Quanto i social network hanno inciso sul nostro modo di comunicare? Quanto hanno contribuito ad abbattere, realmente, le distanze che ci separano gli uni dagli altri?

È da un po’ che abbiamo perso il coraggio di guardarci negli occhi, o se lo facciamo, lo facciamo con qualche filtro. I social network costituiscono il “filtro protettivo” per eccellenza: grazie ad essi, diciamo ciò che da vicino diremmo con difficoltà.
Non riusciamo per un attimo a discostarci dal ruolo che ci hanno assegnato, che ci Siamo assegnati: è come se la cosa ci intimorisse. Quando conosciamo qualcuno indossiamo, tra le tante, la maschera più bella che abbiamo. Ma non siamo noi.

Attenersi al senso comune è condizione necessaria per vivere all’interno della società: è la nostra certezza che una precisa realtà, quella della vita quotidiana, esiste come data ed auto-evidente. Se ciò non fosse così, staremmo sempre a dubitare, a ridefinire ogni cosa… Eppure, una posizione statica ci impedisce di giungere ad una piena comprensione dell’altro. Per dirla insieme a José Ortega y Gasset, lo sguardo passivo, limitato alla superficie, non ci farà mai percepire a fondo le emozioni di un’altra persona.
L’uomo si è evoluto grazie alla sua empatia, alla sua propensione alla socialità… aspetti che oggi sembrano essere trascurati.

VERSO UNA COMUNICAZIONE SIMULATA
In origine, il termine “rete sociale” indicava un insieme di individui, connessi tra di loro da legami sociali. Oggi invece, è considerata un luogo di “incontro virtuale”: già qui si intravede un cambiamento nell’immaginario collettivo.

Trattando la comunicazione odierna, potremmo rifarci ai videogiochi. Prendiamo in esempio Temple run: probabilmente, nessuno penserebbe che sia la stessa cosa giocare fisicamente o virtualmente. Il giocatore, le voci, i rumori, una caduta o un salto… ogni cosa che vediamo o sentiamo deriva da un’elaborazione elettronica. Ciò nonostante, è come se la stessimo vivendo, è come se fossimo noi quella persona che corre, cade o vince. Quel pizzico di adrenalina che proviamo nel giocare è dettato dal nostro coinvolgimento e da una serie di elementi riprodotti che simulano l’esperienza reale.

Eppure, non è la prima volta che viviamo alle dipendenze di qualcosa: sono tre le diverse fasi storiche (mitologiche) in termini di coinvolgimento-distacco, che hanno segnato il nostro immaginario. In antichità, l’essere umano era profondamente coinvolto nella natura e nel trascendente (mito magico-religioso); in una seconda fase, ha avuto luogo una forma di distacco, in cui l’uomo ha iniziato a dominare la natura e si è reso autonomo dal trascendente (mito della macchina); infine, sarebbe avvenuto una sorta di ri-coinvolgimento, ma questa volta nelle tecnologie che egli stesso ha creato (mito dell’informazione).

Una fonte del problema parte da qui: siamo arrivati a vedere in un medium il nostro “migliore amico”, perché in fondo, lo utilizziamo per fare quasi ogni cosa. Certo, non ci consente di “toccare” una persona, di percepire uno stato d’animo o di vivere realmente.

A parte questo, oggi siamo completamente “immersi”, come sosteneva McLuhan, nelle nostre tecnologie e in particolare nei social network, tanto da non accorgercene più. La mattina, appena svegli, reputiamo normale andare subito su Facebook. È normale commentare sadicamente i post di una persona con cui abbiamo litigato, anziché incontrarla e chiarire. Lo è anche condividere quasi tutto quello che facciamo… Tutta questa “normalità”, per certi versi, ci sta solo allontanando dagli altri.

SOLIPSISMO O TELEPATIA?
William James, nei suoi Principi di Psicologia, assumendo il reciproco isolamento delle coscienze come un dato della condizione umana, affermò che i problemi comunicativi si originano dalla segretezza di alcune esperienze. Il suo pensiero è ben delineato da due concetti, espressione della nostra individualità: la telepatia (coniato da Myers nel 1882) e il solipsismo.

Il primo è la capacità di percepire pensieri, paure o emozioni di un’altra mente, senza l’utilizzo dei sensi. La dottrina del solipsismo invece, fu formulata da James nel 1874, ed è basata sulla completa sfiducia in tutto quello che è al di fuori di se stessi (definita anche come una “dottrina incomunicabile sull’incomunicabilità”). È in questo periodo che nascono i timori per una comunicazione fallita, il senso di abbandono causato da un allentamento dei rapporti sociali.

Facebook, potremmo dire, incarna entrambi i concetti. Ad esempio, vorremmo parlare di un problema qualunque, ma non troviamo il coraggio per farlo. Così pubblichiamo un post, che in parte può far “capire” il nostro stato d’animo, a chi magari, oltre ad essere empatico, ha anche una spiccata intuizione. A questo punto, sorge una domanda spontanea: da dove nasce l’empatia, poiché in quel post manca qualunque tratto della nostra personalità? Magari dalla nostra propensione naturale alla comunicazione, in quanto, un completo isolamento determinerebbe la fine della nostra stessa specie?

C’è poi da considerare che non tutti scelgono di parlare, confidarsi o fare intuire minimamente il loro stato d’animo. Benché costituiscano una forma di disseminazione, allo stesso tempo, sembra che i social network abbiano dato vita a nuovi fantasmi. Il loro problema intrinseco è l’alienazione comunicativa (il post può essere separato dal suo contesto originario e da chi l’ha scritto); l’assenza di fisicità, che da sempre si tenta di riprodurre in ogni media, ma non ci è ancora riuscito nessuno.

I social network alimentano anche il solipsismo, perché se ci riflettiamo un secondo, non stiamo interagendo l’uno con l’altro: siamo soli davanti ad uno schermo (o un qualunque dispositivo), che se non ci consentisse di vedere e sentire, non parleremmo più di comunicazione.

Siamo nell’era della simulazione, dove quasi ogni azione sociale e interazione sono – sia da un punto di vista percettivo che sensoriale – rivolte, mediante protesi, verso una realtà simulata (che spesso non ha corrispondenze con la realtà fisica). Potremmo osare dicendo che questa è anche l’era dell’ipocrisia, perché cosa ci garantisce una comunicazione autentica, se non soprattutto il guardarci negli occhi? Chi ci assicura che oltre lo schermo ci sia la persona che immaginiamo?

CONCLUSIONE: SIAMO ANCORA IN TEMPO?

Secondo McLuhan ogni tecnologia è un’estensione meccanica dell’uomo: in questo modo, lo influenza e lo domina. Per tale motivo, è importante conoscerle all’inizio ed essere consapevoli degli effetti potenziali, perché una volta stabilizzate diventano parte integrante della società.

L’idea, ormai sedimentata, di avere con noi un dispositivo che ci permette di comunicare in ogni momento, da un lato ci rasserena, ma al contempo fa decrescere la comunicazione. Ci si concentra di meno sugli incontri che avvengono oltre quel dispositivo, e molto di più sui contatti virtuali. O meglio, sul “mistero” di tali contatti.

Nasciamo con un cervello programmato per le interazioni, abbiamo creato un linguaggio per poterle iniziare, inventiamo tecnologie per connetterci a distanza e da vicino (almeno in origine) … insomma, tutto questo dovrebbe farci sentire più vicini, più solidali e disponibili l’uno per l’altro. Invece, ci muoviamo dalla parte opposta.

Forse, il problema scaturisce dal fatto di non sentire nostra la comunicazione odierna, in quanto vittime inconsapevoli di un’ideologia che ci propone termini stereotipati (come gli “amici” su Facebook), che raramente hanno riscontro nella realtà.
È bellissimo pensare di comunicare quando si vuole, dove si vuole e subito, ma ciò dev’essere un motivo per abbattere le barriere tra di noi, non per erigerne delle nuove.
Perché se i mezzi di comunicazione limitano la comunicazione stessa, a cosa servono?

Alexandra Romano