Lettera alla mia Neapolis: una mattina diversa dalle altre

Questa mattina ho guardato Napoli con occhi diversi, insoliti. Non mi sentivo io, o forse lo ero più di quanto pensassi. Forse, avevo messo a tacere quella parte di me che ogni giorno mi distrae da tante cose, quella parte razionale senza cui non riuscirei a lavorare, svolgere i miei compiti.
Questa mattina forse potrebbe essere stata l’ultima.
Forse, l’ultima mattina di profumi di pizza rubati ai vicoli antistanti una piazza.
Forse l’ultima di sguardi suggestivi, mai scorti prima per troppa disattenzione, per troppi “dato per scontato”, o per futile indifferenza.

L’ultima mattina di un dolce al volo, squisito, forse non gustato secondo il proprio desiderio, tra le pasticcerie di una realtà fatta di scugnizzi, gente che va a lavorare, turisti, artisti di strada… Tra le vie dei migliori profumi e dei cibi più pregiati. Sì, perché a Napoli se ci nasci non puoi andartene senza scrivere per giorni, senza pensare quanto lasci. Se a Napoli ci vivi, difficilmente te ne vai, anzi, non te ne vai: il tuo cuore resta qui.

Forse, potrebbe essere l’ultima mattina tra le vie di una Napoli storica, sofferente, ma che con la sua grande ricchezza dona artisti rari, senza mai perdere qualche tassello. Artisti con la brama di emergere, di fare musica, scultura o quel che sia, per amore di quell’arte e non per guadagnare.
L’ultima mattina tra pasticcerie, pizzerie, friggitorie che emanano profumi introvabili altrove. Il profumo del caffè, del mare lungo Mergellina, della carta stampata di un vecchio libro a Port’Alba o a San Biagio Dei Librai. Le librerie odierne non potrebbero mai competere con quello che si respira in queste vie: storia, cultura, sentimento…

L’ultima mattina priva di indifferenza, quotidianità, tipicità. Perché forse il più grande errore, a Napoli, è la sbadataggine: non si può essere impassibili in una città come questa. Non si può stare qui senza provare il minimo brivido.
Una mattina unica, che dona raggi di sole ad una città splendente già di per sé, che illuminano anche il mio cuore, ma non lo riscaldano, non oggi. Dietro a quella luce si nasconde un briciolo di nostalgia, malinconia, o… un po’ di più.

CIAO NAPOLI…

L’ultima mattina di ciò che scontato è sempre stato, ma che in realtà non è. Di cose accorte, constatate, vissute sotto pelle così intensamente. L’ultima idea dell’inizio di una quotidianità persa nei giorni, che sarebbe potuta essere stupenda, ma avrebbe ostacolato una passione che è impossibile non seguire.
Napoli non ti dimenticherò mai, e ogni volta che potrò, ritornerò.

Alexandra Romano

Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa – Pt.2

Capitolo 8  –  Un tramonto speciale

Quando ci separammo da quel bacio infinito, io ero distesa su di lui. Sentivo il suo respiro profumato su di me, il suo sapore era ancora nella mia bocca e non mi dispiaceva affatto. Guardavamo il cielo illuminato dalle splendenti stelle, era un dipinto bellissimo. Dopo un po’, abbassò lo sguardo.

«Cosa pensi?», gli domandai in modo scaltro.
Aprì la bocca ma la richiuse subito. Riprovò e disse: «A Steaven…», disse con tono basso ed esausto. «Steaven?».
«Sì. Questa sera tornerà a richiedermi i soldi e non ho il totale», disse disperato.
Giusto, mi aveva ricordato ciò che dovevo fare. Me ne ero dimenticata, e adesso era il momento giusto. Dovevo entrare in scena, mettere da parte la timidezza e l’imbarazzo, e farmi coraggio. «I…», mi bloccai. “Cavolo riprova!” mi dissi in mente – «Io… posso aiutarti».
«No schianto, non voglio per nessuna ragione al mondo, seppur valida, esporti al pericolo».

Aprii la borsa e presi i soldi. «Questi ti bastano?».
«No tesoro, non posso accettare soldi da te».
«Prendili e basta – esitai – l’ho fatto per te».
«Dove li hai presi?».
«Doti personali», sorrisi. Gli avvicinai il denaro facendogli cenno di prenderlo. Lo prese, contò, e me lo ridiede subito.
«Cavolo! Non posso ASSOLUTAMENTE accettare», disse impassibile.
«Ti prego… prendili», dissi teneramente con un velo di tristezza.
«Tesoro, posso farcela da solo», mi accarezzò il viso e mi guardò negli occhi. «Credimi», disse cercando di essere convincente, anche se ciò mi fece rabbrividire, e mi provocò un enorme senso di dispiacere che mi contorse lo stomaco. Dopo poco, sembrò contorcermi anche gli altri organi presenti nel corpo.

Abbassai lo sguardo, e poi mi voltai verso il mare. Per qualche minuto, il silenzio prese il sopravvento e mi sentii leggermente affliggere dalla paura delle conseguenze.
«Voglio aiutarti», dissi con voce tremolante.
Mi sfiorò i capelli e feci per girarmi da un’altra parte. Non volevo essere sadica, ma volevo in parte che capisse che accettare soldi da me non equivaleva ad approfittarsene, ma a rendermi felice per averlo aiutato. Si avvicinò al mio orecchio e mi scostò i capelli. «Non voglio farti correre pericoli», mi sussurrò mostrando parte della premura che provava.
«Ma che rischi posso correre dandoti degli stupidi soldi! Non significa approfittare di me, ma rendermi felice per averti aiutato», dissi leggermente esasperata.
Esitò. «E va bene… accetterò i tuoi soldi», mi sorrise teneramente.
«Posso darti…?», gli porsi la somma. Allungò la mano e li prese.

Mi abbracciò all’istante dopo aver depositato il denaro in una delle sue tasche.
Era uno di quei momenti da immortalare. Cominciavo a stare davvero bene con lui, e… ad innamorarmi. E speravo che fosse lo stesso per lui. Mi sentivo fiera di me per averlo aiutato. «Non approfitterò mai di te, ricordalo sempre – esitò – non saprò mai come sdebitarmi», mi diede un bacio sulla guancia.

Non ero mai stata così felice fino a quando non era entrato lui nella mia vita, non avevo mai ‘amato’ fino a quel momento.

[Sally e Mark: un tramonto destinato a cambiare per sempre qualcosa.]

Svegliamoci dal grande male dell’indifferenza: basta un salto

Di recente, mi è capitato di vivere, anche se indirettamente, una brutta esperienza.
Ero ad un concerto, ci stavamo divertendo tutti: cantavamo, ballavamo, ridevamo… D’un tratto però, una persona che era accanto a me, ha iniziato a sentirsi male. Tremava, il suo volto s’impallidiva sempre di più, fino a quando non è svenuta. La folla attorno a lui aumentava ogni frazione di secondo, chiunque si chiedeva cosa fosse successo, come si sentiva questa persona: c’è stato anche chi ha creduto fosse una farsa!
Passato quell’attimo iniziale di “panico”, insomma, di qualcosa che andasse a interferire con le normali aspettative di tutti noi, è tornato tutto dove stava, all’indifferenza. Questo mi ha fatto capire quanto, ormai, due volte su tre conti solo il consumismo. La materialità a danno del valore che attribuiamo alla vita.

PROVIAMO A TRASFORMARE LA SUPERFICIALITà IN UN SINONIMO DELLA CONSISTENZA

La gente si accorge di te solo quando sei al limite, o… capita il peggio.
È così difficile, mi chiedo, riconoscere un favore o un semplice gesto? Siamo diventati talmente vuoti, al punto che l’importante è usufruire di una cosa, sfruttarla e basta. Se ringraziamo, quella stessa persona ci guarda in maniera ambigua.
Se stai male dentro nessuno lo vede, non riescono ad andare oltre la tua pelle, i tuoi occhi. Poi i social network, che hanno contribuito a storcere un contatto diretto… elidendo la possibilità di guardarci senza un medium, di toccarci. Non sono anticonformista, ma l’evoluzione è sia un bene che un male, se non opportunamente guidata.

Oggi vediamo solo il corpo, l’anima è nascosta, e forse, in questo mondo ormai “pericoloso” è meglio.
D’altronde, da soli non si può stare. Potremmo provarci per un periodo, magari anni, ma alla fine emerge, emerge l’impossibilità di avere un cuore sempre stanco, sempre ferito e chiuso alle occasioni. Non dipendiamo dagli altri, sappiamo vivere anche da soli, sappiamo costruire le fondamenta per impedire che la nostra persona crolli se una mano tesa diventa un riflesso.

Ma senza l’affetto, prima o poi anche la persona più vanitosa, flemmatica o più “forte”, crolla. È quel minimo di zucchero che ci addolcisce il caffè, e quel pizzico di sale per dare il giusto condimento alla nostra vita. Bisognerebbe trovare un equilibrio tra ogni cosa, perché continueremo a farci del male a vicenda, a rincorrerci per fare la pace, a sbagliare, ad amare, ad insistere in ciò per cui viviamo. Equilibrio è la parola che ci vorrebbe in ogni cosa, costanza, ma soprattutto attenzione.
Attenzione sia alle piccole che alle grandi cose.

Svegliamoci una volta per tutte, sia dal male dell’indifferenza che della superficialità: non solo con gli altri, ma anche nei confronti di noi stessi. Troviamo questa maledetta forza per essere quello che siamo, lottare per quello che ci fa palpitare, aldilà delle delusioni, delle paure o delle incomprensioni. Troviamo il coraggio di essere noi stessi, anche in un mondo sempre più povero di autenticità!

Alexandra Romano

Narrare: il verbo che trasuda l’umanità

“Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.”
(Gustave Flaubert)

Avete mai pensato, dopo essere andati a prendere un caffè, di trascriverlo su un foglio? Non importa se eravate soli o in compagnia, se quello che avete scritto non fosse necessariamente riferito a quella bevanda fumante dal colore deciso, ma ad un semplice pensiero.
Avete scritto, narrato.
Ed è un po’ quello che facciamo ogni giorno, anche quando scriviamo la lista della spesa o inviamo un sms: perfino quando siamo indecisi dinanzi ad un vestito!

Diverse ricerche dimostrano quanto ciò sia fondamentale per la nostra stessa esistenza, tant’è che il racconto che ci costruiamo attorno, è un po’ ciò che resterà quando non esisteremo più, materialmente. Insomma, quando continueremo a vivere “narrativamente”.
Il racconto di noi stessi ci dà una stabilità se, per un attimo, voltiamo lo sguardo indietro o facciamo un passo in avanti.

“Viviamo di narrazioni, ogni giorno”

Narrare è fondamentale per chi scrive, per chi riesce ad esprimersi, a sfogarsi e a sorridere con la scrittura. Lo fa chi scrive una lettera d’amore o è fermo ad aspettare lo squillo di un telefono.
Narrare è importantissimo per ogni tipo di creatività. Anche i musicisti lo fanno, certo, non con le parole, ma con le note che scorrono in una melodia.
Chiunque costruisce racconti ogni giorno, percorrendo strade, storie, minuti, pensieri, emozioni… elementi che si aggiungono alla nostra biografia e la rendono consistente. La nostra vita: stupenda nella sua unicità. Un percorso emozionante, instabile, bello, ogni tanto brutto e ogni tanto gioioso, ma che non ci è possibile ripetere.

Le narrazioni entrano in scena anche quando conosciamo qualcuno, nel momento in cui iniziamo a parlargli del nostro passato. Oppure mentre stiamo vivendo un’esperienza, unica, come la vita, nel suo verificarsi. Per quanto potremmo provare a ricrearla, cercando lo stesso luogo, magari la stessa persona, lo stesso orario: vivremo atmosfere diverse.
Narriamo anche quando pensiamo, durante una canzone o un’ora di una giornata: se andremo a riascoltarla o a ricordare quel momento, in noi, si riaccenderà il bagliore e la nostalgia di quel pensiero.

Quando cominciamo a parlare di qualcuno, a raccontare, forse è il momento in cui ci accorgiamo di tenerci, di provare qualcosa. Quando parliamo tra noi e noi, ci rendiamo conto di molte cose, di un problema da risolvere o un’azione da fare. Perché narrare in fondo, è un po’ ciò attorno a cui ruotano le nostre fondamenta.

Alexandra Romano