanità, realtà, tristezza, ragione, paura… certo, non bastano per descrivere tutte le atrocità che abbiamo commesso gli uni contro gli altri su questo pianeta, ma esemplificano in maniera molto chiara e non banale un sacco di cose. Maltrattamenti, omicidi… secondo me, tre sono le parole che descrivono ognuna di queste frasi: violenza, incomprensione, riflessione.
La prima parola è una di quelle che non dovrebbero esistere nel nostro lessico, che compaiono nel vocabolario per motivi spiacevoli.

E’ da un po’ che mi chiedo, forse troppo spesso, perché ci schiantiamo l’uno contro l’altra. Com’è possibile che siamo arrivati a creare delle armi per distruggere noi stessi, e soprattutto con quale forza d’animo riusciamo a puntare una pistola contro qualcuno che ha solo qualche anno di vita? Come riusciamo a lanciare, pestare, gridare contro dei cuccioli, animali o umani che siano?

Ho visto bambini essere picchiati solo perché non facevano quello che indicavano loro gli adulti; ricevere una sberla in faccia perché volevano un giocattolo in più o stare altri cinque minuti al mare. Ho ascoltato telegiornali parlare di femminicidi, donne maltrattate dai loro fidanzati o mariti per delle incomprensioni, donne che non potevano più vivere la loro vita, decidere per se stesse divorate dalla paura… Ho guardato notiziari che raccontavano di bambini uccisi addirittura dai loro genitori, amici scannarsi tra di loro… risse nate da un cocktail o un motivo, spesso stupido di fronte ad una costola rotta o il fin di vita.

Dovremmo rabbrividire in un modo ineguagliabile al pensiero che oggi, nella lista dei possibili omicidi, potrebbe esserci quello di un padre contro il proprio figlio, di un ragazzo (o di una ragazza) contro la propria fidanzata… persone che dovrebbero amarsi come non mai, che una volta dicevano di amarsi, volersi bene.
L’amore non è questo. Per quanto pieno di spine, sentieri tortuosi: il bene più puro non può condurre alla violenza. Ad una lacrima sì, ma non ad una goccia di sangue.

La violenza non serve!

Si sente ovunque di assassinii avvenuti per gelosia, invidia o per il puro gusto di farlo. Attentati che spazzano via centinaia di vite, in molti paesi d’Europa e nel mondo. Oggi diffondere violenza di ogni tipo, anche la più minima, è diventata quasi prassi, per non parlare del cyberbullismo: se ne alimenta con la velocità di un fulmine e se ne distribuisce come l’aria. Ma smettiamola!
Smettiamola di disprezzarci, di alimentare odio, di sentirci soli (anche se così solidali tra noi non lo siamo).
È un ossimoro: detestiamo la solitudine estrema, eppure, non preserviamo al meglio le relazioni. Ci chiudiamo peggio di una conchiglia, serbiamo mari di segreti, parole e gesti inespressi… basta!
Siamo arrivati a questo punto proprio perché non abbiamo sfruttato la parola, abbiamo lasciato correre… fino ad arrivare all’incomprensione, ad oltrepassare il limite.

Supervalutiamo il bene”

Non dobbiamo abituarci a tutto questo, nonostante sia sempre più frequente: la violenza non porta mai a niente, se non ad altro male. Neanche per un secondo dovremmo pensare che ormai il mondo è cambiato, procede in maniera perversa, perché siamo noi umani a farlo cambiare. Abitiamo su un pianeta che ci consente di fare tutto quello che è in nostro potere.
Bisogna parlare, la caratteristica più bella di cui ci ha dotati la natura, altrimenti a cosa ci serve? Bisogna abbracciarsi se qualcosa non va e la voglia di farlo fermenta dentro di noi. Bisogna amarsi se lo si desidera più che mai e lasciare l’orgoglio da parte, al massimo per un secondo momento.
Se proprio vogliamo vivere nell’eccesso, proviamo, almeno per una volta a vivere in un eccesso d’amore: proviamo a
supervalutare la pace e il bene.

Alexandra Romano